Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13070 del 23/06/2016


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Cassazione civile sez. lav., 23/06/2016, (ud. 20/04/2016, dep. 23/06/2016), n.13070

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ANTONIO Enrica – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26931-2010 proposto da:

ASM BRESSANONE S.P.A., – STADTWERKE BRIXEN AG C.F. (OMISSIS),

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA BOCCA DI LEONE 78, presso lo studio

dell’avvocato MAURIZIO CINELLI, che la rappresenta e difende,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS),

in persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore, in

proprio e quale mandatario della S.C.C.I. CARTOLARIZZAZIONE CREDITI

INPS SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29,

presso l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso

dagli Avvocati ANTONINO SGROI, LUIGI CALIULO, LELIO MARITATO,

giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

FEDERUTILITY FEDERAZIONE DELLE IMPRESE ENERGETICHE IDRICHE, C.F.

(OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 53/2009 della CORTE D’APPELLO TRENTO – SEZ.

DIST. DI BOLZANO, depositata il 20/11/2009 R.G.N. 16/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/04/2016 dal Consigliere Dott. ADRIANA DORONZO;

udito l’Avvocato D’ALOISIO CARLA per delega verbale Avvocato SGROI

ANTONINO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. L’ASM Bressanone s.p.a. Stadtwerke Brixen AG con sede in (OMISSIS) (d’ora in poi solo Azienda) ha proposto opposizione dinanzi al Tribunale di Bolzano contro la cartella esattoriale, notificata nell’interesse dell’Inps, con la quale le si intimava il pagamento di contributi per indennità di malattia e disoccupazione involontaria relativi al periodo gennaio 2000 – ottobre 2005.

2. Il Tribunale di Bolzano, nel contraddittorio dell’INPS e della SCCI s.p.a., nonchè di Federutility s.p.a., intervenuta adesivamente, ha accolto l’opposizione e ha annullato la cartella.

3. L’Inps e la SCCI s.p.a. hanno proposto appello e la Corte d’appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, con sentenza depositata il 20 novembre 2009, io ha accolto in parte, dichiarando dovuti da parte dell’Azienda ed in favore dell’Inps i soli contributi per la disoccupazione Involontaria, come accertati dall’Istituto previdenziale, e condannando la società al pagamento del relativo importo, maggiorato di accessori e sanzioni di legge. Ha infine condannato l’Azienda appellata a corrispondere agli appellanti I due terzi delle spese di entrambi gradi del giudizio, compensando il rimanente terzo.

4. A fondamento del decisum la Corte ha ritenuto che non sussiste in capo all’Azienda l’obbligo del pagamento del contributi previdenziali relativi al trattamento di malattia, in considerazione del fatto che per legge o per contratto collettivo l’erogazione dell’indennità è effettuata direttamente dal datore di lavoro, con conseguente esonero dell’istituto previdenziale, e ciò in forza del disposto del D.L. n. 112 del 2008, art. 20; ha invece ritenuto sussistente l’obbligazione con riguardo al trattamento per la disoccupazione involontaria, sul presupposto che l’azienda non aveva dimostrato il particolare regime stabilita del rapporto di lavoro dei suoi dipendenti, condizione questa soltanto che consentiva l’esonero. Infine, ha rigettato l’eccezione di prescrizione relativa ai crediti anteriori al febbraio del 2000 (pag. 27 della sentenza), in quanto genericamente formulata, e l’eccezione relativa all’entità delle sanzioni, commisurati all’ipotesi dell’evasione contributiva e non a quella, meno grave, dell’omissione, in difetto di prova della presentazione da parte della società dei modelli D.M. 10 in relazione ai contributi di cui si tratta.

5. Contro la sentenza, l’Azienda propone ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi, cui resiste con controricorso l’Inps, anche quale mandatario della società di cartolarizzazione del crediti. La Federutility Federazione delle imprese energetiche e idriche non svolge attività difensiva. L’Azienda deposita memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso l’Azienda denuncia la violazione via falsa applicazione del D.P.R. n. 818 del 1957, art. 36, R.D. n. 1827 del 1935, art. 40, n. 2; L. n. 264 del 1949, art. 32, lett. b) nonchè dell’art. 12 disp. gen.. Nello stesso motivo denuncia il vizio di motivazione. Permette che la ASM-S8 è un’azienda esercente pubblici servizi attualmente costituita come società per azioni.

