Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13399 del 01/06/2010

Cassazione civile sez. I, 01/06/2010, (ud. 16/03/2010, dep. 01/06/2010), n.13399

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

L.M.P. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in ROMA, VIALE V. TUPINI 133, presso l’avvocato DE ZARDO

AGOSTINO (STUDIO DE ZARDO & BRAGAGLIA), rappresentata e difesa

dagli

avvocati D’AMBROSIO LUIGI, VENTURA COSTANTINO, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI ACQUAVIVA DELLE FONTI, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VALADIER 48, presso l’avvocato

RAGUSO GIUSEPPE, rappresentato e difeso dall’avvocato CLEMENTE

NATALE, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 882/2006 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 05/10/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/03/2010 dal Consigliere Dott. SALVAGO Salvatore;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato C. VENTURA che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per il controricorrente, l’Avvocato G. RAGUSO, per delega, che

ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di appello di Bari, con sentenza del 5 ottobre 2006, ha determinato l’indennita’ dovuta dal Comune di Acquaviva delle fonti a L.M.P. per l’avvenuta espropriazione; con decreto dell’1 aprile 1983, di un terreno di sua proprieta’ incluso in un P.E.E.P. nell’ambito del territorio comunale (in catasto al fg.

(OMISSIS)) nella misura di Euro 16.375,00 e quella per l’occupazione temporanea dell’immobile disposta con decreto del 30 giugno 1980 in Euro 8.870,00, osservando:

a) che i suoli avevano destinazione edificatoria in quanto compresi dal Piano di fabbricazione in zona definita a “maglia di nuova espansione di tipo (OMISSIS)” destinata alla costruzione di alloggi economico – popolari;

b) che dovevano essere recepiti gli accertamenti del C.T.U. il quale, a seguito di un’indagine condotta sia con il metodo sintetico – comparativo che con quello analitico aveva stimato il valore medio di mercato del fondo in L. 112.00 al mq., determinando l’indennita’ con il criterio riduttivo della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, ma senza la decurtazione del 40%;

c) che alla proprietaria non spettava la svalutazione monetaria per carenza assoluta di prova sul maggior danno subito in aggiunta agli interessi legali. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la L. per due motivi; cui resiste il comune di Acquaviva delle Fonti con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Collegio deve anzitutto dichiarare inammissibile l’eccezione di tardivita’ dell’atto di opposizione alla stima sollevata dal comune sul rilievo della sua proposizione dopo la scadenza del termine previsto dalla L. n. 865 del 1971, art. 19: sia per la mancanza di autosufficienza non avendo indicato neppure in quale data sia stata notificata alla proprietaria la stima dell’indennita’ compiuta dalla Commissione provinciale; sia perche’ il dedotto vizio, essendo volto alla radicale modifica della sentenza impugnata dalla controparte, avrebbe dovuto essere fatto valere con rincorso incidentale e non gia’, come e’ avvenuto, con un’eccezione, idonea per sua natura unicamente a paralizzare le avverse prospettazioni.

Con il primo motivo, la ricorrente,deducendo violazione e falsa applicazione della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, censura la sentenza impugnata per non avere determinato le indennita’ in base al valore venale dell’immobile come imposto dalle sentenze S. della Corte Edu vincolanti per il giudice italiano; e non avere in ogni caso rimesso gli atti alla Corte Costituzionale recependo il contenuto delle ordinanze di questa Corte nn. 11887 e 12810 del 2006 le quali, riconoscendo la subordinazione della legge nazionale alle fonti internazionali con riferimento all’art. 117 Cost., hanno sollevato questione di legittimita’ costituzionale dell’art. 5 bis.

Deducono quindi la necessita’ di determinare comunque l’indennita’ di esproprio in misura pari al valore del terreno o, in subordine, nella misura indicata dal C.T.U., e chiedono, in ulteriore subordine, la rimessione degli atti alla Corte Costituzionale.

La domanda non e’ nuova, avendo la L. nel giudizio di primo grado chiesto la determinazione delle giuste indennita’ dovute ex art. 42 Cost. dal comune espropriante per l’avvenuta occupazione e successiva espropriazione del suo fondo; per cui spettava al giudice adito individuare l’esatto criterio previsto dalla legge per il calcolo di entrambi gli indennizzi : con la conseguenza che avendo la Corte territoriale applicato un criterio riduttivo dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale e quindi non piu’ applicabile dal giorno successivo alla declaratoria di incostituzionale, la ricorrente ha correttamente impugnato la decisione su di esso fondata ed insistito per la determinazione delle indennita’ secondo il criterio legale dalla stessa individuato gia’ nel giudizio di merito in quello del valore venale del bene (cfr. conclusioni riportate nella parte iniziale della decisione).

