Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13191 del 28/05/2010

Cassazione civile sez. I, 28/05/2010, (ud. 22/04/2010, dep. 28/05/2010), n.13191

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 2268/2008 proposto da:

D.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIULIA

DI COLLEREDO 46, presso lo studio dell’avvocato DE PAOLA Gabriele,

che lo rappresenta e difende, giusta mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE;

– intimato –

avverso il decreto n. 229/06 R.V.G. della CORTE D’APPELLO di FIRENZE

del 2 9/09/06, depositato l’11/12/2006;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/04/2010 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONIO DIDONE;

è presente il P.G. in persona del Dott. PIERFELICE PRATIS.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

1.- La relazione depositata ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è del seguente tenore: ” D.F., I.V., M. G., P.M. e S.V. adivano la Corte d’appello di Firenze, allo scopo di ottenere l’equa riparazione ex L. n. 89 del 2001, in riferimento al giudizio promosso innanzi al T.a.r.

Toscana, avente ad oggetto la riliquidazione del t.f.r., promosso con ricorso del 22 dicembre 1999, deciso con sentenza di rigetto della domanda, in data 26 ottobre 2004.

La Corte d’appello, con decreto dell’11 dicembre 2006, fissato il termine ragionevole del giudizio in anni tre, liquidava, in favore di ciascun ricorrente, per il periodo eccedente, pari ad anni 1 e mesi 10, a titolo di equa riparazione per il danno non patrimoniale, _ 950,00, con il favore delle spese del giudizio.

Per quanto qui interessa, la Corte d’appello:

premetteva che il danno non patrimoniale va liquidato avendo riguardo al parametro della Corte EDU, mediamente di Euro 1.000,00 per anno di ritardo, che può essere aumentato sino ad Euro 1.500,00, ovvero ridotto ad Euro 500,00, sicchè, nella specie, in via equitativa ed in via di prima approssimazione, nella specie poteva essere quantificato in Euro 1.900,00;

osservava che la quantificazione deve, tuttavia, essere operata avendo riguardo alle circostanze del caso concreto, non potendo equipararsi una controversia diretta ad evitare un danno a quella mirante ad ottenere un lucro, e, nella specie, tenuto conto dell’esito del giudizio, del valore economicamente modesto della pretesa, quale è dato rilevare dalla lettura della sentenza e, implicitamente, del rigetto della domanda, sussistevano i presupposti per ridurre del 50% la misura indennitaria media.

Per la cassazione di questo decreto ha proposto ricorso D. F., affidato a tre motivi; ha resistito con controricorso la Presidenza del Consiglio dei ministri; non ha svolto attività difensiva il Ministero dell’economia e delle finanze.

Osserva:

1.- Il primo motivo denuncia violazione dell’art. 36 Cost., art. 6, par. 1, CEDU, L. n. 89 del 2001, art. 2 (art. 360 c.p.c., n. 3). In sintesi, il ricorrente censura la quantificazione dell’indennizzo per il danno non patrimoniale e, richiamando alcune sentenze di questa Corte, pone la seguente questione, sintetizzata nel quesito di diritto: in tema di danno da equa riparazione conseguente alla durata irragionevole del processo per le cause previdenziali e di lavoro a quo meritevoli ex se di particolare accelerazione nel procedimento a quo il giudice dell’equa riparazione non può che applicare il parametro speciale di Euro 2.000,00, ovvero di Euro 1.500,00 ad anno di ritardo, e comunque il parametro minimo (e non medio) applicabile è pari ad euro 1.000,00 per ogni anno di durata irragionevole.

Il ricorrente, con il secondo motivo, denuncia violazione dell’art. 38 Cost., art. 6, par. 1, CEDU, L. n. 89 del 2001, art. 2 (art. 360 c.p.c., n. 3), censurando il decreto nella parte in cui ha ritenuto rilevante, al fine della quantificazione dell’indennizzo, la finalità della controversia, il suo esito, il valore della pretesa e si conclude con quesito di diritto diretto ad ottenere l’affermazione dell’irrilevanza di dette circostanze nei giudizi in materia di lavoro e previdenziale, nei quali l’indennizzo spetta in misura di _ 2.000,00 per anno, e comunque di Euro 1.500,00, o Euro 1.000,00, per anno di ritardo.

Il terzo motivo denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5) e violazione dell’art. 96 c.p.c., nella parte in cui il decreto ha ritenuto il valore economicamente modesto della pretesa, che invece non sussisterebbe, omettendo di indicare gli elementi a conforto di detta conclusione.

