Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13340 del 18/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 18/05/2021, (ud. 12/01/2021, dep. 18/05/2021), n.13340

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. VENEGONI Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8634-2014 proposto da:

SELVAPIANA SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, Piazza Cavour,

presso la cancelleria della Corte di Cassazione (rappresentata e

difesa dall’avvocato MAURIZIO EUSTACHIO SARRA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 273/2013 della COMM. TRIB. REG. BASILICATA,

depositata il 23/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/01/2021 dal Consigliere Dott. ANDREA VENEGONI.

 

Fatto

RITENUTO

che:

La società Selvapiana srl ricorre a questa Corte per la cassazione della sentenza della CTR della Basilicata che ha rigettato l’appello da essa proposto contro la sentenza della CTP di Matera che ha respinto il ricorso contro l’avviso di accertamento ai fini ires ed irap per l’anno 2006 di attribuzione di maggior reddito, anche a seguito del rigetto dell’istanza di disapplicazione della normativa sulle società non operative di cui alla L. n. 724 del 1994, art. 30.

Il ricorso è formulato sulla base di un motivo articolato in due doglianze. Si costituisce l’ufficio con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con l’unico motivo la società ricorrente deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione alla L. 23 dicembre 1994, n. 724, art. 30, comma 4-bis, con riferimento agli artt. 7 e 10 della L. n. 212 del 2000 per violazione dei principi di motivazione dell’atto amministrativo (avviso di accertamento ed atti presupposti) e della tutela dell’affidamento nei rapporti tra amministrazione e contribuente. Insufficiente motivazione in ordine alla dedotta insussistenza delle condizioni per la disapplicazione delle norme antielusive.

L’ufficio eccepisce preliminarmente l’inammissibilità del ricorso per violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 10, 11 e art. 12, comma 5, e del R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, art. 11, in relazione all’art. 360 c.p.c., punto 3, perchè il ricorso è stato notificato direttamente all’Avvocatura Generale dello Stato e non all’Agenzia delle Entrate.

Il ricorso è infondato nel merito, circostanza che permette di superare comunque l’eccezione di inammissibilità formulata dall’ufficio in merito alla notifica dello stesso.

Il ricorso non appare completamente centrato sulla motivazione della sentenza della CTR, perchè non tiene conto dei fatto che la stessa ha, in sostanza, ritenuto che i fatti addotti dal contribuente nel procedimento pre-contenzioso non fossero idonei a condurre a alla disapplicazione della normativa sulle società non operative. Questo, anche per le modalità con cui tali fatti sono stati presentati nel corso della fase precontenziosa, che si è articolata in una istanza di disapplicazione e successivamente nell’istanza di accertamento con adesione.

Peraltro, dalla lettura si comprende come esso dia per conosciuti fatti, probabilmente portati all’attenzione dell’ufficio nei gradi precedenti o addirittura nella fase pre-contenziosa, ma non evidenziati in maniera chiara in questa causa, esponendosi così anche ad un rilievo in termini di mancanza di autosufficienza. In particolare, il contribuente sembra lamentare che l’ufficio non avesse tenuto in conto, ai fini della disapplicazione delle norme sulle società non operative, la circostanza di furti subiti della società che non le avevano permesso di proseguire il lavoro.

La sentenza della CTR è molto lineare nella sua motivazione, affermando, in maniera sintetica ma chiara, che l’avviso di accertamento era compiutamente motivato perchè evidenziava che la società, esercente attività di gestione di discoteche, sale da ballo e night club, aveva sospeso l’attività in virtù di scelte aziendali, e non aveva fornito in sede contenziosa alcun elemento tale da costituire presupposto per la disapplicazione della normativa sulle società non operative di cui alla L. n. 724 del 1994. Solo in sede di accertamento con adesione, e non nella precedente fase dell’istanza di disapplicazione della normativa sulle società non operative, la società aveva prospettato la circostanza dei furti subiti, ma la CTR riteneva tutto ciò, più che inammissibile, non idoneo a superare i rilievi dell’avviso di accertamento e considerava lo stesso pienamente e correttamente motivato.

Si evince, infatti, dalla sentenza che la menzione di tali furti sarebbe stata compiuta nella procedura di accertamento per adesione, che ha avuto luogo tra ottobre 2010 e gennaio 2011, successiva al rigetto della istanza di disapplicazione che, a sua volta, risale al maggio 2007, e che il ricorrente lamenti che la CTR non abbia considerato ammissibile la produzione di tali fatti ai fini di valutare la correttezza del rigetto della disapplicazione.

La sentenza ritiene, invece, anche per lo svolgimento dei fatti e per la modalità con cui gli stessi sono stati prospettati dal contribuente all’amministrazione, semplicemente che quanto prospettato dal contribuente non fosse tale da superare la presunzione stabilita dalla normativa sulle società non operative. Non è estranea a questo giudizio la modalità con cui i fatti sono stati rappresentati, perchè non avere parlato dei furti fin dal primo contatto con l’amministrazione ha certamente indebolito, a giudizio della CTR, l’attendibilità di quanto prospettato in seguito. Questo è, in estrema sintesi, il significato della sentenza e queste considerazioni dovevano essere oggetto di censura.

Invece-il ricorso, dopo una elencazione delle norme che vengono in rilievo nel caso di specie, dapprima sembra contestare la motivazione del diniego di disapplicazione della normativa anti elusiva, che non è il provvedimento impugnato, e poi non centra del tutto il pensiero della CTR, che non ha dichiarato inammissibile l’integrazione dei fatti compiuta in fase procedimentale dal contribuente, ma, come detto, ha solo ritenuto che il fatto che tali circostanze non fossero state prospettate subito dal contribuente – il quale, a dire della CTR, nell’istanza di disapplicazione aveva addotto il carattere stagionale dell’attività e non i furti subiti – ha indebolito la loro attendibilità ed il loro valore, così da rendere del tutto fondato l’atto impositivo dell’ufficio.

Non si ravvisa neppure l’insufficiente motivazione, considerato che, tra l’altro, la deduzione del vizio come effettuata in ricorso è inammissibile perchè la sentenza è del 2013 e quindi la denuncia doveva avvenire ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nella formulazione successiva alla riforma del 2012, e quindi limitata all’omesso esame di fatto decisivo.

Il ricorso deve, pertanto, essere respinto.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza. Sono, pertanto, a carico del ricorrente e si liquidano in Euro 4.000 oltre spese prenotate a debito ed accessori di legge.

Trattandosi di ricorso successivo al gennaio 2013, si dà atto ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

Rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del presente giudizio, liquidate in Euro 4.000 oltre spese prenotate a debito ed accessori di legge.

Si dà atto ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2021

 

 

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