Lamenta l’erroneità della pronuncia nella parte in cui, in ragione della natura privata del rapporto di impiego coni suoi dipendenti, ha escluso l’applicabilità nei suoi confronti del D.P.R. n. 818 del 1957, art. 36, prima parte: la norma infatti parla di aziende esercenti pubblici servizi senza altra oggettivazione, sicchè l’interpretazione restrittiva data dalla Corte sarebbe priva di giustificazione sotto li profilo ermeneutico. Chiede che questa Corte affermi che l’art. 36 si applica nella sua integrità, e quindi anche per ciò che concerne l’esonero automatico dall’obbligo del pagamento del contributi relativi alla disoccupazione. Assume inoltre che vi è un difetto di motivazione nella parte in cui la sentenza non ha esplicitato le ragioni per le quali ha, da un lato, ritenuto inapplicabile l’esonero automatico di diritto previsto dall’art. 36 nei confronti dei rapporti di impiego privato in ragione della riconosciuta natura privatistica del rapporto e, dall’altro, non ha dato rilievo alla circostanza che l’ente datore di lavoro, pur configurato come s.p.a., è interamente a capitale pubblico.

Con il secondo motivo l’Azienda censura la sentenza per violazione o falsa applicazione delle norme del contratto collettivo nazionale di lavoro, in particolare degli artt. 46 e 48 del C.C.N.L. 9 luglio 1996 per i dipendenti delle imprese locali dei servizi elettrici e degli artt. 25 e 54 C.C.N.L. 24 luglio 2001 dello stesso settore. Deduce che la Corte ha erroneamente interpretato l’art. 54, ritenendo che esso non abbia sancito l’ultrattività del precedente contratto del 9 luglio 1996, con la conseguenza che, sempre secondo il giudice d’appello, il contratto del 2001 conterrebbe una compiuta disciplina delle forme e delle cause di risoluzione del rapporto di lavoro non improntata al criterio della determinazione a priori e tassativa delle stesse, bensì al criterio opposto. Al contrario, secondo la ricorrente, dalle clausole dei C.C.N.L. per i dipendenti delle Imprese locali per i servizi elettrici, rispettivamente, del 1996 (artt. 96 e 48) e del 2001 (artt. 25 e 54) era possibile ricavare una tipizzazione delle cause di licenziamento, tutte inquadrabili nella (e rappresentative della) nozione di “giusta causa” di cui all’art. 2119 c.c., comma 1, così soddisfacendo il requisito della “stabilità di impiego” al quale era subordinato, all’epoca del fatti, l’esonero dall’obbligazione contributiva per l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria.

3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione o falsa applicazione di legge in relazione all’art. 1362 c.c., comma 2, all’art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè il vizio di motivazione. Assume di aver chiesto di provare sia in primo sia in secondo grado che non erano mai stati Intimati licenziamenti Individuali per cause diverse dalla giusta causa e che non si era mal proceduto a licenziamenti collettivi, si da far emergere in concreto la prova dell’effettività della stabilità dell’impiego. La mancata ammissione della prova si poneva in violazione dell’art. 116 c.p.c. e le ragioni poste a base del diniego – consistenti nel fatto che la prova come articolata avrebbe conferito al teste la piena disponibilità e discrezionalità In ordine alla conferma di circostanze genericamente allegate e non avrebbe consentito alla controparte di provare il contrario – erano illogiche ed errate. La Corte, inoltre, non aveva motivato In ordine alla mancanza di contestazione da parte dell’Istituto previdenziale dell’applicabliità del regime di stabilità di impiego sia pur limitato ad alcuni dipendenti, il che aveva il valore di riconoscimento sia pure parziale delle ragioni di essa ricorrente.

Infine, ha censurato la decisione nella parte in cui non aveva tenuto conto e ritenuto decisivi i decreti del ministero del lavoro con cui era stato disposto l’esonero dall’obbligo contributivo per la disoccupazione di molte altre aziende ex municipalizzate svolgenti la sua stessa attività nel settore dell’energia elettrica e alle quali era applicabile lo stesso C.C.N.L..

4. Con il quarto motivo denuncia la violazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, della L. n. 398 del 2000, art. 116, commi 8 e 10 e art. 11 preleggi, nonchè il vizio di motivazione. Lamenta che la Corte territoriale non aveva valutato adeguatamente la sua eccezione di prescrizione, mentre In ordine al regime sanzionatoti di cui alla L. n. 388 del 2000, art. 116 applicato nel caso in esame come era evidente dalla cartella esattoriale, si era Inquadrata la fattispecie nell’ipotesi di cui all’art. 116, comma 8, lett. b) laddove avrebbe dovuto trovare applicazione la lett. a) cit. norma e, in ogni caso, avrebbe dovuto applicarsi l’art. 116, comma 10 cit., In ragione delle oggettive incertezze connesse a contrastanti orientamenti giurisprudenziali o amministrativi sulla decorrenza dell’obbligo contributivo.