2.- I motivi, da esaminare congiuntamente, in quanto giuridicamente e logicamente connessi, sembrano manifestamente infondati.

Le censure, concernenti esclusivamente la misura dell’indennizzo per il danno non patrimoniale, vanno decise dando continuità all’orientamento di questa Corte che, sul punto, ha espresso i seguenti principi:

i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte europea non possono essere ignorati dal giudice nazionale, che deve riferirsi alle liquidazioni effettuate in casi simili dalla Corte di Strasburgo, considerando che detta Corte ha individuato nell’importo compreso fra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 per anno il parametro per la quantificazione dell’indennizzo (per tutte, Cass. S.U. n. 1340 del 2004; Cass. n. 30571 e n. 29554 del 2008; n. 23844 del 2007), che segna l’ambito della ponderazione affidata al giudice del merito, la cui osservanza esonera da una specifica motivazione, vieppiù in difetto della prospettazione di specifici elementi, relativi alla fattispecie controversa, dedotti dalla parte e ragionevolmente espressivi delle circostanze che consentano di non osservarlo;

i giudici europei hanno affermato che l’attribuzione di un indennizzo più elevato va riconosciuto nel caso in cui la controversia riveste una certa importanza ed ha, quindi, fatto un elenco esemplificativo, comprendente le cause di lavoro e previdenziali; tuttavia, ciò non implica alcun automatismo, ma significa soltanto che dette cause, in considerazione della loro natura, è probabile che siano di una certa importanza, e non significa affatto che per esse il parametro sia di Euro 2.000,00 per anno (tra le molte, Cass. n. 30571 e n. 18012 del 2008);

il danno non patrimoniale va quantificato in applicazione del citato parametro, con la facoltà di apportare le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda (quali: l’entità della posta in gioco, il numero dei tribunali che hanno esaminato il caso in tutta la durata del procedimento ed il comportamento della parte istante; per tutte, Cass. n. 30571 n. 30570 n. 29494 del 2008) e la deroga, purchè motivata e non irragionevole esclude il vizio di violazione di legge (tra le molte, Cass. n. 6898 del 2008; n. 23844 del 2007);

la Corte EDU ha, infatti, affermato che la somma concessa dipende dall’apprezzamento del giudice nazionale (sentenza 5 luglio 2007, ricorso n. 62157 c. Italia), che può essere svolto anche in via equitativa, in quanto lo stesso giudice europeo ha indicato di avere privilegiato un approccio che ha reso necessaria la fissazione di parametri secondo principi di equità per i risarcimenti di danni non patrimoniali (sentenza della Grande Camera 29 marzo 2006, sul ricorso n. 64886/01 c. Italia), censurando il discostamento dal parametro minimo da essa fissato soltanto qualora sia manifestamente irragionevole (per tutte sentenza della Grande Camera 29 marzo 2006, sul ricorso n. 65102/01 c. Italia); in particolare, dalla giurisprudenza della Corte EDU e da nove sentenze della Grande Camera del 29 marzo 2006 (Scordino n. 1, Apicella, Cocchiarella, Musei, Mustacciuolo 1 e 2, Procaccino, Riccardi Pizzato, Zullo) si desume che è reputato adeguato un indennizzo non inferiore al 45% di quello, di regola, ottenibile dal giudice europeo, evidentemente avendo riguardo anche al parametro di Euro 1.000,00;

l’osservanza del parametro vale di per sè ad integrare una motivazione sufficiente ed idonea, specie in difetto della deduzione ad opera della parte delle circostanze riferite al caso concreto, non basate su argomentazioni standard e stereotipate (riferibili, quindi, all’entità della controversia, alle condizioni economico- patrimoniali della parte, all’interesse dimostrato al processo, anche in riferimento ai tempi di proposizione delle impugnazioni ed al ricorso a strumenti sollecitatori), in grado di evidenziare gli elementi non considerati, in tesi idonei a dimostrare i presupposti per una più elevata liquidazione;

la precettività, per il giudice nazionale, non concerne il profilo relativo al moltiplicatore di detta base di calcolo, in quanto, sul punto, è vincolante la L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 3, lett. a), non incidendo la modalità di calcolo da questo stabilita sulla complessiva attitudine di detta legge ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo (tra le tante, Cass. n. 11566 e n. 1354 del 2008; n. 23844 del 2007).

In questi termini, dando continuità a detta giurisprudenza, sono i principi di diritto che possono essere enunciati in relazione ai motivi in esame, che ne dimostrano la manifesta infondatezza.

