Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13083 del 15/06/2011

Cassazione civile sez. trib., 15/06/2011, (ud. 07/04/2011, dep. 15/06/2011), n.13083

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – Presidente –

Dott. FERRARA Ettore – Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

PASUBIO IMMOBILIARE SRL, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA XX SETTEMBRE 3 presso

lo studio dell’avvocato RAPPAZZO ANTONIO, che lo rappresenta e

difende giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DI MILANO (OMISSIS), in persona del

Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

e contro

MINISTERO DELLE FINANZE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 18/2005 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,

depositata il 18/05/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/04/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO VALITUTTI;

udito per il ricorrente l’Avvocato FABRIZIO CIPOLLARO per delega Avv.

RAPPAZZO ANTONIO, che ha chiesto l’accoglimento;

udito per il resistente l’Avvocato BARBARA TIDORE, che ha chiesto il

rigetto;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine

il rigetto.

Fatto

1. Con sentenza n. 18/26/05, depositata il 18.5.05, la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia rigettava l’appello proposto dalla Pasubio Immobiliare s.p.a. avverso la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano, con la quale era stato respinto il ricorso proposto dalla contribuente avverso l’avviso di rettifica in materia di IVA, emesso dall’Agenzia delle Entrate – Ufficio di Milano (OMISSIS), per l’anno di imposta 1993.

2. La CTR, condividendo le argomentazioni del giudice di prime cure, riteneva, invero, tempestivo l’avviso di rettifica notificato alla Pasubio Immobiliare s.p.a., essendo stati i termini, previsti dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 e segg. prorogati di due anni, in forza del condono di cui alla L. n. 413 del 1991.

Nel merito, il giudice di appello reputava che le fatture allegate dalla contribuente – in quanto redatte senza indicazione alcuna dei beni ceduti, in violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51 – dissimulassero, in sostanza, sub specie di cessione di beni, un’operazione di finanziamento a favore di un’altra azienda del gruppo.

3. Per la cassazione della sentenza della C.T.R. della Lombardia n. 18/26/05 ha proposto ricorso la Pasubio Immobiliare s.r.l. nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, formulando tre motivi, ai quali l’amministrazione ha replicato con controricorso.

Diritto

1. Con il primo motivo di ricorso, la Pasubio Immobiliare s.r.l.

deduce la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 1.

1.1. La ricorrente assume, invero, che – contrariamente a quanto affermato dal giudice di appello – la amministrazione finanziaria sarebbe decaduta dal potere di rettifica della dichiarazione annuale presentata dalla contribuente, per il decorso dei termini di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 1.

2. Con il secondo motivo di ricorso, la Pasubio Immobiliare s.r.l.

deduce, poi, la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 56, comma 2.

2.1. Si duole, infatti, la ricorrente del fatto che l’atto di accertamento non rechi l’indicazione degli elementi sui quali è fondata la rettifica, ossia degli “errori, omissioni e inesattezze”, che avrebbero dato origine all’accertamento.

In particolare, ad avviso della Pasubio Immobiliare s.r.l., la dichiarazione originale presentata dalla contribuente sarebbe del tutto difforme da quella posta dall’Agenzia delle Entrate a fondamento dell’avviso di rettifica impugnato nel presente giudizio.

3. Con il terzo motivo, la Pasubio Immobiliare s.r.l. deduce, infine, la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 4.

3.1. L’Ufficio avrebbe, invero, omesso di notificare alla contribuente un nuovo avviso di accertamento, ancorchè fosse venuta a conoscenza di elementi nuovi, che avevano comportato la modifica dell’addebito di sovrafatturazione, in quella di indicazione di un’operazione esente che avrebbe dovuto determinare un’indetraibilità dell’IVA. 4. Premesso quanto precede, osserva la Corte che il proposto ricorso si palesa del tutto inammissibile, essendo, anzitutto, i motivi di gravame proposti dalla Pasubio Immobiliare s.p.a. assolutamente generici, poichè privi di riferimenti specifici alle statuizioni dell’impugnata sentenza, oltre che non conformi al ed. principio di autosufficienza del ricorso.

4.1. Ed invero, giova rilevare, in proposito, che la sentenza della CTR della Lombardia n. 18/26/05 si fonda essenzialmente su due statuizioni. Con la prima, a carattere preliminare, la CTR reputava infondata l’eccezione di decadenza proposta dalla contribuente, sul presupposto che il condono di cui alla L. n. 413 del 1991 avesse prorogato i termini per l’accertamento in rettifica, di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 e segg..

Con la seconda statuizione, di merito, la decisione di appello reputava, poi, che le fatture allegate dalla contribuente – in quanto redatte senza indicazione alcuna dei beni ceduti, in violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 21, comma 2 – dissimulassero, in sostanza, sub specie di cessione di beni, un’operazione di finanziamento a favore di un’altra azienda del gruppo, in quanto tale non assoggettabile ad IVA. 4.2. Ebbene, a fronte delle suesposte statuizioni contenute nell’impugnata sentenza, la ricorrente, si è limitata a dedurre che l’accertamento in rettifica sarebbe stato emesso oltre il termine di decadenza, di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 1 – omettendo qualsiasi riferimento alla proroga dei termini ex L. n. 413 del 1991, posta dalla CTR a fondamento dell’impugnata sentenza – nonchè ad allegare che l’atto di accertamento non recherebbe l’indicazione degli elementi sui quali è fondata la rettifica, e che l’Ufficio avrebbe omesso di notificare alla contribuente un nuovo avviso di accertamento, ancorchè fosse venuto a conoscenza di elementi nuovi.

