Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13073 del 14/05/2021

Cassazione civile sez. II, 14/05/2021, (ud. 05/11/2020, dep. 14/05/2021), n.13073

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19428-2019 proposto da:

Z.Q., rappresentato e difeso dall’Avvocato ELENA PETRACCA, ed

elettivamente domiciliato presso il suo studio in ROVIGO, VIA

BADALONI 19;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 è

domiciliato;

– resistente –

avverso il decreto n. 4260/2019 del TRIBUNALE di VENEZIA depositato

il 16/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

5/11/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Z.Q. proponeva opposizione avverso il provvedimento di diniego della protezione internazionale emesso dalla competente Commissione Territoriale, chiedendo il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria ovvero, in ulteriore subordine, della protezione umanitaria.

Sentito dalla Commissione Territoriale, il ricorrente aveva riferito di aver lasciato il (OMISSIS) a seguito di un’aggressione avvenuta per una questione di proprietà terriera. In particolare, il 27.2.2011 il ricorrente, assieme al fratello e due amici, era stato assalito da otto persone, di cui cinque vicine alla famiglia che voleva acquistare il terreno della famiglia dello Z., che avevano iniziato a sparare sull’auto ferendo il fratello e un suo amico e uccidendo l’altro amico. Il ricorrente riusciva a scappare dall’auto e il giorno successivo lasciava il Paese; non voleva rientrare in (OMISSIS) non volendo avere più tali problemi.

Con decreto n. 4260/2019, depositato in data 16.5.2019, il Tribunale di Venezia rigettava il ricorso. In particolare, il Tribunale riteneva di non poter riconoscere al ricorrente lo status di rifugiato, in quanto non si ravvisava nei fatti raccontati la prospettazione di un fondato timore di persecuzione personale e diretta nel Paese d’origine a causa della razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale od opinioni politiche. Del pari, non ricorrevano i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria: i requisiti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) dovevano escludersi per la mancata prospettazione del rischio di subire la condanna a morte o l’esecuzione della pena di morte e l’impossibilità di ritenere fondato il rischio di essere sottoposto a tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante nel Paese d’origine. Il procedimento giudiziario instaurato in seguito alla denuncia per la sparatoria era ancora in corso e il ricorrente aveva affermato che una persona era stata arrestata e si trovava agli arresti domiciliari, per cui le autorità erano intervenute per punire i colpevoli. Né ricorreva l’ipotesi di cui alla lett. c) della suddetta norma in quanto il Punjab non risultava caratterizzato da una violenza generalizzata legata a un conflitto armato. Infine, non veniva a riconoscersi neanche la protezione umanitaria, in quanto la vicenda non presentava profili di vulnerabilità, né erano state allegate circostanze tali da far ritenere che il ricorrente si fosse allontanato da una condizione di vulnerabilità effettiva sotto il profilo della violazione o dell’impedimento all’esercizio dei diritti umani inalienabili che non consentiva l’allontanamento dal territorio nazionale.

Avverso detto decreto propone ricorso per cassazione lo Z. sulla base di tre motivi. Il Ministero dell’Interno si é costituito tardivamente al solo fine dell’eventuale partecipazione alla udienza di discussione della causa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione o errata applicazione del combinato disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3,D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8,L. n. 241 del 1990, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, poiché il Tribunale sarebbe venuto meno al proprio dovere di attivarsi al fine di una cooperazione istruttoria per l’accertamento delle condizioni aggiornate del Paese di origine del richiedente, con particolare riguardo alle dispute sulla proprietà terriera.

1.2. – Con il secondo motivo, il richiedente deduce la “Violazione o errata applicazione del combinato disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c), L. n. 241 del 1990, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – Difetto di motivazione”, là dove il Giudice avrebbe erroneamente valutato la narrazione del ricorrente con riferimento al fondato timore provato nei confronti del clan che gli aveva espropriato il terreno a seguito dei fatti criminosi che lo avevano obbligato ad abbandonare il (OMISSIS).

1.3. – Con il terzo motivo, il ricorrente censura la “Violazione o errata applicazione del combinato disposto del D.Lgs. n. 289 del 1998, art. 5, comma 6, L. n. 241 del 1990, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – Difetto di motivazione”, così mancando il riconoscimento della sussistenza di una ulteriore condizione di vulnerabilità.

