Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13284 del 28/06/2016


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Cassazione civile sez. III, 28/06/2016, (ud. 21/04/2016, dep. 28/06/2016), n.13284

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7467-2011 proposto da:

N.B., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA ASIAGO 8, presso lo studio dell’avvocato ELEONORA

MOSCATO, rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLO NATALI ELMI

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

N.L., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA ALFREDO FUSCO 59, presso lo studio dell’avvocato CAMILLO

LORIEDO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

GIOVANNI MEOCCI giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

GRANITAL SIENA SRL, NE.AN., NE.SI.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1179/2010 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 09/08/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/04/2016 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

udito l’Avvocato ELEONORA MOSCATO per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. A seguito di domanda proposta da N.B. di condanna del fratello N.L. al pagamento di un terzo del canone derivante da un contratto del 7 gennaio 1991 – con cui N. L., socio accomandatario di Nencini Marmi s.a.s., locava a Granital Siena S.r.l. un complesso immobiliare sito in (OMISSIS) per sei anni al canone annuo di Euro 6.000.000 – e al risarcimento dei danni previo accertamento dell’inadeguatezza del canone – che in realtà avrebbe riguardato un contratto d’affitto di azienda -, l’adito Tribunale di Siena condannava N.L. al pagamento di un terzo dei canoni del contratto del 7 gennaio 1991, respingendo invece la domanda risarcitoria (nel giudizio erano volontariamente intervenuti l’altro fratello N.S. e Granital Siena S.r.l.).

Avendo N.B. proposto appello contro tale sentenza e avendo N.L. proposto appello incidentale – nel giudizio si costituivano Granital Siena S.r.l. e le eredi di N.S., nel frattempo deceduto, Ne.An. e Ne.Si. – la Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 22 giugno-9 agosto 2010, li rigettava entrambi, compensando le spese.

2. Ha presentato ricorso N.B., sulla base di quattro motivi: il primo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, insufficienza e contraddittorietà motivazionale su fatto controverso e decisivo, cioè la qualificazione della scrittura privata del 7 gennaio 1991 come contratto di locazione anzichè di affitto d’azienda; il secondo denuncia, ex art. 360 c.p.c., c.p.c., comma 1, n. 3, omessa applicazione dell’art. 1362 c.c. nell’interpretazione del contratto suddetto; il terzo, ex art. 360 c.p.c., c.p.c., comma 1, n. 3, denuncia omessa applicazione dell’art. 2555 c.c.; il quarto, ancora ex art. 360 c.p.c., c.p.c., comma 1, n. 3, lamenta violazione degli artt. 100 c.p.c., art. 723 c.c. e art. 1415 c.c., comma 2.

Si è difeso con controricorso N.L., chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile o comunque sia rigettato.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

3. Il ricorso è infondato.

3.1 Il primo motivo, quale vizio motivazionale in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 applicabile ratione temporis –

ovvero antecedente alla novellazione di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134 – censura il giudice d’appello per avere ritenuto che l’accordo racchiuso nella scrittura del 7 gennaio 1991 fosse qualificabile contratto di locazione immobiliare, relativo ad alcuni immobili per lo svolgimento delle attività di lavorazione del marmo e dei suoi derivati. Il vizio consisterebbe nell’avere il giudice errato attribuendo tale qualificazione, in riferimento alla comune intenzione delle parti contraenti e all’obiettiva consistenza dei beni dedotti in contratto. In particolare, secondo il ricorrente “la Corte di Appello di Firenze ha omesso di prendere in esame la ” comune intenzione delle parti contraenti””, violando in tal modo l’art. 1362 c.c. oltre al conforme insegnamento giurisprudenziale: ne deriva che la sua motivazione “è contraddittoria laddove da un lato afferma l’esistenza di un contratto di beni immobili (sic) per la produzione di marmi e granulati e dall’altro esclude l’affitto d’azienda sulla scorta del fatto che i macchinari fossero di proprietà altrui”; inoltre “è insufficiente laddove omette di prendere in esame la comune intenzione delle parti, limitandosi invece al senso letterale delle parole: “Da una semplice lettura dell’atto” recita testualmente la sentenza impugnata”.

