Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1329 del 22/01/2021

Cassazione civile sez. II, 22/01/2021, (ud. 21/07/2020, dep. 22/01/2021), n.1329

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23304/2019 proposto da:

A.E.C., ammesso al patrocinio a spese dello Stato e

rappresentato e difeso dall’avv. Valentina Nanula, ed elettivamente

domiciliato presso lo studio dell’avv. Stefania Paravani, in Roma,

Viale delle Milizie, 38;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1050/2019 della Corte d’appello di Brescia

pubblicato il 9/7/2019;

Letta la conclusione scritta del P.M., in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso in relazione al secondo motivo di

impugnazione;

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/07/2020 dal Consigliere Dott. Annamaria Casadonte.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– il presente giudizio trae origine dal ricorso che il sig. A.E.C., cittadino (OMISSIS), ha presentato avverso la sentenza della Corte d’appello di Brescia con cui è stato rigettata l’impugnazione dell’ordinanza adottata dal Tribunale a conferma del diniego della protezione internazionale e umanitaria;

– a sostegno della domanda di protezione il richiedente ha dichiarato di essere un militante del partito (OMISSIS) e di essersi allontanato dalla Costa d’Avorio a seguito della crisi post-elettorale scoppiata alla fine del 2010 e del conseguente conflitto civile che ha interessato il suo paese;

– la Corte d’appello di Brescia ha negato ogni forma di protezione fondando la decisione sull’insussistenza delle condizioni legittimanti la concessione dei benefici richiesti con particolare riguardo all’irrilevanza dell’allegata drammatica condizione vissuta dal richiedente in Libia e che lo avrebbe costretto a fuggire;

– la cassazione del provvedimento è chiesta dal richiedente asilo con ricorso affidato a due motivi;

– non ha svolto attività difensiva l’intimato Ministero dell’interno.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, per non avere la Corte d’appello assolto all’onere di cooperazione istruttoria gravante in capo all’autorità giudiziaria;

– secondo il ricorrente, la corte territoriale avrebbe errato nell’omettere la verifica d’ufficio della situazione in cui versa la regione di provenienza del ricorrente e nell’avere trascurato di considerare adeguatamente le condizioni soggettive del richiedente in rapporto sia alla Costa d’Avorio, sia al percorso personale d’integrazione sociale in Italia;

– la censura è infondata;

– secondo la previsione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, anche in capo all’autorità giudiziaria chiamata a decidere sulla richiesta di protezione internazionale sussiste il potere-dovere di esaminare ciascuna domanda alla luce di informazioni aggiornate e pertinenti sulla situazione generale del Paese di provenienza e, ove occorra, dei paesi in cui il richiedente asilo è transitato, acquisite e specificamente indicate con riferimento al momento della decisione; tali informazioni sono elaborate dalla Commissione nazionale per l’asilo sulla base dei dati forniti dall’UNHCR, dall’EASO, dal Ministero degli affari esteri anche con la collaborazione delle agenzie ed enti di tutela dei diritti umani operanti a livello internazionale o comunque acquisite dalla Commissione stessa;

– è’ stato precisato che il giudice deve specificare le COI (Country of origin information) che ha utilizzato per la valutazione della domanda, indicandone la fonte e datandole, al fine di consentire la verifica dell’attendibilità delle informazioni valorizzate (cfr. Cass. 13897/2019; 9230/2020);

– ciò posto, la corte territoriale, per quanto attiene alla parte motivazionale relativa alle condizioni socio-politiche della Costa d’Avorio rilevanti ai fini della protezione internazionale ed in particolare di quella sussidiaria, ha applicato il principio di diritto sopra richiamato e ha adempiuto al dovere di cooperazione istruttoria provvedendo a ricostruire la situazione esistente in Costa d’Avorio attraverso il rapporto tratto da (OMISSIS) del 2018, del quale ha citato i passi più rilevanti a pag. 8 e 9 della sentenza;

– con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, e art. 19 TUI, per non avere la corte territoriale riconosciuto al richiedente la protezione internazionale per motivi umanitari, in ragione del livello di integrazione raggiunto nel nostro Paese;

– ad avviso del ricorrente, il giudice che ha emesso il provvedimento impugnato nel riportare la vicenda del richiedente la protezione non ha considerato adeguatamente la gravità del pericolo e della minaccia alla vita che costituirebbero, nel caso di specie, motivi di vulnerabilità e ha del tutto omesso qualsiasi valutazione sull’inserimento sociale da egli raggiunto in Italia;

– il motivo è infondato;

– secondo quanto affermato da un recente orientamento di questa Corte (cfr. Cass. n. 27336/2018) la domanda diretta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio;

– nel caso di specie, il giudice ha applicato il principio di diritto sopra richiamato laddove ha motivato il rigetto asserendo che non sono state allegate vulnerabilità tali da consentire l’accoglimento della domanda di protezione umanitaria;

– infatti il ricorrente ha evidenziato a sostegno della domanda di protezione umanitaria la circostanza di essere fuggito dalla Costa d’Avorio quando era diciassettenne, ma il riferimento non ha rilievo di per sè, potendo la minore età rilevare solo in quanto attuale ai sensi dell’art. 19 T.U. Immigrazione;

– peraltro il ricorrente, pur richiamando la giurisprudenza che ha riconosciuto la necessità di procedere alla verifica comparativa fra la condizione del richiedente nel paese di provenienza in caso di rimpatrio forzato e quella dello stesso nel paese di accoglienza, al fine di scongiurare che si determini nel primo caso una condizione soggettiva di vulnerabilità connessa alla lesione della sfera incomprimibile dei diritti fondamentali della persona, non ha specificato in cosa consisterebbe il serio percorso di integrazione sociale che assume di avere effettuato in Italia e, conseguentemente la censura appare genericamente formulata;

– atteso l’esito sfavorevole di entrambi i motivi, il ricorso è destinato al rigetto;

– nulla va disposto sulle spese atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimato Ministero;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a

titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 21 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2021

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