Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13075 del 28/05/2010

Cassazione civile sez. III, 28/05/2010, (ud. 06/05/2010, dep. 28/05/2010), n.13075

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 10958-2009 proposto da:

M.B., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ALPI 30,

presso lo studio dell’avvocato SAMA’ CATERINA, rappresentato e difeso

da se medesimo;

– ricorrente –

contro

T.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato MORRICO ENZO,

rappresentato e difeso dall’avvocato RUSSO MARIO, giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 63/2009 del TRIBUNALE di NAPOLI, SEZIONE

DISTACCATA di POZZUOLI, depositata il 06/02/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/05/2010 dal Consigliere Relatore Dott. MAURIZIO MASSERA;

è presente il P.G. in persona del Dott. ANTONIETTA CARESTIA.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, letti gli atti depositati;

osserva:

E’ stata depositata la seguente relazione:

1 – Con ricorso notificato il 6 maggio 2009 M.B. ha chiesto la cassazione della sentenza, non notificata, depositata in data 6 febbraio 2009 dal Tribunale di Napoli – Sezione distaccata di Pozzuoli – che aveva accolto parzialmente l’opposizione da lui proposta avverso il precetto intimatogli da T.R. accertando che la somma dovuta era Euro 2.569,60 e non Euro 3.282,60.

Il T. ha resistito con controricorso.

2 – Il ricorso è inammissibile per due ordini di ragioni. In primo luogo per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, per la assolutamente inadeguata esposizione dei fatti di causa, con particolare riferimento allo svolgimento del processo.

Occorre al riguardo ribadire che (Cass. n. 4403 del 2006; Cass. n. 13550 del 2004), ai fini della sussistenza del requisito della “esposizione sommaria dei fatti di causa”, prescritto a pena di inammissibilità per il ricorso per cassazione è necessario, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso, che in esso si rinvengano tutti gli elementi indispensabili perchè il giudice di legittimità possa avere la completa cognizione dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni in esso assunte dalle parti, senza dovere ricorrere ad altre fonti o atti del processo, ivi compresa la sentenza impugnata, onde acquisire un quadro degli elementi fondamentali in cui si collocano le decisioni censurate e i motivi delle doglianze prospettate.

Il ricorrente non ha soddisfatto il principio sopra ribadito. Al riguardo si rileva che dal testo della sentenza impugnata risulta che egli aveva contestato il precetto intimatogli esclusivamente sotto il profilo della comprensione in esso di somme non dovute per complessivi Euro 713,00, tesi accolta in toto dalla sentenza. I motivi esposti nel ricorso riguardano profili diversi (eccezione di carenza di legittimazione passiva; carattere solidale o divisibile dell’obbligazione all’origine del precetto) che non trovano riscontro nella sentenza impugnata e di cui egli, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non ha offerto nel ricorso le indicazioni indispensabili perchè la Corte, che non ha accesso diretto agli atti, possa eseguire le necessarie verifiche.

3. – Sotto altro profilo i motivi del ricorso risultano inammissibili, poichè la loro formulazione non soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366-bis c.p.c.. Occorre rilevare sul piano generale che, considerata la sua funzione, la norma indicata (art. 366 bis c.p.c.) va interpretata nel senso che per, ciascun punto della decisione e in relazione a ciascuno dei vizi, corrispondenti a quelli indicati dall’art. 360 c.p.c., per cui la parte chiede che la decisione sia cassata, va formulato un distinto motivo di ricorso.

Per quanto riguarda, in particolare, il quesito di diritto, è ormai jus receptum (Cass. n. 19892 del 2007) che è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6 il ricorso per cassazione nel quale esso si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Infatti la novella del 2006 ha lo scopo di innestare un circolo selettivo e “virtuoso” nella preparazione delle impugnazioni in sede di legittimità, imponendo al patrocinante in cassazione l’obbligo di sottoporre alla Corte la propria finale, conclusiva, valutazione della avvenuta violazione della legge processuale o sostanziale, riconducendo ad una sintesi logico- giuridica le precedenti affermazioni della lamentata violazione.

In altri termini, la formulazione corretta del quesito di diritto esige che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli il principio giuridico di cui chiede l’affermazione.

Quanto al vizio di motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass. Sez. Unite, n. 20603 del 2007).

Con il primo motivo il M. denuncia omessa, contraddittoria, insufficiente motivazione in ordine al rigetto dell’eccezione di carenza di legittimazione passiva, non invoca il vizio di omessa pronuncia di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4 formula un quesito assolutamente astratto. Considerazioni analoghe valgono per il secondo motivo, mediante il quale denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto, successivamente specificate negli artt. 1115 e 1123 c.c., peraltro attinenti a materia che non risulta trattata nel giudizio di merito. Il terzo motivo riguarda le spese del giudizio. Anche questa censura si conclude con un quesito astratto. D’altra parte la sentenza impugnata ha motivato la disposta compensazione, che rientrava nelle sue facoltà, con il comportamento del T., che non si era opposto alla modesta riduzione apportata alla somma richiesta esecutivamente.

4.- La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti;

Non sono state presentate conclusioni scritte nè memorie nè alcuna delle parti ha chiesto d’essere ascoltata in camera di consiglio;

5.- Ritenuto:

che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione;

che pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza;

visti gli artt. 380-bis e 385 cod. proc. civ..

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 600.00, di cui Euro 400,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 6 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2010

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