Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13325 del 18/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 18/05/2021, (ud. 08/10/2020, dep. 18/05/2021), n.13325

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. PEPE Stefano – Consigliere –

Dott. VECCHIO Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6147-2014 proposto da:

M.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 68,

presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE LOMONACO, che lo rappresenta

e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 946/2014 della COMM.TRIB.REG. di MILANO,

depositata il 24/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/10/2020 dal Consigliere Dott. MASSIMO VECCHIO.

 

Fatto

RITENUTO

1. – La Commissione tributaria regionale della Lombardia, con sentenza n. 946/2014 del 4 dicembre 2013, depositata il 24 febbraio 2014, accogliendo, in totale riforma della sentenza della Commissione tributaria provinciale di Milano n. 319/1/12, il gravame della Agenzia delle entrate, ha respinto il ricorso proposto dal contribuente M.L. avverso l’avviso di liquidazione e irrogazione sanzioni, recante l’importo complessivo di 9.628,88 a titolo di imposta di registro, di imposta ipotecaria e di imposta catastale (interessi e sanzioni pertinenti), dovute in seguito alla decadenza delle agevolazioni per l’acquisto della prima casa, in relazione alla compravendita dell’immobile, sito in (OMISSIS), stipulata con rogito del notaio C. n. (OMISSIS) di rep. del (OMISSIS), registrato il (OMISSIS).

2. – Il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, con atto dell’11 marzo 2014.

3. – L’Avvocatura generale dello Stato ha resistito mediante controricorso del 18 aprile 2014.

4. – Il ricorrente ha replicato con memoria del 22 settembre 2020, insistendo per l’accoglimento del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

1. – La Commissione tributaria regionale ha motivato la riforma della sentenza appellata, osservando: il contribuente non ha destinato ad abitazione principale, l’immobile, successivamente acquistato, sito in (OMISSIS) (dopo che aveva rivenduto entro il quinquennio dal primo acquisto l’appartamento di via (OMISSIS), per quale aveva fruito della agevolazione litigiosa revocata con l’avviso di liquidazione impugnato); ai fini dalla dimostrazione della destinazione de qua (richiesta dalla legge per la conservazione della agevolazione nel caso di rivendita dell’immobile) fanno fede esclusivamente le risultanze anagrafiche, essendo irrilevante la residenza di fatto; in mancanza del “requisito formale” anagrafico, le circostanze addotte dal contribuente per dimostrare di aver di fatto destinato ad abitazione principale l’appartamento di via (OMISSIS), sono ininfluenti.

2. – Il ricorrente sviluppa due motivi.

2.1 – Col primo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all’art. 1, nota II-bis, della Tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131.

Dopo aver censurato l’errato riferimento, operato dal giudice a quo, nella parte motiva della sentenza, al D.L. 7 febbraio 1985, n. 12, art. 2 il ricorrente deduce: in prime cure ha offerto ampia dimostrazione “di aver stabilito, a seguito della cessione dell’immobile di via (OMISSIS), la propria abitazione principale nel nuovo immobile acquistato in via (OMISSIS)”; sul punto della intervenuta dimostrazione, accertata dalla Commissione tributaria provinciale, si è formato il giudicato interno ai sensi dell’art. 324 c.p.c. e art. 2909 c.c.; secondo la giurisprudenza di legittimità ai fini della “individuazione della dimora abituale” rileva non il dato anagrafico, bensì la situazione di fatto; in relazione alle previsioni normative del “concetto di abitazione principale” deve farsi riferimento, secondo “la giurisprudenza e la prassi (…) non al dato formalistico rappresentato dall’iscrizione del soggetto nell’anagrafe del comune interessato, quanto alla verifica in concreto che la entità dei consumi sia tale da giustificare l’effettivo utilizzo quale dimora abituale dell’immobile oggetto di osservazione”; nell’ordinamento tributario i concetti di “abitazione principale” e di “residenza anagrafica” non coincidono; in conclusione la Commissione tributaria regionale, peraltro errando nella “individuazione delle disposizioni (…) ha violato il dettato della norma di riferimento”, equiparando, in modo aprioristico e arbitrario “i due presupposti (…) della abitazione principale e (…) della residenza anagrafica” e, così, “stravolgendo la ratio voluta dal legislatore”.

2.2 – Con il secondo motivo il ricorrente eccepisce ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 la nullità della sentenza, per violazione dell’art. 112 c.p.c. in dipendenza della omessa pronuncia sulla eccezione – formulata col libello introduttivo e debitamente riproposta colle controdeduzioni in grado di appello – di nullità dell’avviso di liquidazione, per violazione del diritto di difesa e del principio di buon andamento della amministrazione.

Espone, in proposito, la parte di aver specificamente censurato la mancata instaurazione preventiva del contraddittorio- endoprocedimentale in violazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 10, comma 1.

3. – Il ricorso non merita accoglimento.

3.1 – Non sussistono le violazioni di legge denunziate col primo motivo di ricorso.

3.1.1 – Il comma 4, ultimo periodo, della nota II-bis dell’art. 1 della Tariffa allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, stabilisce che le disposizioni relative alla decadenza dalle agevolazioni per l’acquisto della prima casa, in caso di alienazione dell’immobile acquistato con i benefici fiscali prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del trasferimento, non si applicano qualora “il contribuente, entro un anno dalla alienazione dell’immobile (…) proceda all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale”.

