Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13461 del 29/05/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 29/05/2017, (ud. 24/01/2017, dep.29/05/2017),  n. 13461

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21778/2014 proposto da:

A.M., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA G. PAISIELLO 55, presso lo studio dell’avvocato FRANCO

GAETANO SCOCA, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati

ALESSANDRO ROMANO, LORIANA ZANUTTIGH, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

BANCA DI CREDITO COOPERATIVO COLLI MORENICI DEL GARDA SOCIETA’

COOPERATIVA P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio

dell’avvocato LIDIA SGOTTO CIABATTINI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MARIA TERESA NORO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 183/2014 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 10/05/2014 R.G.N. 10/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/01/2017 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato GIGLI ALESSANDRO per delega Avvocato SCOCA FRANCO

GAETANO;

udito l’Avvocato SGOTTO CIABATTINI LIDIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza 10 maggio 2014, la Corte d’appello di Brescia rigettava l’appello proposto da A.M. avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva respinto l’impugnazione di illegittimità del licenziamento intimatogli dalla datrice Banca di Credito Cooperativo Colli Morenici del Garda soc. coop. (BCC), con lettera 7 novembre 2011, per giusta causa, consistente nell’omessa segnalazione del proprio conflitto di interessi fin dal 2005, per avere espresso, nella propria posizione di quadro con funzioni di responsabile di area, ripetuti pareri favorevoli su pratiche di affidamento in favore di San Luciano s.r.l., di cui, insieme con la moglie, aveva detenuto la maggioranza del capitale sociale, tramite società fiduciaria.

A motivo della decisione, la Corte territoriale riteneva provato il deliberato silenzio maliziosamente tenuto dal lavoratore (in occasione della contestazione della banca nel febbraio 2008 per la situazione di conflitto di interessi a causa dei pareri favorevoli espressi su pratiche di affidamento della società amministrata e partecipata al 2% dalla moglie) in ordine alla propria posizione, ben più grave, di detentore di quote pari al 49% del capitale della società fiduciaria San Babila (titolare del 98% del capitale di San Luciano s.r.l.) e pure coinvolta in altre pratiche di finanziamento di società partecipate: posizione conflittuale palesata da A. solo perchè ripetutamente richiesto dal funzionario responsabile della filiale presso cui operante San Luciano s.r.l., a seguito dell’introduzione, dopo la prima contestazione, dell’obbligo di rivelazione dei titolari di società fiduciarie e del blocco operativo disposto da BBC nel novembre 2010 sui conti intestati a società partecipate da fiduciarie di cui fossero ignoti i titolari effettivi.

Sulla base di tale accertamento, la Corte escludeva la tardività della contestazione (il 5 ottobre 2011) e del licenziamento (il 7 novembre 2011), rispetto all’acquisita conoscenza completa della condizione di conflitto di interessi del dipendente (per sua nota 13 settembre 2011), nonchè l’identità con la contestazione del febbraio 2008 (ne bis in idem).

Ed essa riteneva, infine, per gravità del fatto e doverosa consapevolezza del lavoratore per posizione occupata nell’istituto e comportamento contrario a buona fede, la comminata sanzione espulsiva proporzionata al fatto contestato, irrimediabilmente lesivo del vincolo di fiducia tra le parti.

Con atto notificato il 16 settembre 2014, A.M. ricorre per cassazione con cinque motivi, cui resiste la banca con controricorso; entrambe le parti hanno comunicato memoria si sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce motivazione perplessa e omesso esame di fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e art. 111 Cost., commi 6 e 7, quale in particolare la proroga del cofinanziamento della banca con Agrileasing il 18 maggio 2011, inconciliabile con il ritenuto blocco operativo dei conti intestati a soggetti partecipati da società fiduciarie di cui ignoti i titolari effettivi (a fronte dell’attestazione di A. della propria qualità di fiduciante già nella relazione 18 settembre 2008 e con omissione pure di esame del non intervenuto blocco del conto di San Luciano s.r.l.), viziante la ricostruzione del fatto e il ragionamento presuntivo, anche contraddittorio, della Corte territoriale, in funzione dell’erroneo assunto di tempestività della contestazione disciplinare.

2. Con il secondo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, u.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per consumazione del potere disciplinare della società datrice, avendo essa avuto conoscenza del fatto storico contestato (operazione in conflitto di interessi, in relazione ad affidamenti favorevolmente valutati a società gestrice dei patrimoni liquidi di don M.O. in affidamento di fatto alla famiglia A. – V.) già all’epoca della prima contestazione (nel febbraio 2008), mutato soltanto negli elementi accidentali (titolarità personale di A. del 49% delle quote della fiduciante detentrice del 98% del capitale di San Luciano s.r.l.) in occasione della seconda (nell’ottobre 2011).