L’appena tracciata sintesi del motivo evidenzia agevolmente che, lungi dalla identificazione di un vizio motivazionale di insufficienza o contraddittorietà, esso esprime una non condivisione da parte del ricorrente dell’accertamento effettuato dal giudice d’appello in ordine al significato della scrittura del 7 gennaio 1991, e dunque persegue una – inammissibile – revisione di merito da parte del giudice di legittimità. La corte territoriale, d’altronde, offre una motivazione adeguata per esternare la soluzione cui è pervenuta di quello che definisce “il problema di determinare esattamente la natura dell’accordo del gennaio 1991”. Motivazione che, ad una lettura corretta, emerge non attestarsi sulla frase “dalla semplice lettura dell’atto”, come prospetta il ricorrente, ma che si sviluppa in modo ben conformato, anzitutto constatando che “dalla semplice lettura dell’atto si evince che l’accordo ebbe ad oggetto alcuni immobili” e le loro pertinenze per lo svolgimento dell’attività di lavorazione del marmo e dei suoi derivati, successivamente evidenziando – con richiamo anche alle risultanze della seconda c.t.u. – gli elementi ostativi alla qualificazione del contratto come affitto d’azienda (i macchinari necessari per frantumare il marmo non erano di proprietà della Nencini Marmi s.a.s. bensì di Granital Siena S.r.l., e nella scrittura si dava atto che questa società “avrebbe potuto installare propri macchinari, di cui sarebbe rimasta proprietaria”) e infine dando atto del doversi escludere “che si verta in ipotesi di affitto di immobili, non risultando il terreno destinato a finalità produttive, nè risultando l’attività di frantumazione di inerti associata a quella estrattiva”: solo alla fine di questo percorso, evidentemente attento e approfondito proprio in relazione alle effettive intenzioni delle parti stipulanti, la corte territoriale giunge, quindi, a dichiarare che deve “confermarsi che si verta in ipotesi di mero contratto di locazione di compendio immobiliare ad uso industriale, essendosi la conduttrice limitata a prendere in godimento gli immobili specificati nel contratto (e le loro pertinenze), per lo svolgimento, con propri impianti ed attrezzature, dell’attività di frantumazione di marmi”, ciò essendo avvalorato anche dal precedente contratto di locazione dello stesso compendio immobiliare del 2 maggio 1981 nel quale, nota la corte, “fu specificato che il terreno era adibito a deposito di granulato e di pietrami di marmo”. Nessuna contraddittorietà emerge da questa accurata esternazione dell’iter seguito dal giudice di merito per giungere all’identificazione della natura del contratto.

Il motivo, pertanto, risulta infondato.

3.2 Il secondo motivo non si discosta dall’impostazione del motivo precedente, pur essendo rubricato come denuncia di violazione di legge per omessa applicazione dell’art. 1362 c.c.: e infatti lo stesso ricorrente lo definisce “intimamente connesso con il precedente motivo”. Secondo il ricorrente, il giudice d’appello avrebbe violato l’art. 1362 c.c., comma 2: ma quanto si è appena evidenziato chiaramente lo esclude.

A ciò aggiunge il ricorrente che egli fin dal primo grado aveva denunciato “una serie di comportamenti che dovevano essere tenuti nella dovuta considerazione: la simulazione della società Nencini Marmi s.a.s. di N., che vende, mentre erano in giudiziale sequestro (e nonostante la sentenza di simulazione), l’impianto di frantumazione al Centro Leasing S.p.A., successivamente riscattato dalla Graniti Siena S.r.l., ed ancora il tenore della scrittura privata del 31/05/1990, nella quale N.L. dichiara di avere la disponibilità del 91% del capitale sociale della Granital Siena S.r.l.; infine la pendenza di una causa civile tesa ad accertare la nullità del lodo arbitrale che gli aveva attribuito l’azienda di frantumazione marmi (Ditta N.L.)”: tutti questi elementi, sostiene il ricorrente, confermerebbero “l’esistenza di un disegno di N.L.” di spogliarsi del suo patrimonio per vanificare le pretese dei fratelli anche sul rendiconto della gestione dei beni comuni; e l’interesse di N.L. a simulare un contratto di locazione immobiliare dissimulando un affitto d’azienda ne risulterebbe evidente, oltre che confermato dai differenti valori locativi emersi dagli accertamenti tecnici.

Si è riportata con dettaglio questa parte del contenuto del motivo perchè la sua lettura è sufficiente a dimostrarne la natura inammissibile, ovvero l’adduzione di elementi fattuali (anzichè argomenti di diritto in relazione all’art. 1362 c.c.) per ottenere dal giudice di legittimità un accertamento di merito alternativo a quello effettuato dalla corte territoriale.

