Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13294 del 31/05/2010

Cassazione civile sez. lav., 31/05/2010, (ud. 13/05/2010, dep. 31/05/2010), n.13294

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE LUCA Michele – Presidente –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 31491-2006 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo

studio dell’avvocato PESSI ROBERTO, che la rappresenta e difende,

giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA

74, presso lo studio dell’avvocato IACOBELLI GIANNI EMILIO, che lo

rappresenta e difende, giusta mandato a margine della nomina

difensore depositata il 12/04/07;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1534/2005 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 17/11/2005 r.g.n. 150/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/05/2010 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;

udito l’Avvocato MARIO MICELI per delega ROBERTO PESSI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso.

 

Fatto

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Livorno, regolarmente notificato, C.G., assunto con contratto a tempo determinato dalla società Poste Italiane s.p.a. dal 7.7.2000 al 30.9.2000 “per necessità di espletamento di servizio di recapito in concomitanza di assenze per ferie”, rilevava la illegittimità della apposizione del termine. Chiedeva pertanto che, previa dichiarazione di illegittimità del suddetto termine, fosse dichiarata l’avvenuta trasformazione dello stesso in contratto a tempo indeterminato, con condanna della società al risarcimento del danno.

Con sentenza in data 17.11.2004 il Tribunale adito accoglieva la domanda dichiarando la nullità del termine apposto al contratto in parola.

Avverso tale sentenza proponeva appello il C. rilevando che il Tribunale, pur dichiarando la persistenza del rapporto di lavoro in questione, non gli aveva attribuito alcuna somma a titolo di risarcimento del danno ed aveva proceduto indebitamente alla compensazione delle spese processuali.

Avverso la stessa sentenza proponeva altresì appello incidentale la società Poste Italiane s.p.a. assumendo la erroneità della determinazione del primo giudice circa la illegittimità della apposizione del termine.

La Corte di Appello di Firenze, con sentenza in data 15.11.2005, rigettava l’appello incidentale e, in accoglimento dell’appello principale, condannava la società datoriale al pagamento della retribuzione mensile dal 22.11.2002 sino alla effettiva riammissione in servizio, ponendo a carico della stessa le spese di entrambi i gradi del giudizio.

In particolare la Corte territoriale, premesso che la L. n. 56 del 1987, art. 23 aveva introdotto una ulteriore ipotesi di contratto a termine, non prevista dalla L. n. 230 del 1962, art. 1, quale la sostituzione di un lavoratore assente per ferie, rilevava che tale ipotesi soggiaceva alla indicazione del nome del lavoratore sostituito prescritta dalla cit. L., art. 1, lett. b), restando a carico del datore di lavoro la prova dello specifico rapporto causale fra la stipula del contratto a termine e l’esigenza di sostituzione di uno o più lavoratori in ferie. Il mancato adempimento dei suddetti oneri comportava la nullità del contratto a termine in questione.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la società Poste Italiane s.p.a. con tre motivi di impugnazione.

Il C. si è costituito con nomina di difensore ai fini della partecipazione alla discussione orale.

La società ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

Col primo motivo di gravame la società ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 56 del 1987, art. 23 della L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 2, e dell’art. 1362 e segg. c.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5).

In particolare rileva la ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto che le ipotesi di contratti a termine previste dalla contrattazione collettiva ai sensi della L. n. 56 del 1987, art. 23 dovessero essere interpretate alla luce della L. n. 230 del 1962, art. 1, sicchè si sarebbe posta l’esigenza della stretta interdipendenza causale tra l’assenza del lavoratore sostituito e l’assunzione di altro lavoratore con contratto a termine, mediante la prescrizione dell’obbligo dell’indicazione del nome del lavoratore sostituito. Per contro la portata del rinvio operato dalla predetta L. n. 56 del 1987, art. 23 alla contrattazione collettiva per l’individuazione di ipotesi ulteriori rispetto a quelle già previste dalla L. n. 230 del 1962 comportava una sorta di delega in bianco (siccome ritenuto dalla Suprema Corte di Cassazione) a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne erano destinatari, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe rispetto a quelle già previste dalla legge. Ne consegue che la società era tenuta a provare soltanto che l’assunzione a termine era stata necessitata da esigenze di espletamento del servizio che non potevano essere soddisfatte in conseguenza delle assenze per ferie del personale nel periodo giugno-settembre, essendo la prova di tale esigenza insita nel fatto stesso, rilevabile dal testo del contratto, che il lavoratore era stato assunto nel suddetto lasso di tempo.