2. – Il ricorso é inammissibile.

2.1. – Va rilevata la non specificità e la incompletezza della procura apposta in foglio separato spillato in calce al ricorso, in cui non é indicata la relativa data di rilascio; sicché , in violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, quinto periodo, non risulta la prescritta certificazione, da parte del difensore, della “data del rilascio in suo favore”, quale imposta al fine di dar conto, a pena di inammissibilità del ricorso, del suo conferimento “in data successiva alla comunicazione del decreto impugnato”.

Questa Corte ha dichiarato “manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, nella parte in cui stabilisce che la procura alle liti per la proposizione del ricorso per cassazione debba essere conferita, a pena di inammissibilità, in data successiva alla comunicazione del decreto da parte della cancelleria, poiché tale previsione non determina una disparità di trattamento tra la parte privata ed il Ministero dell’Interno, che non deve rilasciare procura, armonizzandosi con il disposto dell’art. 83 c.p.c., quanto alla specialità della procura, senza escludere l’applicabilità dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 3” (Cass. n. 17717 del 2018). Ed ha concluso per la inammissibilità del ricorso che, pur presentando la “procura su foglio separato e spillato in calce”, tuttavia non “consente di dire che la procura sia stata giustappunto rilasciata dopo la comunicazione del provvedimento impugnato, atteso che sulla procura anzidetta non risulta apposta né la data di conferimento, né attestazione veruna” (Cass. 30620 del 2019).

2.2. – Va ribadito che la specialità della norma deriva dalla peculiare connotazione pubblicistica che la certificazione, quale demandata al difensore, viene ad assumere nel contesto del conferimento della procura; per esso, non si ha invero mera declinazione modale del sistema già congegnato all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 3 e art. 125 c.p.c., comma 3, demandandosi invece al difensore un atto di fidefacienza, con peculiare valore di riscontro, che il conferimento della procura é avvenuto posteriormente alla comunicazione del decreto impugnato. Ne deriva che tale ‘certificazioné implica di necessità l’asseverazione qualificata – possibile solo in capo al difensore investito del mandato ad impugnare per cassazione e a ciò abilitato – della presenza del richiedente protezione – di regola – nel territorio dello Stato, così formandosi un documento firmato, a sua volta, in presenza del difensore e nel preventivo accertamento dell’identità del sottoscrittore (Cass. n. 1525 del 2020; Cass. n. 1047 del 2020).

La locuzione impiegata (certificazione), rinviando in modo specifico ad un unico soggetto autore della condotta, e alla correlativa responsabilità, appare invero strettamente connessa ad un modo predeterminato, scelto dalla legge, di far risultare la posteriorità del mandato rispetto alla comunicazione del decreto, perciò integrando direttamente, accanto ad una funzione di controllo – come visto – della sottoscrizione e della sua provenienza (e, con essa, della volontà di impugnare, ex art. 83 c.p.c.), una speciale potestà asseverativa, di fidefacienza, conferita ex lege al difensore abilitato.

2.2. – Pertanto questo Collegio condivide interamente ed applica il principio espresso secondo cui, in materia di protezione internazionale, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, comma 13, il conferimento della procura alle liti per proporre il ricorso per cassazione, al fine di assolvere al requisito della posteriorità alla comunicazione del decreto impugnato, va certificato nella sua data di rilascio dal difensore; ne consegue che é inammissibile il ricorso nel quale la procura (nella specie, apposta su foglio separato e spillato in calce) non indica la data in cui essa é stata conferita, non assolvendo alla funzione certificatoria la sola autentica della firma, né il citato requisito potendo discendere dalla mera inerenza all’atto steso a fianco o dalla sequenza notificatoria (Cass. n. 1047 del 2020, cit.).

3. – Il ricorso va dichiarato inammissibile. Nulla per le spese nei riguardi del Ministero dell’Interno, che non ha svolto idonea attività difensiva. Va emessa la dichiarazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater; dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile della Corte Suprema di Cassazione, il 5 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 maggio 2021

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