Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13087 del 15/06/2011

Cassazione civile sez. trib., 15/06/2011, (ud. 26/04/2011, dep. 15/06/2011), n.13087

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – Presidente –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Concetta – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente-

contro

SUOLIFICIO MONTELLESE SRL IN LIQUIDAZIONE, in persona del Liquidatore

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA CRESCENZIO 107

presso lo studio dell’avvocato PUCILLO ANNALISA, rappresentato e

difeso dall’avvocato TECCE GIACINTO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 36/2005 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

SALERNO, depositata il 18/03/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/04/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO VALITUTTI;

udito per il ricorrente l’Avvocato VOLPE ANTONIO, che si riporta;

udito per il resistente l’Avvocato TECCE GIACINTO, che ha chiesto il

rigetto e deposita la certificazione dell’Ufficio UNEP della Corte

d’Appello di Roma del 13/7/2006;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SORRENTINO Federico, che ha concluso per l’accoglimento del 1 motivo

di ricorso.

Fatto

1. Con sentenza n. 36/12/05, depositata il 18.3.05, la Commissione Tributaria Regionale della Campania rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate – Ufficio di S. Angelo dei Lombardi avverso la decisione di primo grado, con la quale era stato dichiarato il diritto della società Suolificio Montellese s.r.l., in liquidazione, ad ottenere il rimborso delle somme versate a titolo di tassa di concessione governativa, indebitamente versata per le annualità di imposta 1988-1992.

2. Il giudice di appello – confermando la sentenza di prime cure – riteneva, invero, illegittimo il rifiuto dell’amministrazione di concedere il suindicato rimborso, ritenendo irrilevanti, e comunque infondate, le eccezioni pregiudiziali e preliminari proposte dall’amministrazione finanziaria, e considerando, del pari, irrilevante la mancata iscrizione, nel bilancio finale di liquidazione, del credito di imposta suindicato.

3. Per la cassazione della sentenza n. 36/12/05, ha proposto ricorso l’Agenzia delle Entrate articolando due motivi, ai quali l’intimata ha replicato con controricorso.

Diritto

1. Osserva, in via pregiudiziale, la Corte che deve ritenersi del tutto infondata l’eccezione di inammissibilità del ricorso per tardività, proposta dall’intimata nel controricorso, sotto il profilo che l’atto di gravame sarebbe stato proposto dall’amministrazione oltre il termine annuale previsto dall’art. 327 c.p.c..

1.1. Dall’esame della sentenza impugnata si desume, invero, che tale decisione è stata depositata dalla Commissione Tributaria Regionale della Campania in data 18.3.05, e che la stessa non è stata notificata, come, del resto, è incontroverso tra le parti. Ne deriva che deve applicarsi nel caso di specie, ai fini della verifica della tempestività dell’impugnazione, il termine di un anno previsto dall’art. 327 c.p.c. (nel testo previgente, temporalmente applicabile alla fattispecie). Al suddetto termine, che va calcolato “ex nominatione dierum”, prescindendo, cioè, dal numero dei giorni dai quali è composto ogni singolo mese o anno, devono, tuttavia, aggiungersi 46 giorni, ai sensi del combinato disposto dell’art. 155 c.p.c., comma 1 della L. n. 742 del 1969, art. 1, comma 1 non dovendosi tenere conto dei giorni tra il primo agosto ed il quindici settembre di ogni anno, per effetto della sospensione dei termini processuali durante il periodo feriale (cfr., tra le tante, Cass. 8850/03, 15530/04, 6748/05, S.U. 21197/09).

Va, inoltre, rilevato che, a seguito della sentenza n. 427/02 della Corte Costituzionale – secondo cui la notifica di un atto processuale si intende perfezionata, per il notificante, al momento della consegna del medesimo all’ufficiale giudiziario – la tempestività del ricorso per cassazione postula che la consegna della copia del ricorso, per la spedizione a mezzo posta, venga effettuata nel suindicato termine perentorio, e che l’eventuale tardività della notifica possa essere imputata esclusivamente ad errori o all’inerzia dell’ufficiale giudiziario o dei suoi ausiliari, e non a responsabilità del notificante (Cass. S.U. 7607/10, Cass. 10693/07, 6547/08).

1.2. Premesso quanto precede, rileva la Corte che – nel caso di specie – l’impugnata sentenza è stata depositata in data 18.3.05, laddove il ricorso risulta consegnato all’ufficiale giudiziario, per la spedizione a mezzo posta, in data 3.5.06, ossia l’ultimo giorno utile per la notifica, ai sensi dell’art. 327 c.p.c. Il ricorso in esame deve essere, pertanto, considerato tempestivo.

