Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1344 del 22/01/2020

Cassazione civile sez. I, 22/01/2020, (ud. 03/07/2019, dep. 22/01/2020), n.1344

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21925/2018 proposto da:

I.M., elettivamente domiciliato in Roma Piazza Mazzini 8

presso lo studio dell’avvocato Verrastro Francesco che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Romano Gennaro;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno – Commissione Territoriale Riconoscimento

Protezione Internazionale Verona;

– intimato –

avverso la sentenza n. 20/2018 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,

depositata il 11/01/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/07/2019 da Dott. SCORDAMAGLIA IRENE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Trento, adita da I.M., cittadino del (OMISSIS), richiedente la protezione internazionale, per ottenere la riforma dell’ordinanza resa in data 30 settembre 2016 dal Tribunale della stessa città, che gliel’aveva negata, respingeva il gravame all’uopo proposto.

2. Argomentava la Corte territoriale a sostegno della decisione assunta, che la mancanza di credibilità del richiedente, desunta dal contrasto esistente tra quanto riferito in sede amministrativa e quanto riferito in sede giurisdizionale, nonchè rispetto a specifiche circostanze emergenti dalla documentazione prodotta, era tale da precludere la verifica officiosa delle situazioni denunciate come esistenti nel Paese di origine, tali da esporre il richiedente al rischio di un danno grave rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) oppure a gravi violazioni dei diritti umani fondamentali rilevanti ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19. Nondimeno non erano neppure rinvenibili i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) atteso che nella regione di provenienza del richiedente – quella di (OMISSIS) nella divisione di (OMISSIS), pur se era presente una grave situazione di instabilità politica, tuttavia non era riscontrabile un conflitto armato generatore di violenza indiscriminata nei confronti della popolazione civile.

3. Il ricorso per cassazione nell’interesse dell’ I.M. è articolato su tre motivi che denunciano:

– il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, posto che la Corte territoriale aveva sostanzialmente ignorato, in base al rilievo della mancanza di riscontri documentali, le dichiarazioni del richiedente asilo omettendo in tal modo di tener conto del principio che impone di considerare veritiere le dichiarazioni del richiedente quando questi abbia compiuto ogni ragionevole sforzo per provarle, condizione che era stata adempiuta nel caso di specie. Ne deriva, secondo il ricorrente, una apparenza della motivazione del provvedimento impugnato sul punto;

– il vizio di violazione di legge, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 ai sensi dell’art. 360 c.p.p., comma 1, n. 3, e il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, posto che, in considerazione degli sforzi compiuti per circostanziarlo, il racconto del richiedente era da stimarsi coerente e plausibile, di modo che la Corte censurata non avrebbe potuto esimersi dall’obbligo di verificare quali sarebbero state le ricadute, in ipotesi di suo rimpatrio, sul piano del pericolo di subire trattamenti inumani (da parte delle autorità di polizia o giudiziarie del (OMISSIS)) in relazione alla falsa accusa di omicidio rivoltagli da parte del gruppo familiare cui apparteneva il ragazzo responsabile dello stupro subito dalla sorella che egli aveva denunciato alle autorità;

– il vizio di violazione di legge, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 2007, art. 19 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 ai sensi dell’art. 360 c.p.p., comma 1, n. 3, posto che la Corte di merito aveva omesso di considerare che egli era stato falsamente denunciato di omicidio per ritorsione in seguito alla denuncia dello stupro della sorella e persistendo tale denuncia nei suoi confronti egli non avrebbe potuto trovare lavoro in (OMISSIS), così rimanendo privato delle condizioni minime per condurre un’esistenza dignitosa.

4. L’intimato Ministero dell’Interno non si è costituito in giudizio.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato.

5. La Corte di appello ha messo in luce, con motivazione ampia ed approfondita, le discrasie rilevate nel racconto del richiedente suscettibili di comprometterne la credibilità soggettiva e l’attendibilità oggettiva. Pertanto, alla stregua della valutazione complessiva delle dichiarazioni del richiedente, stimate dal giudice di merito come non veritiere, la dissertazione condotta in ricorso circa la valenza del ragionevole sforzo compiuto si appalesa come un astratto esercizio dialettico. Vale, piuttosto, il principio, che qui si intende ribadire, secondo il quale, la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito” (Sez. 1 -, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 27503 del 30/10/2018, Rv. 651361 – 01). Tanto comporta l’inammissibilità del primo motivo.

5. Il secondo motivo è infondato.

5.1. Il formulato giudizio di inattendibilità del racconto del richiedente, minando in radice la stessa effettività delle situazioni suscettibili di esporre il richiedente ad uno dei danni gravi previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) esimeva la Corte di appello dall’obbligo di effettuare approfondimenti istruttori in ordine a trattamenti inumani praticati in Bangladesh da parte delle forze di polizia, degli organi giudiziari ovvero di gruppi familiari cui le autorità pubbliche non erano in grado di opporre un efficace argine.

5.2. Riaffermato, invece, il principio di diritto secondo il quale, in tema di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2017, ex art. 14, lett. c), il potere-dovere di indagine d’ufficio del giudice circa la situazione generale esistente nel paese d’origine del richiedente non trova ostacolo nella non credibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente stesso riguardo alla propria vicenda personale, sempre che il giudizio di non credibilità non investa il fatto stesso della provenienza dell’istante dall’area geografica interessata alla violenza indiscriminata che fonda tale forma di protezione (Sez. 1, Ordinanza n. 14283 del 24/05/2019, Rv. 654168), vanno riconosciute come ineccepibili le argomentazioni sviluppate nella sentenza impugnata circa l’assenza nella regione di provenienza dell’impugnante di una situazione di violenza indiscriminata discendente da un conflitto armato in atto perchè in linea con la massima di orientamento citata. Sicchè il richiamo, attraverso il riferimento al dovere di integrazione istruttoria officiosa, a fonti ulteriori rispetto a quelle compulsate dalla Corte di merito quanto alla situazione della regione di (OMISSIS) (divisione di (OMISSIS)), si appalesa come un tentativo di rimettere in discussione un accertamento in fatto congruamente compiuto dal giudice censurato.

6. Inammissibile è, infine, il terzo motivo. Lo stesso è, infatti, dedotto del tutto genericamente, posto che, a fronte di una solo auspicata integrazione sociale del richiedente nel territorio dello Stato (in cui egli svolge l’attività di lavapiatti a tempo determinato), l’impossibilità di trovare occupazione nel Paese di origine, pur in assenza di specifiche situazioni personali ostative legate a condizioni di vulnerabilità (neppure allegate), è desunta da valutazioni meramente congetturali: tanto in ossequio al principio di diritto secondo cui la protezione umanitaria deve poggiare su specifiche e plausibili ragioni di fatto (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 16925 del 27/06/2018, Rv. 649697 – 01), legate alla situazione concreta e individuale del richiedente (Sez. 1 Sentenza n. 4455 del 23/02/2018, par. 7).

7. Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere rigettato. Nulla è dovuto a titolo di spese poichè l’intimato non si è costituito in giudizio. Ricorrono i presupposti per l’applicazione del doppio contributo di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, non essendo stato il ricorrente ammesso al patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, il 3 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2020

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