Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13179 del 30/06/2020

Cassazione civile sez. VI, 30/06/2020, (ud. 15/01/2020, dep. 30/06/2020), n.13179

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – rel. Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14740-2018 proposto da:

C.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GERMANICO 96,

presso lo studio dell’avvocato BRUNO TAVERNITI, rappresentata e

difesa dall’avvocato FIORENZO CIERI;

– ricorrente –

contro

ARAP – AZIENDA REGIONALE ATTIVITA’ PRODUTTIVE, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

POMPEO MAGNO 23/A, presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO PROIA,

rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCO DI TEODORO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 885/2017 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 02/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 15/01/2020 dal Consigliere Relatore Dott. LEONE

MARGHERITA MARIA.

Fatto

RILEVATO

CHE:

La Corte di appello di L’Aquila con la sentenza n. 885/2017, accogliendo l’appello proposto da ARAP – Azienda regionale attività produttive, aveva rigettato la originaria domanda proposta da C.R. nei confronti di ARAP, diretta al riconoscimento delle superiori mansioni svolte ed all’inquadramento nella posizione C. La Corte territoriale aveva ritenuto coerenti le mansioni svolte con il livello di inquadramento già posseduto e carenti le richieste istruttorie rispetto al grado di autonomia decisionale e alla discrezionalità richiesta, nonchè alla assunzione di responsabilità caratterizzanti il profilo di inquadramento rivendicato.

Avverso detta decisione la C. aveva proposto ricorso affidato a tre motivi cui aveva resistito con controricorso la ARAP.

Veniva depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Entrambe le parti depositavano successiva memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1)- Con il primo motivo è dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 115,116 e 112 c.p.c., e dell’art. art. 2719 c.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 3, per il contrasto tra la decisione di appello e la Delib. n. 165 del 2013 del COASIV, ricognitiva delle mansioni svolte dalla ricorrente.

Quest’ultima ha rilevato che erroneamente la Corte, riqualificando le mansioni svolte, aveva ritenuto che le stesse non rientrassero nel profilo C, pur se le attività di lavoro erano state descritte dalla Delib. n. 165 del 2013, di provenienza datoriale, e fossero riferibili all’inquadramento richiesto.

2) Con il secondo motivo è dedotta sempre la violazione di legge artt. 2735 e 2732 c.c., art. 112 c.p.c., artt. 2697 e 1322 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per contrasto della decisione del giudice con la Delib. n. 165 del 2013, contenente l’esatta descrizione delle mansioni svolte e dotata di valore confessorio per la parte datoriale. I motivi, da trattare congiuntamente, sono inammissibili.

Entrambi risultano inconferenti rispetto alla decisione del giudice di appello, in quanto la Corte ha individuato le mansioni svolte come risultanti anche dalla delibera, e quindi considerando quest’ultima, peraltro escludendo che le attività svolte avessero i tratti peculiari e distintivi del profilo rivendicato (attività di tipo tecnico gestionale o direttivo con responsabilità di risultati).

Altresì inammissibili i motivi per l’errato richiamo alla violazione di legge ed infine inammissibili perchè afflitti da carenza di specificazione in quanto non trascritta la delibera posta a fondamento delle censure avanzate.

3) Eguale valutazione di inammissibilità è riferibile alla dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, dell’art. 281 sexiesc.p.c., comma 1, dell’art. 111 Cost. per insufficiente o carente motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per non aver, la cortei spiegato le ragioni circa la natura non confessoria della Delib. n. 165 del 2013.

Come già rilevato, il giudice d’appello non disattende il contenuto della delibera, ma non ritiene le attività ivi indicate sufficienti ad integrare i connotati delle mansioni superiori.

4) Con ulteriore motivo parte ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del CCNL per i lavoratori dipendenti dei Consorzi di Sviluppo Industriale aderenti al FICEI, in particolare dell’art. 24 e art. 28 e dell’art. 2103 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, Come anche indicato dalla stessa ricorrente (pg. 11 ricorso) la corte d’appello ha esaminato il contratto collettivo valutandone il contenuto ai fini del decidere. Rispetto a tale valutazione, parte ricorrente non indica quali siano gli errori in cui sarebbe incorso il giudice e quali, dunque, le violazioni denunciate, atteso che le censure poste attengono alla valutazione delle risultante istruttorie, estranee al giudizio di legittimità. Il motivo deve essere rigettato.

5) Con l’ultimo motivo è denunciata la violazione e falsa applicazione art. 437 c.p.c., comma 2, degli artt. 421 e 253 c.p.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per la mancata ammissione dei mezzi istruttori e il mancato utilizzo dei poteri istruttori.

Deve preliminarmente rilevarsi che questa Corte ha in più occasioni chiarito che “Il ricorrente ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il giudice di legittimità deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative” (Cass. n. 19985/2017; Cass. n. 23194/2017).

Nessuna specifica indicazione delle circostanze oggetto di prova è stata fatta dalla parte ricorrente con effetti che determinano la genericità e carenza di specificazione della censura.

Quanto ai poteri previsti dall’art. 421 c.p.c., invocati dalla parte ricorrente, deve richiamarsi e darsi seguito al principio secondo cui nel rito del lavoro, l’acquisizione di nuovi documenti o l’ammissione di nuove prove da parte del giudice di appello rientra tra i poteri discrezionali allo stesso riconosciuti dagli artt. 421 e 437 c.p.c., e tale esercizio è insindacabile in sede di legittimità anche quando manchi un’espressa motivazione in ordine alla indispensabilità o necessità del mezzo istruttorio ammesso, dovendosi la motivazione ritenere implicita nel provvedimento adottato (Cass. 19 dicembre 2012 n. 26117). Peraltro anche l’esercizio dei poteri d’ufficio attribuiti al giudice devono conciliarsi con gli oneri allegatori incombenti sulle parti. Il motivo è quindi inammissibile.

Il ricorso deve essere rigettato.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate in favore della controricorrente nella misura di cui al dispositivo.

Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 3.500,00 per compensi ed Euro 200,00 per spese oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 15 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2020

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