Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13165 del 28/05/2010

Cassazione civile sez. lav., 28/05/2010, (ud. 04/03/2010, dep. 28/05/2010), n.13165

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

Dott. DI CERBO Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. BALLETTI Bruno – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.E.P., P.M.T., D.G.

A., domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso LA CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi

dall’avvocato SILVESTRI PATRIZIA, giusta mandato a margine del

ricorso;

– ricorrenti –

contro

CROCE ROSSA ITALIANA SCUOLA INFERMIERI PROFESSIONALI, in persona del

legale rappresentante pro tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 661/2005 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 28/07/2005 R.G.N. 34/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/03/2010 dal Consigliere Dott. DI CERBO Vincenzo;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di l’Aquila, in riforma della sentenza di prime cure, rigettava la domanda, proposta dalle infermiere professionali D.E.P., D.G.A., e P.M. T. nei confronti della Croce Rossa Italiana (CRI), avente ad oggetto il pagamento dell’indennita’ ed. speciale in relazione alle mansioni di capo sala dalle stesse svolte, indennita’ che non era stata loro corrisposta in virtu’ dell’accordo integrativo aziendale del 25 marzo 1997, che aveva previsto la non cumulabilita’ dell’indennita’ infermieristica con altre indennita’ e quindi anche con l’indennita’ speciale.

Osservava che le nuove indennita’ non avevano prodotto alcun peggioramento retributivo e che non vi era un interesse giuridicamente rilevante delle lavoraticele quali in sostanza lamentavano che un beneficio retributivo era stato esteso ad altri lavoratori.

Per la cassazione di tale sentenza le lavoratrici propongono ricorso affidato a tre motivi. La Croce Rossa Italiana (CRI) resiste con controricorso notificato peraltro tardivamente (il ricorso e’ stato notificato il 26 luglio 2006 e il controricorso il 12 novembre 2007).

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo le ricorrenti denunciano vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia nonche’ violazione o falsa applicazione di norme di diritto. Deducono l’erroneita’ della sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato che la contrattazione collettiva aveva modificato la norma di cui al D.P.R. n. 268 del 1987, art. 23, comma 4) che aveva previsto l’indennita’ speciale per remunerare attivita’ caratterizzate da disagio, gravosita’ e complessita’ nonche’ funzioni di coordinamento. Ed infatti, ad avviso delle ricorrenti, ne’ il c.c.n.l. dei dipendenti degli enti pubblici non economici, ne’ l’accordo integrativo aziendale per il 1997 contenevano riferimenti, nemmeno impliciti, ad una modifica dell’indennita’ speciale. La non cumulabilita’ delle indennita’ prevista dalla disciplina collettiva riguardava soltanto le indennita’ disciplinate dal c.c.n.l. e non si estendeva pertanto all’indennita’ in esame, disciplinata dal D.P.R. sopra richiamato.

Col secondo motivo le ricorrenti denunciano vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia nonche’ violazione o falsa applicazione di norme di diritto con riferimento all’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui l’introduzione del nuovo trattamento indennitario non aveva comportato un peggioramento retributivo per le ricorrenti. Infatti la nuova indennita’ costituiva un miglioramento contrattuale esteso a tutte le lavoratrici dell’area sanitaria ma non conteneva alcuna forma di remunerazione legata alle funzioni di coordinamento tipiche delle attivita’ delle caposala.

Contestano, sotto altro profilo, l’affermazione, pure contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui le ricorrenti sarebbero prive di in interesse giuridicamente rilevante. Ed infatti l’oggetto della causa non presuppone l’eliminazione del beneficio retributivo attribuito a tutte le infermiere, ma e’ costituito dal mantenimento della indennita’ speciale, tipica delle caposala, in aggiunta ai nuovi benefici indennitari introdotti dalla contrattazione collettiva.

Col terzo motivo le ricorrenti denunciano nullita’ della sentenza e vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia.

Deducono che la Corte territoriale avrebbe omesso di pronunciarsi sulla domanda, ritualmente proposta in primo grado e ribadita in appello, basata sull’assunto che la nuova normativa non poteva avere decorrenza retroattiva e pertanto l’indennita’ speciale gia’ corrisposta non poteva essere recuperata.

I primi due motivi, che devono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili per violazione del principio dell’autosufficienza.

Essi infatti sono basati, in buona sostanza, sull’assunto di una erronea interpretazione, da parte del giudice di merito, delle disposizioni del contratto collettivo di categoria e dell’accordo integrativo aziendale che disciplinano il sistema delle indennita’.

Orbene, secondo il costante insegnamento di questa Corte di legittimita’ (cfr., ad esempio, Cass. 17 luglio 2007 n. 15952), il ricorso per Cassazione – per il principio di autosufficienza – deve contenere in se’, a pena di inammissibilita’, tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito e, altresi’, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessita’ di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito. In particolare e’ stato precisato (cfr., ex plurimis, Cass. 11 luglio 2007 n. 15489) che qualora, con il ricorso per Cassazione, venga fatta valere la inesatta interpretazione di una norma contrattuale collettiva, il ricorrente e’ tenuto, in ossequio al principio dell’autosufficienza del ricorso, a riportare nello stesso il testo della fonte pattizia invocata, al fine di consentirne il controllo al giudice di legittimita’, che non puo’ sopperire alle lacune dell’atto di impugnazione con indagini integrative. Nel caso di specie, poiche’ le ricorrenti hanno del tutto omesso di riportare il testo delle disposizioni del c.c.n.l. di categoria e dell’accordo aziendale che disciplinano il sistema delle indennita’ e che le stesse invocano per censurare (con i primi due motivi) la sentenza impugnata, i suddetti motivi devono essere dichiarati inammissibili.

Il terzo motivo e’ infondato.

Secondo il costante insegnamento di questa Corte (Cass. 21 luglio 2006 n. 16788; Cass. 9 maggio 2007 n. 10636; Cass. 10 maggio 2007 n. 10696), per integrare gli estremi del vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di un’espressa statuizione del giudice, ma e’ necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto: cio’ non si verifica quando la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione, dovendo ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con l’impostazione logico – giuridica della pronuncia.

Nel caso di specie la Corte di merito ha motivato la propria decisione, fra l’altro, osservando che per le ricorrenti il nuovo trattamento non solo non era peggiorativo, ma anzi era notevolmente migliorativo rispetto a quello dalle stesse in precedenza fruito e che la nuova indennita’ introdotta dal c.c.n.l. e recepita dall’accordo integrativo aziendale 25 marzo 1997 non era cumulabile con l’indennita’ c.d. speciale precedentemente percepita. E’ pertanto evidente che da tale impostazione discende il rigetto implicito della domanda di rimborso della somma (L. 200.000) erogata a ciascuna delle ricorrenti a titolo di indennita’ speciale e poi recuperata dal datore di lavoro. Ed infatti tale recupero doveva ritenersi pienamente legittimo in quanto, in relazione alla corresponsione della nuova indennita’ prevista dalla normativa collettiva, le somme erogate a titolo di indennita’ speciale non erano piu’ dovute.

Il ricorso deve essere in definitiva rigettato.

Nulla deve essere disposto in tema di spese del giudizio di cassazione atteso che il controricorso deve essere considerato inammissibile perche’ notificato oltre il termine fissato dall’art. 370 c.p.c. e che nessuno e’ comparso all’udienza di discussione.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso; nulla spese.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2010

 

 

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