Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13295 del 18/05/2021

Cassazione civile sez. III, 18/05/2021, (ud. 13/01/2021, dep. 18/05/2021), n.13295

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36030/2019 proposto da:

K.A., domiciliato ex lege in Roma, presso la cancelleria

della Corte di Cassazione rappresentato e difeso dall’avvocato

ENRICO VILLANOVA;

– ricorrenti –

e contro

MINISTERO DELL’INTERNO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– resistenti –

avverso la sentenza n. 2119/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 23/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/01/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. K.A., cittadino del Gambia, chiese alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4, ed in particolare:

(a) in via principale, il riconoscimento dello stallo di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

2. Il richiedente dedusse, a fondamento della sua istanza, di esser fuggito dal Gambia in quanto omosessuale.

La Commissione Territoriale di Verona rigettò l’istanza.

Avverso tale provvedimento K.A. propose ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, dinanzi il Tribunale di Venezia, che lo rigettò in data 21 agosto 2017.

Il Tribunale ha ritenuto:

a) non credibile il richiedente, poichè la narrazione dei fatti appariva priva di riscontri e non attendibile – essendogli conseguentemente precluso il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b);

b) infondata la domanda di protezione sussidiaria di cui alla lettera c) della norma sopra menzionata, in quanto non era stata fornita alcuna prova circa la violenza generalizzata presente nel paese d’origine; d) infondata la domanda di protezione umanitaria, non sussistendo i presupposti per riconoscerla;

3. Tale decisione è stata confermata dalla Corte di Appello di Venezia con sentenza n. 2119, pubblicata il 23 maggio 2019.

4. La sentenza è stata impugnata per cassazione da K.A. con ricorso fondato su tre motivi.

Il Ministero dell’Interno si costituisce per resistere al ricorso senza spiegare alcuna difesa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

5.1. Con il primo e secondo motivo il ricorrente solleva preliminarmente eccezione di costituzionalità del D.L. n. 13 del 2017, art. 6, per violazione dell’art. 77 Cost.. L’illegittimità costituzionale del D.L. n. 13 del 2017, art. 6, viene lamentata, in particolare, per un asserito contrasto con gli artt. 3,10 Cost., art. 24 Cost., comma 1, art. 111 Cost., art. 113 Cost., comma 2 e art. 117 Cost., in relazione agli artt. 6 e 13 Cedu e art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e della giurisprudenza rilevante della Corte di Giustizia Europea.

Lamenta il ricorrente che il D.L. n. 13 del 2017, sarebbe intervenuto modificando il giudizio relativo alla protezione internazionale, e creando un nuovo modello processuale, in contrasto con le norme sopra richiamate.

5.1.1. L’eccezione di costituzionalità è stata ritenuta infondata da questa Corte con la pronuncia n. 17717 del 2018, osservando come “il procedimento camerale, da sempre impiegato anche per la trattazione di controversie su diritti e status, sia idoneo a garantire l’adeguato dispiegarsi del contraddittorio con riguardo al riconoscimento della protezione internazionale, neppure potendo riconoscersi rilievo all’eventualità della soppressione dell’udienza di comparizione, sia perchè essa è circoscritta a particolari frangenti nei quali la celebrazione dell’udienza si risolverebbe in un superfluo adempimento, tenuto conto dell’attività in precedenza svolta, sia perchè il contraddittorio è comunque pienamente garantito dal deposito di difese scritte”.

5.1.2. Occorre però precisare quanto segue.

Le questioni di costituzionalità del D.L. n. 6 del 2017, denunciate nel ricorso dal ricorrente si possono così sintetizzare:

A) Il mancato rispetto del principio del contraddittorio. La comparizione del ricorrente e la stessa udienza a ciò preposta è solo eventuale (eccezionale), potendo essere disposta dal giudice esclusivamente in quattro richiamate ipotesi nella norma.

B) La mancata concessione dello svolgimento di una adeguata attività probatoria. La prova principale del procedimento, ovvero l’audizione del ricorrente, viene omessa. Essa è sostituita da una prova esterna al giudizio, svolta in assenza del contraddittorio, ovvero la videoregistrazione dell’audizione in sede di commissione territoriale.