3. Con il terzo, il ricorrente deduce nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per omessa pronuncia sul (primo) motivo di appello di censura di genericità della contestazione disciplinare.

4. Con il quarto, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., art. 44 CCNL e art. 2106 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non corretta sussunzione della clausola elastica di giusta causa, in coerente e coordinato collegamento con quelle di tempestività, gravità dell’inadempimento, proporzionalità e buona fede nell’esecuzione del contratto, in quanto applicate in modo formale ed astratto, non prudentemente calibrato sulla specificità del caso concreto.

5. Con il quinto, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., art. 421 c.p.c., in riferimento all’art. 2119 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per inversione dell’onere della prova, posta a carico del lavoratore anzichè della banca datrice, della non conoscenza dei fatti alla base della seconda contestazione disciplinare prima di allora, così da non ritenerla tardiva, come invece risultato, con preclusione pure di una tale dimostrazione alla parte lavoratrice, ingiustamente onerata, per il diniego di ammissione delle prove orali dedotte.

6. Il primo motivo, relativo a motivazione perplessa e omesso esame di fatto decisivo e controverso, viziante la ricostruzione del fatto e il ragionamento presuntivo giudiziale, in funzione della tempestività della contestazione disciplinare, è inammissibile.

6.1. In via di premessa, deve essere esclusa la preclusione del vizio denunciato, per la presenza di cd. “doppia conforme” in fatto, ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, pure applicabile ratione temporis per la posteriorità dell’atto di appello al 12 settembre 2012 (Cass. 18 dicembre 2014, n. 26860; Cass. 9 dicembre 2015, n. 24909), non risultando che la decisione impugnata sia fondata sulle stesse ragioni della sentenza del Tribunale, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della prima (Cass. 11 dicembre 2014, n. 26097).

Ciò non emerge dalla succinta esposizione in fatto delle ragioni della pronuncia di primo grado (a pg. 2 e 3 della sentenza), neppure riprese da quelle della sentenza qui ricorsa (in particolare, a ppg. da 12 a 30). Nè la sentenza del Tribunale è stata trascritta, quanto meno per le parti rilevanti ai detti fini per una diretta constatazione da questa Corte, dalla parte controricorrente che ne aveva l’interesse.

6.2. Ma tanto detto, il vizio denunciato non rientra nel cono del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, di limitata devoluzione del “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, con esclusione della sua integrazione con elementi istruttori, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 10 febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439).

Ed esso deve essere “decisivo per il giudizio”, ossia ex se risolutivo della controversia (o quanto meno della questione controversa), nel senso della sua idoneità a determinare il segno della decisione: con ciò dovendosi negare il requisito di decisività ad una pluralità di fatti, da esaminare congiuntamente al fine di pervenire alla risoluzione detta, posto che un tale procedere si risolve in un nuovo accertamento di fatti, e sostanzialmente nella loro valutazione ai fini istruttori, preclusa dal novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439).

E allora, il fatto decisivo è rappresentato dalla supposta “attestazione” del lavoratore della propria qualità di fiduciante del 18 settembre 2008 (o meglio, dalla relazione allegata alla pratica di cofinanziamento aperta da BBC e dalla finanziaria Agrileasing a San Luciano s.r.l. il 18 settembre 2008, un cui riquadro è dedicato alle notizie storiche e all’andamento dell’azienda recante l’espressa indicazione di A. quale fiduciante, insieme a don M., della società fiduciaria detentrice del 98% della San Luciano: come più esattamente indicato all’ultimo capoverso di pg. 17 della sentenza). Di ciò è ben consapevole il lavoratore, che essa indica come “dato sostanziale e decisivo” (al sesto alinea di pg. 9 del ricorso), omettendone peraltro la trascrizione, con evidente carenza di specificità del motivo sotto il profilo di autosufficienza.