4.3. Ciò posto, osserva, al riguardo, la Corte che l’onere dell’indicazione specifica dei motivi di impugnazione, imposto dall’art. 366 c.p.c., n. 4, comporta che i motivi di ricorso che si traducano in doglianze assolutamente generiche, senza uno specifico riferimento alla fattispecie concreta, e senza la formulazione di critiche vertenti sull’impianto logico-giuridico della decisione di appello, o sul percorso argomentativo seguito dal giudice di secondo grado, devono essere considerati del tutto inammissibili (cfr., per indicazioni in tal senso, Cass.S.U. 36/07).

Nè il vizio di genericità ed indeterminatezza dei motivi di ricorso potrebbe mai essere sanato – come, in qualche modo, ha cercato di fare, nel caso concreto, la ricorrente – da integrazioni o aggiunte contenuti nella memoria di cui all’art. 378 c.p.c., la cui funzione è esclusivamente quella di illustrare e chiarire le ragioni giusti- ficatrici dei motivi già debitamente enunciati nel ricorso, e non già di integrare quelli originariamente generici e, pertanto, inammissibili (v. Cass. 7237/06). Ne discende che l’assoluta genericità dei motivi di ricorso articolati, nella specie, dalla Pasubio Immobiliare s.r.l. ne comporta l’irrimediabile inammissibilità.

4.4. Le censure suindicate, poi, ed in special modo la seconda e la terza, appaiono altresì non conformi al c.d. principio di autosufficienza – posto a presidio della corretta delimitazione del thema decidendum del giudizio di cassazione – che postula che il ricorso contenga in sè tutti gli elementi necessari per individuare le ragioni poste a fondamento della richiesta di annullamento della sentenza impugnata, e per valutare la fondatezza di tali ragioni, di modo che il giudice di legittimità possa avere, senza dovere ricorre ad altri atti, compresa la sentenza impugnata, una chiara e completa visione dell’oggetto dell’impugnazione, dello svolgimento del processo (art. 366 c.p.c., n. 3) e della posizione in esso assunta dalle parti (cfr., tra le tante, Cass. 6023/09, 15952/07, 7392/04).

Orbene, nel caso di specie, la Pasubio Immobiliare non ha nè trascritto, nè depositato, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., n. 4, l’avviso di accertamento, al fine di consentire alla Corte di accertare se fossero stati, o meno, indicati nell’atto gli elementi su cui era stata fondata la rettifica, e se fossero stati effettivamente introdotti nell’avviso di accertamento – come dedotto dalla ricorrente – elementi nuovi, rispetto a quelli portati a conoscenza del contribuente, e tali da richiedere la notifica di un nuovo avviso in rettifica, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 4.

5. Ciò posto, deve, altresì, soggiungersi che il ricorso proposto dalla Pasubio Immobiliare s.r.l. va considerato inammissibile, ad avviso della Corte, anche sotto un diverso profilo.

Va, per vero, osservato che qualora la sentenza del giudice di merito si fondi su più ragioni autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente idonea a sorreggere la decisione, l’omessa impugnazione, con ricorso per cassazione, anche di una sola di tali ragioni, determina l’inammissibilità, per difetto di interesse, anche del gravame proposto avverso le altre. E’ di tutta evidenza, infatti, che l’eventuale accoglimento del ricorso, con riferimento agli altri motivi, non inciderebbe sulla ratio decidendi non censurata, per cui l’impugnata sentenza resterebbe pur sempre fondata, del tutto legittimamente, su di essa (cfr., in tal senso, Cass. 2811/06, 21431/07, S.U. 16602/05).

5.1. Orbene, nel caso concreto, la Pasubio Immobiliare s.r.l. non ha in alcun modo impugnato la sentenza di appello, nella parte in cui affermava che le fatture allegate dalla contribuente – in quanto redatte senza indicazione alcuna dei beni ceduti, in violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 21 – dissimulassero, in sostanza, sub specie di cessione di beni, un’operazione di finanziamento a favore di un’altra azienda del gruppo, in quanto tale non assoggettabile ad IVA. La predetta statuizione di merito, pertanto, è rimasta del tutto incensurata in relazione alla ratio decidendi suindicata, certamente idonea a supportare l’impugnata decisione, quand’anche fossero stati ritenuti ammissibili, e fondati, i motivi di ricorsi vertenti sugli aspetti formali (tempestività, mancata indicazione degli elementi su cui si fonda la rettifica, indicazione di elementi nuovi) dell’avviso di accertamento, oggetto di impugnazione nel presente giudizio.

6. Per tutte le ragioni esposte, pertanto, il ricorso proposto dalla Pasubio Immobiliare s.r.l. deve essere dichiarato inammissibile.

7. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza, nella misura di cui in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dall’amministrazione nel presente giudizio, che liquida in Euro 4.500,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Tributaria, il 7 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2011

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