Col secondo motivo di gravame la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 1217 e 1233 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).

Rileva in particolare che erroneamente la Corte territoriale aveva condannato la società al pagamento di tutte le retribuzioni dalla data delle pretesa messa in mora (richiesta del tentativo obbligatorio di conciliazione), incorrendo in tal modo nella palese violazione dei principi e delle norme di legge sulla corrispettività delle prestazioni, avendo la giurisprudenza evidenziato che in caso di trasformazione in unico rapporto a tempo indeterminato di più contratti a termine, gli intervalli non lavorati fra l’uno e l’altro rapporto, in assenza di una manifestazione esplicita di volontà da parte del lavoratore di porre le proprie energie lavorative a disposizione del datore di lavoro, non implicavano diritto alla retribuzione.

Col terzo motivo di gravame la ricorrente lamenta motivazione insufficiente in ordine ad un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5).

In particolare rileva che la Corte d’appello aveva del tutto omesso di motivare in merito alla eccezione di aliunde perceptum regolarmente sollevata dalla società.

Il primo motivo di ricorso è fondato.

La Corte territoriale sostiene che la sostituzione di un lavoratore assente per ferie debba rispettare la prescrizione dell’obbligo di indicare il nome del lavoratore sostituito, in analogia a quanto prescritto dalla L. n. 230 del 1962, art. 1, lett. b) per il caso di sostituzione di lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto.

L’assunto dei giudici di appello è destituito di fondamento. E’ pacifico che nei caso di specie il termine al contratto di lavoro è stato apposto con riferimento all’ipotesi di assunzione a tempo determinato prevista dall’art. 8 C.C.N.L. 26.11.1994: “necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno – settembre”. Il contratto collettivo ha previsto quest’ipotesi di assunzione a termine ai sensi del disposto della L. n. 56 del 1987, art. 23.

Le Sezioni Unite di questa Corte, con sentenza n. 4588/2006, hanno affermato che la L. n. 56 del 1987, art. 23, che demanda alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare – oltre le fattispecie tassativamente previste dalla L. n. 230 del 1962, art. 1, e dal D.L. n. 17 del 1983, art. 8 bis, convertito con modificazioni dalla L. n. 79 del 1983 – nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria “delega in bianco” a favore dei sindacati, i quali, pertanto, non sono vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge. A questi principi si è adeguata la successiva giurisprudenza di legittimità (vedi Cass. sez. lav., 2.3.2007 n. 4933).

La Corte di merito, nell’affermare che anche nel caso di specie trova applicazione la L. n. 230 del 1962, art. 1, lett. b), la quale prevede l’obbligo di indicare nel contratto a termine il nome del lavoratore sostituito, si è discostata dai suddetti principi ed è incorsa in violazione di norme di diritto. Ed invero la statuizione del giudice di appello, nell’escludere che l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo potesse contemplare, quale unico presupposto per la sua operatività, l’assunzione nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono delle ferie, ha dimostrato una carenza di indagine sull’intenzione espressa dagli stipulanti; il quadro legislativo di riferimento avrebbe infatti imposto l’esame del significato delle espressioni usate dalle parti stipulanti, ed in particolare un’indagine sulle ragioni dell’uso di una formula diversa da quella della legge, priva di riferimenti alla sostituzione di dipendenti assenti, sostituiti dalla precisazione del periodo per il quale l’autorizzazione è concessa (pur potendo le ferie essere fruite in periodi diversi), onde verificare se la necessità di espletamento del servizio facesse riferimento a circostanze oggettive, o esprimesse solo le ragioni che avevano indotto a prevedere questa ipotesi di assunzione a termine, nell’intento di considerarla sempre sussistente nel periodo stabilito, in correlazione dell’uso dell’espressione “in concomitanza”.

Il suddetto motivo di ricorso, in esso assorbiti gli ulteriori motivi concernenti il consequenziale risarcimento del danno, è, dunque fondato e la sentenza impugnata merita di essere cassata con rinvio alla Corte di appello di Firenze, in diversa composizione, la quale provvederà a valutare l’appello proposto dalla società attenendosi al suddetto principio di diritto.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 13 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2010

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