C) La mancata possibilità di impugnare il decreto per motivi di merito, avendo soppresso il giudizio dell’appello ed escluso la norma la possibilità di reclamo.

Il mancato rispetto del principio del contraddittorio.

Quanto alla prima questione – l’assenza di contraddittorio (sub. A) – la Corte Costituzionale in più occasioni (cfr. Corte Cost. 141/1998; Corte Cost. 543/1989; Corte Cost. 170/2009) ha affermato che il procedimento camerale, al pari di ogni rito processuale diverso da quello ordinario, non è di per sè in contrasto con il diritto di difesa, in quanto l’esercizio di quest’ultimo è variamente configurabile dalla legge, in relazione alle peculiari esigenze dei vari processi, “purchè ne vengano assicurati lo scopo e la funzione”, cioè la garanzia del contraddittorio, in modo che sia escluso ogni ostacolo a far valere le ragioni delle parti.

Ma, secondo il ricorrente, tali principi non potrebbero essere applicati al nuovo modello processuale previsto dal legislatore, in quanto tutti i requisiti (sopra)indicati dalla Corte Costituzionale per la legittimità del rito camerale sarebbero assenti nel nuovo rito introdotto dal D.L. n. 13 del 2017, art. 6, con la conseguente violazione della regola del giusto processo garantita dall’art. 111 Cost., comma 1.

Non sarebbe rispettato il principio del contraddittorio secondo le indicazioni dettate dalla Corte Costituzionale perchè la comparizione del richiedente asilo e la stessa udienza a ciò preposta è, difatti, soltanto eventuale, potendo essere disposta dal giudice esclusivamente nelle ipotesi richiamate dalla norma. E fissata udienza per la comparizione delle parti esclusivamente quando il giudice:

a) visionata la videoregistrazione di cui al comma 8, ritiene necessario disporre l’audizione dell’interessato;

b) ritiene indispensabile richiedere chiarimenti alle parti;

c) dispone consulenza tecnica ovvero, anche d’ufficio, l’assunzione di mezzi di prova.

La mancata concessione dello svolgimento di una adeguata attività probatoria.

Per quanto riguarda la questione sub B), il ricorrente sostiene che non sarebbe garantito lo svolgimento di una adeguata attività probatoria.

Orbene la Corte Costituzionale, nelle sopracitate sentenze, ha osservato che, in un sistema istruttorio nel quale alla limitazione dell’iniziativa probatoria della parte corrisponde un più incisivo potere ufficioso del giudice, rimane egualmente assicurata la possibilità di accertamento dei fatti controversi. E’ da ritenersi pienamente garantita l’assistenza del difensore, in quanto “è nel sistema, anche a proposito dei procedimenti speciali, che la parte si possa far rappresentare o comunque assistere da un difensore”. Sempre secondo la Corte, il procedimento camerale caratterizzato da una fase istruttoria solo eventuale e comunque più rapida, in quanto non formale, appare previsto in ragione delle esigenze di celerità che il legislatore ha dichiarato di voler perseguire in un grado processuale in cui, in determinate materie, l’istruttoria è certamente semplice e al massimo avente carattere integrativo di quella già esperita in primo grado. Aspetto questo che è stato tenuto presente dal legislatore, risultando (Relazione al Senato della T Commissione in sede referente) che la scelta è stata sorretta dalla considerazione che “l’esperienza ha permesso infatti di constatare che i giudizi in appello sono, nell’attuale sistema, i più lunghi, pur non modificando mai gli elementi di fatto acquisiti nell’istruttoria di primo grado” (cfr. Corte Costituzionale n. 543/1989).

Ebbene, sostiene il ricorrente, tali principi non sarebbero osservati considerato che ciò che verrebbe meno è proprio la prova principale del procedimento, ovvero la narrazione dei fatti scaturente dall’audizione del ricorrente. Tale prova verrebbe del tutto omessa, supplita da una prova esterna al giudizio, svolta in assenza del contraddittorio (la videoregistrazione in sede di Commissione territoriale).