La Corte d’appello, dopo avere correttamente identificato il parametro del giudice europeo (oscillante tra Euro 1.000,00 e 1.500,00), come risulta dalla motivazione riportata nella narrativa, ha correttamente affermato che dallo stesso era possibile discostarsi, fondando detta conclusione indicando proprio gli elementi già ritenuti valorizzatali da questa Corte, consistenti nel criterio della posta in gioco (quindi, avendo riguardo al valore economicamente modesto della pretesa), dell’esito del giudizio (negativo) e della natura della controversia (volta ad ottenere il riconoscimento di un diritto insussistente), riducendo in base ad esse l’indennizzo in una misura ragionevole.

Infatti, esclusa la riferibilità al parametro di Euro 2.000,00, per quanto sopra precisato, sulla scorta di detti elementi il giudice del merito ha fissato un indennizzo di Euro 500,00 per anno di ritardo, corrispondente al 50% di quello liquidato dal giudice europeo, per ciò stesso non irragionevole, secondo la stessa Corte EDU, esplicitando le ragioni a conforto di detta conclusione.

A fronte della sintetica, ma sufficiente, motivazione riportata nella narrativa, immune da vizi logici ed incongruenze, il ricorrente formula censure che si risolvono in deduzioni astratte e stereotipate, del tutto prive di aderenza al caso di specie. In particolare, il decreto indica il valore modesto della controversia, facendo riferimento alla sentenza resa nel giudizio presupposto, mentre il ricorrente censura sul punto il provvedimento senza neppure darsi carico di indicare quale fosse invece il valore della medesima, così da evidenziare l’eventuale incongruenza dell’affermazione.

Inoltre, affidano ad argomenti standardizzati le doglianze, omettendo di indicare, benchè sarebbe stato agevole, quali elementi specifici -non desumibili, per quanto sopra precisato, dalla mera natura della causa- avesse dedotto (e provato) per dimostrare di avere subito una stress di rilevanza tale da legittimare il discostamento dal parametro della Corte EDU. Tanto, avendo riguardo all’entità delle somme controverse, alla situazione economico-patrimoniale, all’esito della causa (non rilevante in sè per negare l’indennizzo, ma apprezzabile per la quantificazione del medesimo), circostanze che non indica, o delle quali si disinteressa del tutto. A questo fine è, infatti, evidentemente insufficiente la apodittica affermazione che l’indennità oggetto del giudizio presupposto sarebbe rilevante, in difetto di ogni ulteriore precisazione e, in violazione del principio di autosufficienza, della trascrizione dei documenti dai quali desumere il dato, anche in correlazione alla situazione economico-patrimoniale dell’istante.

Le spese di questa fase potranno seguire la soccombenza. Pertanto, il ricorso, stante la manifesta infondatezza, nei termini sopra precisati, può essere trattato in Camera di consiglio, ricorrendo i presupposti di legge”.

3.- Il Collegio ritiene di non poter condividere le conclusioni della relazione perchè secondo la più recente giurisprudenza della Corte di Strasburgo, qualora non emergano elementi concreti in grado di farne apprezzare la peculiare rilevanza, l’esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattiva di un danno e non indebitamente lucrativa, alla luce di quelle operate dal giudice nazionale nel caso di lesione di diritti diversi da quello in esame, impone di stabilirla, di regola, nell’importo non inferiore ad Euro 750,00, per anno di ritardo, in virtù degli argomenti svolti nella sentenza di questa Corte n. 16086 del 2009, i cui principi vanno qui confermati, con la precisazione che tale parametro va osservato in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, dovendo aversi riguardo, per quelli successivi, al parametro di Euro 1.000,00, per anno di ritardo, dato che l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno.

Il decreto impugnato, dunque, deve essere cassato e, non sussistendo necessità di ulteriori accertamenti in fatto, la Corte può decidere nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., liquidando, per il ritardo accertato dal giudice del merito (a. 1 e m. 10) la somma di Euro 1.375,00 oltre interessi dalla domanda.

Le spese processuali del giudizio di legittimità – in considerazione del parziale accoglimento della domanda (Euro 10.000,00) – possono essere compensate per la metà.

PQM

La Corte, accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna l’Amministrazione a corrispondere al ricorrente la somma di Euro 1.375,00 per indennizzo, gli interessi legali su detta somma dalla domanda e le spese del giudizio:

che determina per il giudizio di merito nella somma di Euro 50,00 per esborsi, Euro 280,00 per diritti e Euro 445,00 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge; che compensa in misura di 1/2 per il giudizio di legittimità, gravando l’Amministrazione del residuo 1/2 e che determina per l’intero in Euro 525,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 22 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2010

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