Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13123 del 28/05/2010

Cassazione civile sez. II, 28/05/2010, (ud. 14/04/2010, dep. 28/05/2010), n.13123

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 2069-2005 proposto da:

L.V. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA COLFELICE 30, presso lo studio dell’avvocato ACCOTI ANDREA

VINCENZO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

S.E., in proprio e quale procuratrice speciale di

P.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PRINCIPE

AMEDEO 126, presso lo studio PAOLA D’ELIA & SERAFINO

CONFORTI,

rappresentata e difesa dall’avvocato NUCCI ORNELLA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 548/2003 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 10/12/2003;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/04/2010 dal Consigliere Dott. VINCENZO CORRENTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MARINELLI Vincenzo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 18.9.87 P.S., G.A., C.P., M.C., A.A. e S. E. convenivano davanti al Pretore di Trebisacce L.P.V. esponendo di essere proprietari di appartamenti costituenti unico edificio in (OMISSIS), con adiacente uno spazio di isolamento. Tre anni prima il L.P., proprietario di una parte del piano terra, aveva illegittimamente apposto un cancello in ferro all’ingresso dello spazio condominiale impedendo agli istanti di servirsene. Chiedevano la declaratoria di proprietà dello spazio e la condanna alla rimozione de cancello e dei manufatti realizzati.

Il convenuto resisteva deducendo di essere proprietario esclusivo del cortile per averlo acquistato con atto (OMISSIS).

Espletate due ctu, il Pretore, con sentenza 1.12.1998, rigettava la domanda Proponeva appello S.E. in proprio e quale procuratrice di P.S., resisteva il L.P. proponendo appello incidentale per la compensazione delle spesse la Corte di appello di Catanzaro. con sentenza n. 548/03, in riforma, dichiarava che la corte o cortile si apparteneva a tutti i condomini, condannando il L.P. al rilascio, alla rimozione del cancello e dei manufatti e compensava le spese.

La Corte territoriale faceva riferimento alle ctu, alla circostanza che la corte serviva da accesso al pianterreno ed a soddisfare esigenze generali e fondamentali del condominio; non risultando diversamente dal titolo ricadeva nelle parti comuni non essendo dato leggere, nel primo atto di trasferimento, la volontà di escluderlo, con l’inefficacia dell’acquisto della proprietà esclusiva del L. P.. Ricorre L.P. con due motivi, congiuntamente trattati, illustrati da memoria, resiste controparte in proprio e nella qualità.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo si denunzia violazione di norme di diritto e col secondo omessa-insufficiente motivazione.

Il giudice di secondo grado ha erroneamente interpretato l’art. 1117 c.c., la realtà fattuale, appurata dai ctu, denota che la corte è pertinenza esclusiva del L.. Le censure, pur con richiami a brani delle ctu, non superano la motivazione della sentenza, che si basa essenzialmente sull’esame dei titoli per affermare l’inesistenza della esclusione dalle parti comuni nel primo trasferimento e, conseguentemente, l’inefficacia dell’acquisto della proprietà esclusiva nel secondo.

Di fronte a questa argomentazione, il ricorrente avrebbe dovuto svolgere rituale censura ex art. 1362 c.c. sui criteri di ermeneutica contrattuale utilizzati dalla corte territoriale, non essendo sufficiente il riferimento ad una asserita situazione di fatto relativa ad un rapporto pertinenziale col piano terra, incompatibile o comunque diverso dal l’affermato acquisto come proprietà esclusiva.

Il convincimento espresso dal giudice a quo risulta, in effetti, raggiunto mediante lo svolgimento d’attività interpretativa delle clausole contrattuali.

Ne consegue che il ricorrente avrebbe dovuto prospettare ogni questione al riguardo, anzi tutto, in relazione all’attività ermeneutica posta in essere dal giudice a quo, con puntuale riferimento ai singoli criteri legali d’ermeneutica contrattuale, e solo successivamente, una volta idoneamente dimostrato l’errore nel quale fosse eventualmente incorso al riguardo il detto giudice, avrebbe potuto procedere ad un’utile prospettazione delle ulteriori questioni d’erronea od inesatta applicazione di norme ed istituti, dacchè la disamina di tali questioni presuppone l’intervenuto accertamento dell’errore sull’interpretazione della volontà negoziale e non può, pertanto, aver luogo ove manchi siffatto previo accertamento d’un vizio che inficerebbe, sul punto, ab origine l’impugnata pronunzia, costituendo tale interpretazione il presupposto logico-giuridico delle conclusioni alle quali il giudice del merito è pervenuto poi sulla base di essa (Cass. 21.7.03 n. 11343, 30.5.03 n. 8809, 28.8.02 n. 12596).

E’ ben vero che i ricorrente ha inteso in qualche modo censurare la valutazione degli atti de quibus effettuata dal giudice a quo ed ha, all’uopo, svolto argomenti in senso contrario, tuttavia, quand’anche vi si volesse ravvisare una denunzia d’errore interpretativo, questa sarebbe, comunque, inidoneamente formulata ed insuscettibile d’accoglimento.

L’opera dell’interprete, infatti, mirando a determinare una realtà storica ed obiettiva, qual è la volontà delle parti espressa nel contratto, è tipico accertamento in fatto istituzionalmente riservato al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali d’ermeneutica contrattuale posti dall’art. 1362 c.c. e segg., oltre che per vizi di motivazione nell’applicazione di essi; pertanto, onde far valere una violazione sotto entrambi i due cennati profili, il ricorrente per cassazione deve, non solo, come già visto, fare esplicito riferimento alle regole legali d’interprelazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito siasi discostato dai canoni legali assuntivamente violati o questi abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti, non essendo consentito il riesame del merito in sede di legittimità (e pluribus, da ultimo, Cass. 9.8.04 n. 15381, 23.7.04 n. 13839, 21.7.04 n. 13579, 16.3.04 n. 5359, 19.1.04 n. 753).

Quanto, poi, al vizio di motivazione, la censura con la quale alla sentenza impugnata s’imputino i vizi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 deve essere intesa a far valere, a pena d’inammissibilità comminata dall’art. 366 c.p.c., n. 4 in difetto di loro puntuale indicazione, carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune, od ancora mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi; non può, per contro, essere intesa a far valere la non rispondenza della valutazione degli elementi di giudizio operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte ed, in particolare, non si può con essa proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento degli elementi stessi, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della norma stessa. Donde il rigetto del ricorso, con la conseguente condanna alle spese.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese liquidate in Euro 1200 di cui 1000 per onorari, oltre accessori.

Così deciso in Roma, il 14 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2010

 

 

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