E ciò soprattutto se si considera che il riconoscimento di alcune fattispecie di protezione internazionale (status di rifugiato e protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, lett. a) e b)) si basano sulle dichiarazioni del richiedente sotto il duplice aspetto della credibilità intrinseca e della loro coerenza con le pertinenti informazioni sul paese d’origine (credibilità estrinseca).

Soppressione del giudizio di Appello ed esclusione della possibilità del reclamo.

Infine, lamenta il ricorrente l’impossibilità di impugnare il decreto per motivi di merito (sub. C), avendo il legislatore soppresso l’appello ed escluso la possibilità di reclamo.

I principi costantemente espressi dalla Corte Costituzionale sono stati i seguenti: il doppio grado di giudizio non ha garanzia costituzionale (a far data da Corte Cost. Cost. sentenze nn. 80/1988, 78/1984 e 186/1980) e, quindi, potrebbe essere addirittura soppresso quello di appello.

Non appare in contrasto con il diritto alla difesa nè irragionevole che, per determinate controversie, per il mantenimento del secondo grado, si scelga un rito semplificato rispetto a quello di primo grado nel quale le parti hanno già avuto possibilità di esplicare nel modo più completo la propria attività difensiva.

A tal proposito, ha sottolineato la Corte che, in ogni caso, secondo la richiamata giurisprudenza, è da escludere che ogni rito processuale diverso da quello ordinario possa, di per sè, essere considerato in contrasto con l’art. 24 Cost. e ciò perchè quest’ultimo rito non costituisce l’unico ed esclusivo strumento di attuazione della garanzia costituzionale.

Una volta verificato che il procedimento speciale e la specifica disciplina di volta in volta presa in considerazione non contrastano di per sè con lo scopo e la funzione del processo, la disciplina del rito ordinario non può assumere il carattere di normativa interposta.

Inoltre, occorre ribadire che, nel rito camerale in appello, è possibile acquisire ogni specie di prova precostituita e procedere alla formazione di qualsiasi prova costituenda, purchè il relativo modo di assunzione comunque non formale nonchè atipico – risulti, da un lato, sempre compatibile con la natura camerale del procedimento, e, d’altro lato, non violi il principio generale della idoneità degli atti processuali al raggiungimento del loro scopo (Corte Cost. sentenza n. 238 del 1976). Tale orientamento troverebbe conforto nel rilievo che, nei casi esaminati dalla Corte Costituzionale (Corte Cost. 543/1989), si è in presenza di una sentenza emessa in un giudizio contenzioso ordinario, dove non può ritenersi violato il diritto di prova, perchè esso ha già avuto modo di esplicarsi compiutamente nel giudizio di primo grado. Ebbene, tali principi, secondo il ricorrente, non sarebbero stati osservati dal legislatore. Ovvero, sarebbero stati applicabili alla protezione internazionale ove non si fosse contratto il processo di primo grado, mantenendo le garanzie di una istruttoria completa.

Ma così non è stato.

Le esigenze di celerità sono in contrasto con le necessarie garanzie del richiedente asilo.

Con la conseguenza che, denuncia ancora il ricorrente, la protezione internazionale diventerebbe l’unica materia, pur afferente a diritti costituzionalmente garantiti, rientranti tra i principi fondamentali della Repubblica, in cui è stato soppresso l’appello. Da tutto ciò deriverebbe la lesione del principio di eguaglianza sotto il profilo della ragionevolezza della riserva di legge in materia di stranieri del diritto alla difesa e del contraddittorio nel processo.

5.1.3. Ebbene, tutte e tre le questioni pongono, innanzitutto, una preliminare questione di rilevanza.

Al giudice ordinario è consentito di dubitare della legittimità costituzionale d’una norma di legge, come noto, quando tale questione sia per lui “rilevante”.

Il concetto di “rilevanza” è definito dalla L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 23, comma 2 (“Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale”).

Tale norma stabilisce che l’incidente di legittimità costituzionale può essere sollevato quando il giudice ritenga che “il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimità costituzionale”.

“Rilevante”, dunque, è la norma di cui il giudice debba necessariamente fare applicazione per decidere la controversia a lui sottoposta.