Ma tale fatto è stato attentamente e diffusamente esaminato dalla Corte territoriale (con le critiche osservazioni espresse dal penultimo capoverso di pg. 17 al penultimo di pg. 20 della sentenza), con valutazione negativa per il ricorrente e motivazione chiara e congruente, nella sua duplice articolazione (di assoluta verosimiglianza della comunicazione di A. della suddetta relazione, in cui contenuta l’indicazione della propria qualità di fiduciante, soltanto alla società finanziaria e non anche alla propria datrice in cofinanziamento con la prima; e, “anche a prescinderne”, di irrilevanza della comunicazione anche a questa per le logiche e persuasive ragioni illustrate dal primo capoverso di pg. 19 all’ultimo di pg. 20 della sentenza) a coerente rinforzo.

Ed essa è tutt’altro che contraddittoria (con la circostanza del prospettato difetto di blocco al conto di San Luciano s.r.l., per giunta carente sotto il profilo di autosufficienza, in assenza di specifica indicazione della relativa produzione documentale, nè tanto meno di alcuna trascrizione), nè perplessa.

A quest’ultimo riguardo, se il riferimento ad una motivazione “perplessa” può essere indubbiamente ricondotto in linea generale al vizio del novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. s.u. 20 ottobre 2015, n. 21216; Cass. s.u. 28 ottobre 2015, n. 21948), è anche vero che la sua ricorrenza è stata ravvisata in ipotesi assolutamente diverse dalla presente, in relazione ad argomentazioni fra loro logicamente inconciliabili o, comunque, obiettivamente incomprensibili (Cass. 13 febbraio 2006, n. 3018; Cass. 4 settembre 2004, n. 17895). In particolare, tra le più recenti, in quella di preclusione alla parte della possibilità di assolvere l’onere probatorio su essa gravante, appunto in base a motivazioni apparenti o perplesse, individuate, a fronte di una domanda di risoluzione, per inadempimento dell’affittuario, di un contratto di affitto agrario, nell’avere il giudice di merito per un verso onerato l’affittuario della prova dell’adempimento, negando nel contempo ingresso, con asserzione d’ininfluenza, sia alle prove orali dirette a dimostrare fatti incompatibili con le condotte inadempienti allegate dal concedente e contestate dal convenuto, sia ad una C.t.u. percipiente volta a valutare l’effettiva situazione del fondo asseritamente alterata dall’affittuario (Cass. 22 giugno 2016, n. 12884).

Ma nel caso di specie, ciò deve essere escluso, per le ragioni illustrate.

7. Anche il secondo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, u.c., per consumazione del potere disciplinare datoriale in quanto esercitato già all’epoca della prima contestazione (febbraio 2008), è inammissibile.

7.1. La violazione della norma di legge denunciata non sussiste, in difetto dei requisiti suoi propri di verifica di correttezza dell’attività ermeneutica diretta a ricostruirne la portata precettiva, nè di sussunzione del fatto accertato dal giudice di merito nell’ipotesi normativa, nè tanto meno di specificazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata motivatamente assunte in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina (Cass. 26 giugno 2013, n. 16038; Cass. 28 febbraio 2012, n. 3010; Cass. 28 novembre 2007, n. 24756; Cass. 31 maggio 2006, n. 12984).

7.2. In realtà, la doglianza consiste in una contestazione della valutazione probatoria e dell’accertamento in fatto del giudice di merito, con sollecitazione ad una rivisitazione del merito, insindacabile in sede di legittimità, laddove congruamente e correttamente motivato (Cass. 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass. 18 marzo 2011, n. 6288; Cass. 19 marzo 2009, n. 6694), come appunto nel caso di specie (per le ragioni, di chiara distinzione dei fatti oggetto delle due diverse contestazioni, esposte dall’ultimo capoverso di pg. 26 al primo di pg. 27 della sentenza).

E ciò tanto meno per la limitazione del cono devolutivo introdotto dal novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: posto che la Corte territoriale ha insindacabilmente accertato la diversità e non sovrapponibilità delle condotte oggetto delle due contestazioni di febbraio 2008 e di ottobre 2011.

8. Il terzo motivo, relativo a violazione dell’art. 112 c.p.c., per omessa pronuncia sul motivo di appello di censura di genericità della contestazione disciplinare, è infondato.

8.1. Il ricorrente ha correttamente denunciato il vizio quale error in procedendo (Cass. 27 ottobre 2014, n. 22759), senza peraltro trascrivere il motivo asseritamente non esaminato, al cui onere la parte è tenuta, ad integrazione del requisito di specificità prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, sotto il profilo di autosufficienza del ricorso (Cass. 19 agosto 2015, n. 16900; Cass. 9 aprile 2013, n. 8569; Cass. 16 marzo 2012, n. 4220; Cass. 23 marzo 2010, n. 6937), così da consentirne, nella previa ammissibilità del mezzo, il diretto esame dalla corte di cassazione, giudice del fatto processuale (Cass. 4 luglio 2014, n. 15367; Cass. 30 settembre 2015, n. 19410; Cass. 8 giugno 2016, n. 11738).