Secondo l’orientamento, ormai consolidato, della giurisprudenza di legittimità, “come si desume dal tenore letterale dell’art. 1, nota II-bis, n. 4, parte prima, della Tariffa allegata al D.P.R. n. 131 del 1986, il contribuente che, venduto, prima del decorso di cinque anni dall’acquisto, l’immobile (pel quale abbia usufruito dei benefici), ne abbia poi acquistato un altro entro un anno dall’alienazione, può conservare l’agevolazione solo se trasferisca la propria residenza nel nuovo immobile, giustificandosi la differenza rispetto alla prima compravendita (relativamente alla quale è sufficiente stabilire la residenza nel comune ove è ubicato il bene), attesa l’intenzione del legislatore di non favorire operazioni meramente speculative” (Sez. 5, sentenza n. 13343 del 28/06/2016, Rv. 640169 – 01; cui adde Sez. 6-5, ordinanza n. 3713 del 13/02/2017, Rv. 6432438 – 01; Sez. 5, sentenza n. 17148 del 28/06/2018, Rv. 649399 – 01; Sez. 5, sentenza n. 18211 del 16/09/2016, Rv. 641052 – 01 Sez. 5, sentenza n. 24253 del 27/11/2015, Rv. 637562 – Sez. 5, sentenza n. 2266 del 03/02/2014, Rv. 629438 – 01; Sez. 5, sentenza n. 13291 del 17/06/2011, Rv. 618463 -.

Questa Corte suprema di cassazione ha quindi affermato che, ai fini della conservazione della agevolazione in parola, è necessario che la destinazione ad abitazione principale del (secondo) appartamento acquistato (entro l’anno dalla alienazione del primo) sia formalmente comprovata dalle risultanze anagrafiche, essendo ininfluenti le situazioni di mero fatto difformi dagli atti dello stato civile (Sez. 6- 5, ordinanza n. 3713 del 13/02/2017, Rv. 643208 – 01 e Sez. 5, sentenza n. 2266 del 03/02/2014).

Al superiore principio il Collegio, pienamente condividendolo per le ragioni ampiamente illustrate nei pertinenti arresti, si uniforma.

3.1.2 – Le considerazioni che precedono rendono palese la infondatezza della residua censura del ricorrente di violazione di legge in relazione al supposto giudicato interno, sul punto della (mera) destinazione di fatto dell’immobile acquistato ad abitazione principale; si tratta di circostanza assolutamente irrilevante, in difetto del dato formale anagrafico.

3.2 – In relazione al secondo motivo di ricorso appare esatto il rilievo del ricorrente circa la omessa pronuncia in cui è incorsa la Commissione tributaria regionale in merito alla eccezione di nullità dell’avviso di accertamento e di irrogazione sanzioni, formulata col libello introduttivo (quinto motivo di ricorso, pp. 17 – 19) e riproposta, ai sensi del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 56 al giudice di appello (v. controdeduzioni, pp. 39 – 42), dal contribuente il quale aveva per l’appunto censurato la omessa preventiva instaurazione del contraddittorio endoprocedimentale.

Nella specie l’omissione non comporta, tuttavia, la cassazione della sentenza impugnata.

3.2.1 – In tema di omessa pronuncia la giurisprudenza di legittimità ha fissato il principio di diritto secondo il quale “in caso di nullità della sentenza per omessa pronuncia, esigenze di economia processuale impongono di evitare la cassazione con rinvio quando la pretesa, sulla quale si riscontri mancare la pronuncia, avrebbe dovuto essere rigettata o potuto essere decisa nel merito, purchè senza necessità di ulteriori accertamenti in fatto (Sez. 6 – 3, ordinanza n. 21257 del 08/10/2014, Rv. 632915 – 01; Sez. 5, sentenza n. 21968 del 28/10/2015, Rv. 637019 – 01; Sez. 5 -, ordinanza n. 11838 del 12/05/2017, Rv. 644111 – 01).

3.2.2 – Orbene la eccezione di nullità pretermessa dalla Commissione tributaria regionale è priva di giuridico fondamento.

Questa Corte, a Sezioni Unite, ha per vero affermato il seguente principio di diritto: “In tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, l’Amministrazione finanziaria è gravata di un obbligo generale di contraddittorio endoprocedimentale, la cui violazione comporta l’invalidità dell’atto purchè il contribuente abbia assolto all’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere e non abbia proposto un’opposizione meramente pretestuosa, esclusivamente per i tributi `armonizzatì, mentre, per quelli ‘non armonizzatì, non è rinvenibile, nella legislazione nazionale, un analogo generalizzato vincolo, sicchè esso sussiste solo per le ipotesi in cui risulti specificamente sancito” (Sez. Un., sentenza n. 24823 del 09/12/2015, Rv. 637604 – 01; cui adde Sez. 6 – 5, ordinanza n. 27421 del 29/10/2018, Rv. 651437 – 01).

Da tanto consegue la esclusione dell’obbligo della preventiva instaurazione del contraddittorio endoprocedimentale di cui il ricorrente denunzia la inosservanza: i tributi litigiosi non sono, infatti, annoverabili tra quelli “armonizzati”; nè relativamente ai medesimi è “specificamente sancito” l’obbligo in parola.

Infine – è appena il caso di aggiungere – non risulta pertinente il richiamo operato dal ricorrente al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 53-bis (introdotto dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35, comma 24, lett. a), convertito in legge con modificazioni dalla L. 4 agosto 2006, n. 248), concernendo la disposizione “le attribuzioni e i poteri della amministrazione finanziaria” di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, artt. 31 e ss..

3.3 – Consegue il rigetto del ricorso.

3.4 – Le spese del presente giudizio, congruamente liquidate nel dispositivo, seguono la soccombenza.

3.5 – La reiezione del ricorso comporta, infine, trattandosi di impugnazione notificata dopo il 31 gennaio 2013, la declaratoria della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro duemiladuecento per compensi oltre rimborso spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 8 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2021

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