2. Premesso quanto precede, va rilevato che, con il primo motivo di ricorso, articolato in due censure, l’Agenzia delle Entrate deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., degli artt. 2946 e 2969 c.c., del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 19 e 21 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

2.1. Osserva, invero, l’amministrazione ricorrente che la CTR, dopo avere ritenuto ammissibili le eccezioni pregiudiziali e preliminari proposte dall’Ufficio, e cioè l’eccezione di inammissibilità del ricorso del contribuente, perchè proposto avverso un atto meramente confermativo, nonchè le eccezioni di intervenuta prescrizione e decadenza del diritto della società Suolificio Montellese s.r.l. al rimborso dell’imposta versata, ha, poi, del tutto omesso di trame le dovute conseguenze sul piano dell’inammissibilità o della infondatezza del ricorso proposto dalla contribuente.

Il giudice di appello sarebbe incorso, pertanto, ad avviso dell’Agenzia delle Entrate, nel vizio di omessa pronuncia, ovvero di omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia.

2.2. Premesso quanto precede, osserva la Corte che il primo motivo di ricorso si palesa pienamente fondato e deve, pertanto, essere accolto.

2.2.1. E’ bensì vero, infatti, che, secondo una consolidata giurisprudenza di questa Corte, è – in via di principio – contraddittoria la denuncia, in un unico motivo di ricorso, dei due distinti vizi di omessa pronuncia e di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia. Il primo, infatti, implica la completa omissione del provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto, e si traduce in una violazione del disposto dell’art. 112 c.p.c., che deve essere fatta valere esclusivamente a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 4, e non con la denuncia della violazione di norme di diritto sostanziale ex art. 360 c.p.c., n. 3, o del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5. Per converso, il secondo presuppone l’esame della questione oggetto di doglianza da parte del giudice di merito, sebbene se ne lamenti la soluzione in modo giuridicamente non corretto, ovvero senza adeguata giustificazione e deve essere, pertanto, denunciato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr., tra le tante, Cass. 27387/05, 11844/06, 15882/07).

Tuttavia, tale contraddittorietà viene meno – e con essa l’inammissibilità del motivo di ricorso – laddove non possa ragionevolmente stabilirsi se la sentenza impugnata abbia o meno esaminato la censura mossa dalla parte e, di conseguenza, non sia possibile appurare con certezza se l’abbia rigettata con una motivazione carente, oppure l’abbia del tutto trascurata, accantonandola, e pronunciandosi solo sulle altre questioni proposte dalla medesima parte (cfr. Cass. 27009/08).

2.2.2. Ebbene, nel caso concreto – come si evince dal ricorso e dall’impugnata sentenza – l’Agenzia delle Entrate, nel proprio atto di appello, aveva proposto, in via pregiudiziale e preliminare, le seguenti questioni: a) inammissibilità del ricorso, perchè proposto nei confronti di un atto meramente confermativo del diniego (silenzio- rifiuto) del rimborso richiesto dalla società contribuente; b) prescrizione decennale del diritto al rimborso; c) decadenza del diritto al rimborso, ai sensi del D.P.R. n. 641 del 1972, art. 13.

Nel merito, l’amministrazione appellante aveva, poi, eccepito che la mancata iscrizione del credito di imposta nel bilancio, da parte della società contribuente, costituiva preclusione alla richiesta di rimborso di quanto indebitamente corrisposto dalla medesima, a titolo di tassa di concessione governativa non dovuta.

Orbene, il giudice di appello, dopo avere ritenuto ammissibili, del tutto genericamente, “le eccezioni di rito” proposte dall’appellante le ha, poi, ritenute – con motivazione sintetica e assolutamente poco chiara – “irrilevanti in ordine a maturate situazioni di decadenza e/o di prescrizione, in relazione ai requisiti oggettivi temporali acquisiti agli atti del giudizio”. La CTR ha, quindi, concluso – in maniera del tutto apodittica – che “sul punto in contestazione (termine triennale di decadenza e di interessi applicabili) appare corretta ed immune da vizi la decisione dei primi giudici”.

La CTR si è, infine, pronunciata nel merito del gravame, escludendo che la mancata annotazione del credito di imposta nel bilancio finale di liquidazione possa comportare la preclusione della richiesta di rimborso avanzata dalla società contribuente.

2.2.3. Premesso quanto precede è evidente, ad avviso della Corte, che nel caso concreto sussiste la menzionata difficoltà di stabilire se l’impugnata sentenza abbia, o meno, esaminato la censura mossa dalla parte; situazione questa che legittima la contestuale denuncia, in un unico motivo, del vizio sia di omessa pronuncia che di omessa motivazione.

Ed infatti, a prima vista, la sentenza di appello, nel ritenere “ammissibili” le questioni pregiudiziali e prelimmari proposte dall’amministrazione appellante, parrebbe volerle prendere in esame.

Ed, in effetti, la CTR conclude – sia pure in maniera del tutto sintetica ed apodittica – che “sul punto in contestazione (…) appare corretta ed immune da vizi la decisione dei primi giudici”. Il che potrebbe indurre a ritenere che l’organo giudicante di secondo grado abbia inteso confermare la decisione di prime cure, disattendendo le questioni pregiudiziali e preliminari, sia pure con motivazione del tutto insufficiente.