In ogni caso, la Corte territoriale ha tuttavia implicitamente disatteso (pur nella segnalata promiscua articolazione delle censure, distinte solo nominalisticamente, ma in esse mescolate e reiterate considerazioni e valutazioni dei fatti e in diritto: così all’ultimo capoverso di pg. 11 della sentenza) la censura di genericità della contestazione disciplinare, chiaramente enucleata e valutata, nella sua sottintesa ravvisata specificità (dal quarto al decimo alinea di pg. 27 della sentenza).

9. Il quarto motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., art. 44 CCNL e art. 2106 c.c., per erronea sussunzione della clausola elastica di giusta causa, in coerente collegamento con quelle di tempestività, gravità dell’inadempimento, proporzionalità e buona fede nell’esecuzione del contratto, è inammissibile.

9.1. Anche qui non sussiste la violazione di norme di legge denunciata, in difetto dei requisiti suoi propri (Cass. 26 giugno 2013, n. 16038; Cass. 28 febbraio 2012, n. 3010; Cass. 28 novembre 2007, n. 24756; Cass. 31 maggio 2006, n. 12984).

In particolare, non si configura la violazione di diritto della giusta causa, non ponendo la censura una questione di sindacabilità, sotto il profilo della falsa interpretazione di legge, del giudizio applicativo di una norma cd. “elastica”, che indichi solo parametri generali e pertanto presupponga da parte del giudice un’attività di integrazione giuridica della norma, a cui sia data concretezza ai fini del suo adeguamento ad un determinato contesto storico – sociale (ancora recentemente: Cass. 15 aprile 2016, n. 7568, cui adde: Cass. 26 aprile 2012, n. 6498; Cass. 2 marzo 2011, n. 5095).

Ed infatti, il mezzo investe i profili di tempestività, di gravità dell’inadempimento e di proporzionalità: tutti relativi ad un accertamento in fatto del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità (Cass. 8 gennaio 2008, n. 144; Cass. 6 settembre 2006, n. 19159; Cass. 17 agosto 2004, n. 16037; Cass. 7 agosto 2003, n. 11933).

9.2. Sicchè, la censura consiste piuttosto in una contestazione meramente contrappositiva, con sollecitazione ad una rivisitazione critica del suo accertamento e della valutazione probatoria, di competenza esclusiva del giudice di merito, cui esso ha provveduto con argomentata ed esauriente motivazione, esente da vizi logici nè giuridici (per le ragioni illustrate al primo e secondo capoverso di pg. 27 e dal primo capoverso di pg. 29 al quarto linea di pg. 31 della sentenza).

Ma l’accertamento del fatto e la valutazione probatoria in tal modo compiuti integrano esercizio di un potere insindacabile dal giudice di legittimità, al quale solo pertiene la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni del giudice di merito, non equivalendo il sindacato di logicità del giudizio di fatto a revisione del ragionamento decisorio (Cass. 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass. 18 marzo 2011, n. 6288; Cass. 19 marzo 2009, n. 6694).

10. Infine, anche il quinto motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., art. 421 c.p.c., in riferimento all’art. 2119 c.c., per inversione dell’onere della prova, posta a carico del lavoratore anzichè della banca datrice, della non conoscenza dei fatti alla base della seconda contestazione disciplinare prima di allora, è inammissibile.

10.1. Il motivo non coglie nel segno, posto che la Corte territoriale non ha deciso in applicazione del principio di ripartizione dell’onere della prova, sia pure enunciato correttamente a completamento motivo (al secondo e terzo capoverso di pg. 28 della sentenza). Essa ha, al contrario, positivamente accertato la conoscenza della situazione di conflitto personale del dipendente soltanto al momento della seconda contestazione e non prima (“come già accertato sopra, deve escludersi che la banca fosse a conoscenza della situazione di conflitto di interessi personale di A. quindi abbia tollerato la stessa. In punto non può che rinviarsi ai precedenti punti di motivazione”: così dall’ultimo capoverso di pg. 27 al primo di pg. 28 della sentenza).

11. Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso e la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza.

PQM

 

LA CORTE

rigetta il ricorso e condanna A.M. alla rifusione, in favore della società controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 24 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 maggio 2017

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