La richiesta e’, poi, fondata: avendo questa Corte ripetutamente affermato che una volta venuto meno – a seguito della declaratoria di illegittimita’ costituzionale di cui alla menzionata sentenza 348/2007 della Corte costituzionale – il criterio riduttivo di indennizzo di cui alla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis torna nuovamente applicabile il criterio generale dell’indennizzo pari al valore venale del bene, fissato dalla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39 che e’ l’unico criterio ancora vigente rinvenibile nell’ordinamento, e per di piu’ non stabilito per singole e specifiche fattispecie espropriatile, ma destinato a funzionare in linea generale in ogni ipotesi o tipo di espropriazione salvo che un’apposita norma provvedesse diversamente. E che quindi nel caso concreto si presenta idoneo ad essere applicato (anche per la determinazione dell’indennita’ di occupazione), riespandendo la sua efficacia per colmare il vuoto prodotto nell’ordinamento dall’espunzione del criterio dichiarato incostituzionale (Cass. 9321/2008, -924 5/2 008; 8384/2008, -7258/2008; 26275/2007): anche per la sua corrispondenza con la riparazione integrale in rapporto ragionevole con il valore venale del bene garantita dall’art. 1 del Protocollo allegato alla Convenzione europea, nell’interpretazione offerta dalla Corte EDU. D’altra parte alla fattispecie non e’ invocabile neppure lo ius superveniens costituito dalla L. n. 244 del 2007, art. 2, commi 89 e 90 in base ai quali “Quando l’espropriazione e’ finalizzata ad attuare interventi di riforma economico – sociale, l’indennita’ e’ ridotta del venticinque per cento”: sia per la sua inapplicabilita’ ratione temporis alla fattispecie, dato che la norma intertemporale di cui al menzionato comma 90 prevede una limitata retroattivita’ della nuova disciplina di determinazione dell’indennita’ di espropriazione solo con riferimento “ai procedimenti espropriativi” e non anche ai giudizi in corso (Cass. sez. un.. 5269/2008,nonche’ 11480/2008); sia per il fatto che l’espropriazione in oggetto non rientra in quest’ultima categoria individuata da quest’ultima normativa, bensi’ nella prima generale ipotesi per la quale anch’essa dispone “che l’indennita’ di espropriazione di un’area edificabile e’ determinata nella misura pari al valore venale del bene”. Con il secondo motivo la L. denunciando violazione dell’art. 1224 c.c. lamenta che la Corte d’Appello non abbia riconosciuto il maggior danno da svalutazione monetaria sul rilievo che ne era mancata la prova, senza considerare che e’ da ritenersi del tutto ingiustificato che l’Amministrazione possa chiedere alla competente commissione la determinazione dell’indennita’ definitiva senza alcun limite temporale. La censura e’ infondata.

La Corte d’Appello ha rigettato la domanda in questione per l’assoluta mancanza di prova che la proprietaria avesse subito dal ritardato pagamento del credito un danno maggiore di quello liquidato per mezzo degli interessi legali. Ora,la ricorrente non ha censurato questa ratio decidendi, ma ha rilevato che l’espropriante aveva richiesto la determinazione dell’indennita’ di espropriazione 18 anni dopo la pronuncia del decreto di esproprio; e che detta stima era stata compiuta con criteri riduttivi rispetto a quelli con cui dapprima il c.t.u. e poi la Corte di appello avevano calcolato il valore venale del fondo, e quindi la giusta indennita’ alla stessa dovuta.

Ma quest’ultima circostanza (incongruita’ della stima amministrativa) facultava la proprietaria a proporre l’opposizione di cui alla L. n. 865 del 1971, art. 19 come la stessa ha fatto, proprio per ottenere la giusta indennita’ che le spettava in base al precetto contenuto nell’art. 42 Cost.; nel corso della quale la stessa ben poteva documentare (e non lo ha fatto), come ha rilevato la Corte di appello di aver ricevuto in conseguenza del ritardo un danno piu’ elevato di quello riparato dagli interessi legali. Mentre la circostanza che dopo il decreto di espropriazione il comune di Acquaviva sia rimasto inerte non poteva impedire alla proprietaria medesima di agire in giudizio con la speciale azione attribuita dalle sentenze 67 e 470/1990 della Corte Costituzionale per ottenere la determinazione giudiziale della giusta indennita’ a prescindere dalla esistenza di una stima amministrativa; ed, ancora una volta, a fornire nel relativo giudizio la prova di tutti i danni sofferti per il ritardato pagamento della giusta indennita’: prova che,come si e’ detto, la sentenza impugnata ha ritenuto nel caso neppure offerta dalla L.. Cassata, pertanto la sentenza impugnata in relazione al motivo accolte, poiche’ per la stima delle indennita’ non occorrono ulteriori accertamenti avendo la sentenza impugnata gia’ determinato l’estensione dell’area espropriata pari a mq. 528, nonche’ il suo valore venale all’epoca del decreto ablativo, nella misura di L. 112.000 mq. pari ad Euro 57,84, la Corte deve:

a)determinare l’indennita’ di espropriazione nell’importo di Euro 30.539,52;

b) determinare quella di occupazione temporanea nell’importo di Euro 7.359,73;

c) mantenere ferme le altre statuizioni ivi compresa quella sul regolamento delle spese del giudizio di merito;

d) condannare il soccombente comune di Acquaviva al pagamento di quelle del giudizio di legittimita’ come da dispositivo.

PQM

LA CORTE Accoglie il primo motivo del ricorso, rigetta il secondo, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito, determina l’indennita’ di espropriazione dovuta a L.M.P. in Euro 30.539,52 e l’indennita’ di occupazione in Euro 7.359,73 e ne ordina il deposito presso la Cassa DD.PP.; mantiene ferme tutte le altre statuizioni e condanna il Comune al pagamento delle spese processuali che liquida, in Euro 2.000,00 per onorario ed in Euro 200,00 per spese, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.

Cosi’ deciso in Roma, il 16 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 1 giugno 2010

 

 

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