E tuttavia, una più approfondita analisi della scarna motivazione della sentenza induce la Corte a ritenere che il vizio da cui tale decisione risulta affetta è, piuttosto, quello dell’omessa pronuncia ex artt. 112 e 360 n. 4 c.p.c..

La decisione sulle questioni suindicate, ritenute dalla CTR, nel loro insieme, “irrilevanti” ai fini del decidere, e dunque accantonate o stralciate, appare limitata, infatti, ad un vago accenno alla sola eccezione di decadenza triennale D.P.R. n. 641 del 1972, art. 13. Ed invero, la CTR, dopo avere affermato la correttezza della decisione di prime cure sul “punto in contestazione”, specifica, poi, tra parentesi, che tale punto sarebbe costituito dal “termine triennale di decadenza e di interessi applicabili” (sic).

Nessuna menzione delle questioni relative alla prescrizione decennale ed all’inammissibilità del ricorso intro-duttivo della contribuente, per la natura meramente confermativa dell’atto impugnato, è dato, per contro, ricavare dall’impugnata sentenza, dalla quale tali questioni risultano, pertanto, totalmente pretermesse.

2.2.4. Il primo motivo di ricorso deve essere, pertanto, accolto con riferimento al vizio di omessa pronuncia. L’impugnata sentenza va, pertanto, cassata, in relazione a tale motivo.

3. Con la seconda censura proposta avverso la decisione di secondo grado, l’amministrazione deduce, poi, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2497 c.c. e del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 55 nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

3.1. La ricorrente censura, invero, l’impugnata sentenza, per non avere il giudice di appello negato il diritto della contribuente al rimborso dell’imposta indebitamente versata, non avendo la medesima iscritto tale credito di imposta nel bilancio finale di liquidazione, al fine di consentirne all’amministrazione l’esame e di disporne il rimborso.

3.2. Il motivo è infondato e va disatteso.

3.2.1. Deve rilevarsi, infatti, che la materia del contendere, nei gradi di merito, si è incentrata sulla richiesta, proposta dalla società Suolificio Montellese s.r.l. in liquidazione, di rimborso della tassa di concessione governativa per l’iscrizione della società nel registro delle imprese, per ogni anno solare successivo all’iscrizione (tassa prevista dal D.L. n. 853 del 1984, art. 3 convertito in L. n. 17 del 1985), e sulla legittimità, o meno, del conseguente diniego opposto dall’amministrazione finanziaria alla richiesta di rimborso della società contribuente.

Ciò posto, osserva la Corte che il diritto della Suolificio Montellese s.r.l. al rimborso di detta tassa, per gli anni dal 1988 al 1992, prescinde del tutto – contrariamente a quanto assume l’amministrazione ricorrente dall’iscrizione del relativo credito di imposta nel bilancio finale di liquidazione. Ed invero, la tassa di concessione governativa suindicata è da considerarsi, senza dubbio, illegittima, in quanto contrastante con la direttiva CEE n. 335/69, e successive modificazioni (cfr. Cass. 15259/00), direttiva direttamente ed immediatamente applicabile – secondo un orientamento consolidato di questa Corte (Cass. 13849/04, 5480/04, 16876/03) nell’ordinamento nazionale, poichè avente un contenuto positivo, chiaro, preciso e dettagliato (ed. direttiva self executing).

Ne discende che il giudice nazionale, e del pari la pubblica amministrazione, sono, in ogni caso, obbligati a non applicare la normativa interna contrastante con la predetta direttiva, atteso che quest’ultima presenta i caratteri suindicati, essendo cioè, la medesima del tutto incondizionata e precisa, e quindi tale da non richiedere neppure attività alcuna di adeguamento del diritto interno a quello comunitario (Cass. 12716/04, 18276/04, 3553/09).

3.2.2. E’ del tutto evidente, pertanto, a parere della Corte, che in presenza di una siffatta direttiva comunitaria, e del conseguente obbligo dell’amministrazione di riconoscere il rimborso richiesto dal contribuente, rilevanza alcuna può assumere l’omessa indicazione di detto credito di imposta nel bilancio finale di liquidazione. Tale omissione formale non può, per vero, di certo inficiare il diritto di credito del contribuente al rimborso delle somme corrisposte, essendo tale diritto fondato su disposizioni comunitarie cogenti.

Per tutte le ragioni esposte, dunque, il secondo motivo di ricorso deve essere rigettato.

4. L’accoglimento del primo motivo di ricorso comporta la cassazione dell’impugnata sentenza, con rinvio ad altra sezione della CTR della Campania, che dovrà procedere ad un compiuto esame di tutte le questioni pregiudiziali e preliminari di merito, proposte dall’appellante Agenzia delle Entrate nel giudizio di secondo grado.

5. Il giudice di rinvio provvederà, altresì, alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE accoglie il primo motivo di ricorso; rigetta il secondo motivo; cassa l’impugnata sentenza, in relazione al motivo accolto, con rinvio ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale della Campania, che provvedere alla liquidazione anche delle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Tributaria, il 26 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2011

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