Il motivo risulta pertanto del tutto privo di pregio.

3.3 ti terzo motivo a sua volta non si discosta dal proporre l’alternativa versione fattuale sul contenuto del contratto racchiuso nella scrittura privata del 7 gennaio 1991 già prospettata nelle censure precedenti.

Nonostante la rubrica lo qualifichi denuncia di violazione di legge –

per omessa applicazione dell’art. 2555 c.c. -, il motivo, dopo alcuni riferimenti, effettuati su un piano generale, alla giurisprudenza in tema di azienda e di cessione di azienda, e dopo aver rilevato che “l’elemento coagulante dell’azienda non è la proprietà dei beni…bensì l’organizzazione”, scende anch’esso, infatti, sul piano fattuale, adducendo che il giudice d’appello avrebbe dovuto accertare che sussisteva un compendio di beni aziendali (“doveva interrogarsi se un terreno stabilizzato (atto al transito di mezzi pesanti), una cabina elettrica, un magazzino ed una pesa, un piazzale attualmente adibito a deposito di granulati e pietrame di marmo… potesse considerarsi un complesso di beni funzionalmente collegati in vista della loro utilizzazione produttiva”), e su questo incentrando le sue argomentazioni.

Questo motivo è pertanto inammissibile.

3.4 Il quarto motivo, ancora rubricato ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (denuncia peraltro violazione di norme sostanziali – art. 723 c.c. e art. 1415 c.c., comma 2 – ma pure di una norma processuale –

art. 100 c.p.c. -) presenta in realtà un contenuto non conforme a una censura di violazione di legge.

Adduce il ricorrente di avere chiesto in primo grado che il fratello fosse condannato a rimborsargli un terzo dei canoni percepiti, dopo averli adeguati ai parametri di mercato, anche a titolo di risarcimento del danno, da quantificarsi nella differenza tra il canone pattuito e, appunto, il canone di mercato. Il giudice d’appello avrebbe ritenuto che il fratello del ricorrente il 7 gennaio 1991 potesse liberamente disporre del compendio immobiliare, avendone conseguito la proprietà per lodo arbitrale, lodo che fu caducato successivamente nel 1992: e pertanto insindacabile sarebbe stato il canone pattuito da N.L. con Granital Siena S.r.l. (effettivamente ciò ha rilevato la corte territoriale, sottolineando che “a prescindere…dalla corretta qualificazione del rapporto, rimane il fatto della insindacabilità delle modalità di esercizio della sua autonomia negoziale” da parte del fratello del ricorrente). Ma in tal modo la corte territoriale avrebbe errato, per non avere considerato che N.L., in quanto tenuto alla resa dei conti ex art. 723 c.c., “aveva tutto l’interesse a stipulare un contratto di locazione simulato, a canone irrisorio, che gli consentisse di esercitare con continuità l’attività di produzione e vendita di granulati di marmo, sia pur nella veste di Granital Siena S.r.l.”, di cui aveva la disponibilità del 91% delle quote, “e di sottrarsi al rendiconto verso i fratelli, ai quali avrebbe dichiarato un minimo utile dalla gestione dell’azienda comune”. Per questo l’odierno ricorrente sarebbe stato legittimato a proporre domanda giudiziale di accertamento della congruità del canone, anche in relazione all’eventuale simulazione del contratto, avendone interesse come terzo, ex art. 1415 c.c., comma 2, pregiudicato dagli accordi stipulati dal fratello “con se stesso”.

A ben guardare, in effetti, questo motivo fa perno tutto su un elemento fattuale, direttamente proposto alla cognizione del giudice di legittimità, ovvero l’esistenza di un interesse a simulare di N.L. così da sfuggire al rendiconto nei confronti dei fratelli. E’ sulla base di tale elemento – anzichè in forza di violazioni di diritto in essa individuate o comunque in essa prospettabili – che il ricorrente censura la sentenza impugnata, manifestando quindi una non condivisione fattuale e il perseguimento, ancora una volta, di una valutazione alternativa di merito da parte del giudice di legittimità.

Pure questo motivo, dunque, non ha consistenza.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente alla rifusione al controricorrente delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere al controricorrente le spese processuali, liquidate in un totale di Euro 5200, oltre a Euro 200 per esborsi e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 21 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 giugno 2016

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