Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13427 del 30/06/2016

Cassazione civile sez. I, 30/06/2016, (ud. 12/01/2016, dep. 30/06/2016), n.13427

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVAGO Salvatore – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.D. elettivamente domiciliato in Roma, via Pavia, n.

2, nello studio dell’avv. Franco Gugliucci; rappresentato e difeso

dall’avv. Francesco Morigine, giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI CASSINO;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di appello di Roma, n. 3229,

depositata in data 31 agosto 2009;

sentita la relazione svolta all’udienza pubblica del 12 gennaio 2016

dal consigliere dott. Pietro Campanile;

udito per il ricorrente l’avv. Morigine;

Udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del sostituto

dott. DEL CORE Sergio, il quale ha concluso per l’inammissibilità

del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – Con sentenza non definitiva in data 20 febbraio 2000 il Tribunale di Cassino rigettava la domanda di risarcimento del danno correlato alla trasformazione irreversibile di un fondo di sua proprietà, avanzata dal sig. M.D. nei confronti del Comune di Cassino, rilevando che la stessa era infondata, in considerazione dell’accettazione dell’indennità da parte dell’espropriato con atto in data 3 marzo 1989. Con successiva decisione del 3 ottobre 2003 il Tribunale determinava in Euro 14.217,46 oltre accessori la somma ancora spettante all’attore in relazione all’occupazione del fondo.

1.2 – Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Roma, rilevato che l’accordo sull’ammontare dell’indennità non concretava una modalità di definizione del procedimento ablativo, risultava altrimenti concluso in maniera legittima, in accoglimento del gravame proposto dal M. ha affermato la configurabilità di un’ipotesi di occupazione espropriativa ed ha quindi condannato il Comune al pagamento in favore dell’appellante della complessiva somma di Euro 54.807,30 (detratto quanto già corrisposto), oltre agli interessi legali, nonchè della somma di Euro 39.831,15 a titolo di indennità di occupazione, con gli interessi legali sulle singole annualità.

1.2 – Per la cassazione di tale decisione il M. propone ricorso, affidato ad unico motivo.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2 – Con unico motivo, deducendo omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, il ricorrente si duole dell’adesione immotivata della Corte distrettuale alle conclusioni cui era pervenuto il primo consulente tecnico d’ufficio, sebbene lo stesso, sentito a chiarimenti, avesse modificato, anche se non in maniera significativa, la proprie stima e nonostante fosse stata disposta, sempre nel giudizio di primo grado, la rinnovazione della consulenza.

Del tutto omessa, pertanto, sarebbe la motivazione della Corte di appello in relazione alle diverse valutazioni del medesimo bene.

2.1 – La censura è inammissibile.

Invero, al di là della prospettazione, per altro evidenziata nella stessa sentenza impugnata, della discordanza delle valutazioni effettuate in tempi diversi, dallo stesso consulente tecnico d’ufficio, nonchè dal secondo ausiliario, il motivo è assolutamente generico, in maniera tale da non consentire al Giudice dell’impugnazione di individuare con chiarezza i rilievi mossi ed esercitare il proprio sindacato.

2.2 – Deve poi rilevarsi – dovendosi ribadire il principio secondo cui in presenza di conclusioni peritali discordanti si richiede da parte del giudice del merito una motivazione adeguata (Cass., 28 gennaio 2002, n. 993; Cass., 24 luglio 2001, n. 10052) – che nella sentenza impugnata sono esplicitate le ragioni in base alle quali è stata ritenuta maggiormente attendibile la stima effettuata con la prima consulenza, in quanto maggiormente prossima a quella già oggetto di offerta da parte dell’amministrazione e accettata dal privato nel marzo del 1989.

Tale motivazione non risulta adeguatamente censurata, in quanto si sostiene che vi sarebbe contraddizione fra l’esclusione dell’efficacia traslativa dell’accordo e la valenza dello stesso come “indice di valutazione”: tale assunto non è condivisibile, poichè l’intesa delle parti sull’entità dell’indennità, indipendentemente dalla qualificazione giuridica dell’accordo, nonchè dai criteri utilizzati per addivenire alla stima provvisoria, ben può costituire un utile elemento per concorrere alla determinazione del valore di mercato dell’area, ovvero per delibare la validità delle conclusioni peritali sul punto.

2.3 – Vale bene ribadire che il ricorso non offre – così disattendendo totalmente il principio di autosufficienza – alcun argomento per inficiare il percorso seguito dal primo consulente per pervenire alle conclusioni recepite dal giudice del merito, di talchè l’impugnazione appare proposta unicamente per ottenere, in maniera inammissibile, una valutazione di merito più favorevole.

Al riguardo, va, infatti, osservato che l’indagine sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di Cassazione essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare, nella decisione impugnata, l’esistenza di logiche e corrette argomentazioni, come nella fattispecie è avvenuto, esulando dai poteri della Corte quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata, in via esclusiva, al Giudice di merito.

3 – Non si provvede in merito al regolamento delle spese processuali, non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 12 gennaio 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2016

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