Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13077 del 28/05/2010

Cassazione civile sez. III, 28/05/2010, (ud. 06/05/2010, dep. 28/05/2010), n.13077

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 12329-2009 proposto da:

N.B., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CRESCENZIO 2,

presso lo studio dell’avvocato MOSCATO PIETRO, rappresentato e difeso

dall’avvocato NATALI ELMI PAOLO, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

N.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA

GIULIANA 74, presso lo studio dell’avvocato LORIEDO CAMILLO,

rappresentato e difeso dall’avvocato NENCINI PIETRO, giusta procura a

margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

N.A. NN N.S.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 692/2008 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE del

25/03/08, depositata il 29/04/2008;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/05/2010 dal Consigliere Dott. MAURIZIO MASSERA;

è presente il P.G. in persona del Dott. ANTONIETTA CARESTIA.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, letti gli atti depositati;

osserva:

E’ stata depositata la seguente relazione:

1 – Con ricorso notificato il 13 maggio 2009 N.B. ha chiesto la cassazione della sentenza, notificata personalmente alla parte il 3 novembre 2008, depositata in data 29 aprile 2008 dalla Corte d’Appello di Firenze che, in riforma della sentenza del Tribunale di Siena, aveva rigettato la domanda di condanna di N.S. a rimborsargli la quota parte delle spese di lite sostenute in nome e per conto della società di fatto esistente tra i fratelli N. e lo aveva condannato a pagare Euro 2.838,90 in favore di N.L. per la medesima ragione.

N.L. ha resistito con controricorso, mentre N. S., rappresentano dalla sua procuratrice generale N. A., non ha espletato attività difensiva.

2 – I tre motivi del ricorso risultano inammissibili, poichè la loro formulazione non soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366-bis c.p.c.. Occorre rilevare sul piano generale che, considerata la sua funzione, la norma indicata (art. 366 bis c.p.c.) va interpretata nel senso che per, ciascun punto della decisione e in relazione a ciascuno dei vizi, corrispondenti a quelli indicati dall’art. 360 c.p.c., per cui la parte chiede che la decisione sia cassata, va formulato un distinto motivo di ricorso.

Per quanto riguarda, in particolare, il quesito di diritto, è ormai jus receptum (Cass. n. 19892 del 2007) che è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6 il ricorso per cassazione nel quale esso si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Infatti la novella del 2006 ha lo scopo di innestare un circolo selettivo e “virtuoso” nella preparazione delle impugnazioni in sede di legittimità, imponendo al patrocinante in cassazione l’obbligo di sottoporre alla Corte la propria finale, conclusiva, valutazione della avvenuta violazione della legge processuale o sostanziale, riconducendo ad una sintesi logico- giuridica le precedenti affermazioni della lamentata violazione.

In altri termini, la formulazione corretta del quesito di diritto esige che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli il principio giuridico di cui chiede l’affermazione.

Quanto al vizio di motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass. Sez. Unite, n. 20603 del 2007).

3. – Con il primo motivo il ricorrente denuncia errata interpretazione degli artt. 58 e 115 c.p.c.. Il tema trattato è lo smarrimento del fascicolo di parte di primo grado e il comportamento del cancelliere. Il quesito finale si rivela assolutamente generico e astratto poichè prescinde totalmente dai riferimenti al caso specifico e alla motivazione della sentenza.

E’ appena il caso di aggiungere che non fornisce alcun argomento concretamente idoneo a dimostrare che lo smarrimento del fascicolo sia dipeso da fatto attribuibile alla cancelleria e che, in ogni caso, non indica il contenuto dei documenti che non ha potuto affidare alla valutazione della Corte territoriale e non giustifica la loro rilevanza ai fini della decisione.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia errata valutazione dell’art. 2289 c.c., comma 3. Con il quesito finale si limita a chiedere se nella fattispecie sia applicabile la norma indicata, quindi non postula, come invece richiede la norma di riferimento, l’enunciazione di un principio decisivo per la controversia e di applicabilità generalizzata.

k Con il terzo motivo viene lamentata violazione dell’art. 36 c.p.c..

La censura è inammissibile poichè dal testo della sentenza impugnata non risulta essere stata proposta avanti alla Corte territoriale e, quindi, risulta nuova, non avendo il ricorrente dimostrato eventualmente il contrario in ottemperanza al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione.

D’altra parte il quesito finale risulta inidoneo a garantire le finalità perseguite dall’art. 366 bis c.p.c. per le stesse ragioni evidenziate con riferimento alla censura precedente.

4.- La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti;

Il ricorrente ha presentato memoria; nessuna delle parti ha chiesto d’essere ascoltata in camera di consiglio;

Le argomentazioni addotte dal ricorrente con la memoria non contrastano efficacemente i rilievi della relazione e non inducono a statuizione diversa;

5.- Ritenuto:

che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione;

che pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese seguono la soccombenza;

visti gli artt. 380-bis e 385 cod. proc. civ..

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 700,00, di cui Euro 500,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 6 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2010

 

 

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