Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13088 del 30/06/2020

Cassazione civile sez. trib., 30/06/2020, (ud. 19/11/2019, dep. 30/06/2020), n.13088

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – rel. Consigliere –

Dott. VENEGONI Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12929/2012 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato;

– ricorrente -R

contro

CURATELA FALLIMENTARE DELLA (OMISSIS) SRL.;

– intimata –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia, sezione n. 36, n. 59/34/11, pronunciata il 7/03/2011,

depositata il 04/03/2011.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 19 novembre

2019 dal Consigliere Guida Riccardo.

Fatto

RILEVATO

Che:

l’Agenzia delle Entrate ricorre per cassazione, sulla base di tre motivi, contro la Curatela del fallimento di (OMISSIS) Srl, rimasta intimata, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia che, con la sentenza menzionata in epigrafe, in controversia riguardante l’impugnazione di due avvisi di accertamento che recuperavano a tassazione, ai fini delle imposte dirette e dell’IVA, per gli anni d’imposta 2004 e 2005, costi indeducibili e indetraibili e omesse ritenute sui compensi per lavoro dipendente, previa riunione dei gravami dell’ufficio avverso le sentenze della CTP di Brescia (nn. 31/12/2008 e 100/08/2008), ha confermato le decisioni di primo grado;

la commissione regionale ha ritenuto preliminare la verifica della fondatezza dell’eccezione della società – all’epoca in bonis -, formulata in primo grado e riproposta con l’appello incidentale, di nullità degli avvisi di accertamento, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 42, per omessa indicazione delle aliquote applicate e, constatato che “dal tenore della decisione impugnata, e dalle affermazioni delle parti” risultava che le aliquote non erano indicate e che esse non potevano essere desunte dai dati e dagli elementi in possesso della contribuente, ha ravvisato la nullità degli avvisi;

il giudice d’appello ha poi soggiunto: “Inoltre, ed in via incidentale, si osserva che la sentenza di primo grado appare del tutto condivisibile per quanto concerne il merito della controversia, motivazioni queste che questo giudice, oltre a condividere, fa proprie, perchè del tutto prive di vizi logici.”.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con il primo motivo del ricorso, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, l’Agenzia premette che gli avvisi contenevano (oltre al recupero fiscale per omesse ritenute su taluni emolumenti corrisposti ai dipendenti), alcune riprese in materia (testuale) di IRPEG, IRAP e IVA e, quindi, censura la sentenza impugnata per avere affermato che l’omessa indicazione delle aliquote applicate determinasse la nullità degli atti impositivi, trascurando che le dette imposte si applicano ad aliquota fissa, onde la contribuente, mediante un semplice calcolo aritmetico, era in grado di risalire all’aliquota applicata;

con il secondo motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, riguardo alle ritenute d’acconto non versate dalla società, in relazione agli emolumenti corrisposti ai propri dipendenti (come “fuori busta” e per “spese non documentate”), l’Agenzia censura la sentenza impugnata, sotto altro profilo (rispetto alla precedente doglianza), e cioè per non avere considerato che l’ufficio aveva motivato, con chiarezza e precisione, il procedimento logico seguito per determinare le ritenute evase. In particolare, secondo la prospettazione erariale, essendo ignota la parte degli emolumenti non dichiarati (questi sì quantificati nel loro ammontare complessivo) ricevuta da ciascun dipendente, si era presunto che ogni lavoratore avesse percepito una frazione uguale dei maggiori compensi e, conseguentemente, era stata calcolata l’aliquota media sulla base delle aliquote marginali applicate alla generalità dei dipendenti;

con il terzo motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, l’Agenzia sostiene che, negli atti di gravame, in relazione a ciascun avviso, aveva devoluto all’esame della CTR una serie di questioni, contestando, dettagliatamente, le ragioni poste a base delle due decisioni di primo grado che, dal canto loro, avevano negato la fondatezza dei recuperi fiscali di costi indeducibili e indetraibili (spese di vitto e alloggio dei dipendenti; spese per acquisto di carburante) e delle omesse ritenute a titolo di acconto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche;

nel caso in cui l’affermazione del giudice d’appello di condividere “la sentenza di primo grado” (vedi supra) debba essere qualificata come autonoma ratio decidendi, l’Agenzia censura la sentenza per essere viziata da motivazione inesistente o apparente, a causa della mancata esposizione dei motivi di diritto su cui si reggeva;

il primo e il secondo motivo, da esaminare congiuntamente per connessione, sono fondati;

va precisato che l’IRES e l’IRAP sono applicate con aliquota fissa e che, quindi, l’omessa indicazione dell’aliquota, nell’atto impositivo, è priva di rilevanza;

nella fattispecie, inoltre, diversamente da quanto ha affermato la CTR, non vi è stata alcuna violazione dei principi di chiarezza e precisione dell’avviso di accertamento, desumibili dall’art. 42, cit., in quanto, con riferimento alle ritenute sugli emolumenti spettanti al 24% dei dipendenti, è stata applicata l’aliquota del 23%; con riferimento alle ritenute spettanti al 76% dei dipendenti, è stata applicata l’aliquota del 29%;

il terzo motivo è fondato;

a giudizio di questa Corte, la motivazione per relationem della sentenza d’appello, attuata mediante il richiamo e la condivisione delle decisioni di primo grado, in relazione al merito della controversia, costituisce un’autonoma ratio decidendi, come si desume dal contenuto delle sentenze della CTP di Brescia (riprodotto nel ricorso per cassazione) che, a loro volta, erano fondate su due distinte e concorrenti ragioni: (a) la nullità degli avvisi per mancanza dell’indicazione delle aliquote applicate; (b) l’infondatezza, nel merito, delle singole riprese fiscali;

svolta questa premessa, tornando all’esame del motivo d’impugnazione, le sezioni unite della Corte hanno statuito che: “La motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perchè affetta da “error in procedendo”, quando, benchè graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perchè recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto tale una motivazione caratterizzata da considerazioni affatto incongrue rispetto alle questioni prospettate, utilizzabili, al più, come materiale di base per altre successive argomentazioni, invece mancate, idonee a sorreggere la decisione).” (Cass. sez. un. 3/11/2016, n. 22232);

la Corte ha anche affermato che ricorre il vizio di omessa o apparente motivazione della sentenza allorquando il giudice di appello abbia sostanzialmente riprodotto la decisione di primo grado, senza illustrare neppure sinteticamente – le ragioni per cui ha inteso disattendere tutti i motivi di gravame, limitandosi a manifestare la sua condivisione della decisione di prime cure (Cass. 18/06/2018, n. 16057);

nella specie, la sentenza si è limitata a condividere le sentenze di primo grado, senza fare alcun riferimento ai motivi di gravame e senza illustrare il ragionamento seguito;

ne consegue che, accolti i tre motivi, la sentenza è cassata, con rinvio alla CTR della Lombardia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

la Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, in diversa composizione, alla quale demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 19 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2020

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