Questa Corte, tuttavia, per decidere il presente ricorso, non deve fare applicazione dell’art. 6 D.L. cit.: per l’ovvia ragione che non deve decidere un appello.

Una questione di legittimità costituzionale della norma soppressiva del grado di appello, pertanto, potrebbe dirsi “rilevante” (nel senso sopra indicato) solo dinanzi al giudice dell’appello: il giudice, cioè, il quale, per decidere se il gravame sia ammissibile o meno, dovrà preliminarmente stabilire se siano conformi a Costituzione le norme eventualmente limitative del diritto di appellare.

La dimostrazione logica di quanto appena detto sta in ciò: che se, in thesi, fosse dichiarata costituzionalmente illegittima la norma soppressiva del giudizio di appello nelle controversie in tema di protezione internazionale, il presente ricorso dovrebbe addirittura essere dichiarato inammissibile, per essere stato proposto avverso un provvedimento impugnabile con l’appello.

Pertanto, la prima e seconda questione, ovvero il mancato rispetto del principio del contraddittorio e la mancata concessione dello svolgimento di una adeguata attività probatoria, avrebbe dovuto essere sollevata davanti al giudice di primo grado.

La questione, invece, relativa all’eliminazione del giudizio di appello avrebbe dovuta essere ipoteticamente sollevata davanti al giudice dell’Appello (pur essendo inevitabilmente destinata, in quella sede, ad una declaratoria di manifesta infondatezza, proprio alla luce del costante insegnamento del giudice delle leggi in tema di impredicabilità di una garanzia costituzionale del doppio grado di giudizio di merito), ovvero, più propriamente, dinanzi al giudice di primo grado, ivi lamentando la impraticabilità ex lege del rimedio del reclamo, ed ivi prospettando le ragioni per cui il mancato riconoscimento del diritto “ad un completo riesame del merito” (Corte Cost., 18-07-1986, n. 200; Corte Cost., 21-07-1983, n. 224) avrebbe inciso sui diritti costituzionali di cui lamenta la violazione.

5.2. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione, falsa ed erronea applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3.

La corte d’appello avrebbe erroneamente valutato la credibilità, e conseguentemente la mancanza di una particolare condizione di vulnerabilità, come indice di riferimento esclusivo per la concessione del permesso per motivi umanitari. Nella sentenza impugnata manca la valutazione prognostica sulle conseguenze nella vita del ricorrente, sia per l’ipotesi del rimpatrio sia per l’ipotesi del semplice rifiuto del permesso di soggiorno.

Il motivo è fondato.

In tema di concessione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio, non potendosi tipizzare le categorie soggettive meritevoli di tale tutela che è invece atipica e residuale, nel senso che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello “status” di rifugiato o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione” (cfr. Cass. 13079/2019Cass. 8571/2020). Tale valutazione è fatta a prescindere dalla credibilità del ricorrente che non rileva per la valutazione della protezione umanitaria. A tal fine il giudice di merito deve osservare il seguente percorso argomentativo:

a) non può trascurare la necessità di collegare la norma che la prevede ai diritti fondamentali che l’alimentano;

b) le relative basi normative sono “a compasso largo”: l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali, col sostegno dell’art. 8 della Cedu, promuove l’evoluzione della norma, elastica, sulla protezione umanitaria “a clausola generale di sistema”, capace di favorire i diritti umani e di radicarne l’attuazione;

c) deve essere, pertanto, ribadito l’orientamento di questa Corte (inaugurato da Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455, e seguito, tra le altre, da Cass. 19 aprile 2019, n. 11110 e da Cass. n. 12082/19, cit., nonchè dalla prevalente giurisprudenza di merito) che assegna rilievo centrale alla valutazione comparativa, ex art. 8 CEDU, tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale. Nella sentenza impugnata manca del tutto la predetta comparazione 6. Pertanto la Corte rigetta i primi due motivi di ricorso, accoglie il terzo, cassa la sentenza impugnata come in motivazione e rinvia anche per le spese di questo giudizio alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione.

PQM

la Corte rigetta i primi due motivi di ricorso, accoglie il terzo, cassa la sentenza impugnata come in motivazione e rinvia anche per le spese di questo giudizio alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2021

 

 

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