5. I primi tre motivi, che si esaminano congiuntamente in quanto connessi, sono infondati.

6. La questione è stata anche di recente affrontata da questa Corte che, con la sentenza 29 agosto 2014, n. 18455, cui sono seguite numerose altre (Cass., 1 dicembre 20019, nn. 25386, 25387, e 25392) ha ricostruito la normativa di riferimento, vigente all’epoca del fatti per cui è causa.

Viene in primo luogo il rilievo il R.D.L. n. 1827 del 1935, art. 40, secondo cui “Non sono soggetti all’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria: (…); 2) gli impiegati, agenti e operai stabili di aziende pubbliche, nonchè gli impiegati, agenti e operai delle aziende esercenti pubblici servizi e di quelle private, quando ad essi sia garantita la stabilità d’impiego; (…)”.

La L. n. 264 del 1949, art. 32, lett. b) estende l’obbligo di assicurazione contro la disoccupazione agli impiegati ed agli operai della pubblica amministrazione cui non è garantita la stabilità di impiego.

Il D.P.R. n. 818 del 1957, art. 36, dispone che “Ai fini dell’applicazione del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, art. 40, n. 2, e della L. 29 aprile 1949, n. 264, art. 32, lett. b), la sussistenza della stabilità d’impiego, quando non risulti da norme regolanti lo stato giuridico e il trattamento economico del personale dipendente dalle pubbliche amministrazioni, dalle aziende pubbliche e dalle aziende esercenti pubblici servizi, è accettata in sede amministrativa su domanda del datore di lavoro, con provvedimento del Ministro per il lavoro e la previdenza sociale decorrente a tutti gli effetti dalla data della domanda medesima”.

Dalla coordinata lettura di tali norme si evince che: anche in relazione al personale dipendente delle aziende esercenti pubblici servizi l’esenzione dall’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione volontaria opera soltanto ove al medesimi sia garantita la stabilità d’impiego; anche in relazione al personale dipendente da tali aziende, la stabilità d’Impiego, ove non risultante da norme regolanti lo stato giuridico e il trattamento economico, deve essere accertata dal Ministero competente su domanda del datore di lavoro, con decorrenza dalla data di tale domanda.

8. In difetto di disposizioni di legge o regolamentari specificamente riguardanti la tipologia d’impresa cui appartiene la ricorrente principale, diviene sostanzialmente irrilevante, ai fini in esame, accertare se alla stessa debba o meno essere riconosciuta la qualifica di azienda esercente un pubblico servizio, posto che, anche in ipotesi affermativa, da ciò non potrebbe farsene derivare, de plano, l’invocata esenzione contributiva.

Su tale questione, peraltro, questa Corte ha già rilevato (cfr., ex plurimis, Cass., 11487/2015 ed ivi ampi richiami, tra cui Cass., nn. 14089 e 13721 dei 2014; Cass., n. 27513/2013), che la società Partecipata non può identificarsi con le imprese industriali degli enti pubblici, trattandosi di società di natura essenzialmente privata, dovendosi altresì escludere che la mera partecipazione da parte dell’ente pubblico sia idonea a determinare la natura dell’organismo attraverso cui la gestione del servizio pubblico viene attuata. Le società a partecipazione pubblica vanno escluse dal concetto di Imprese pubbliche poichè la forma societaria di diritto privato è per l’ente locale la modalità di gestione degli impianti, consentita dalla legge e prescelta dall’ente stesso per la duttilità dello strumento giuridico, ed Il perseguimento dell’obiettivo pubblico è caratterizzato dall’accettazione delle regole del diritto privato. La finalità perseguita dal legislatore nazionale e comunitario nella promozione di strumenti non autoritativi per la gestione del servizi pubblici locali è specificamente quella di non ledere le dinamiche della concorrenza, assumendo rilevanza determinante, in ordine all’obbligo contributivo, il passaggio del personale addetto alla gestione del servizio dal regime pubblicistico a quello privatistico (Cass. nn. 20818 e 27513 del 2013). A tale consolidato orientamento ermeneutico il Collegio intende qui dare continuità, non ravvisando nelle argomentazioni della ricorrente argomentazioni che già non siano state esaminate nei ricordati precedenti.

10. Nel caso in esame non sussistono dunque le condizioni per escludere l’obbligo di versamento della contribuzione posto che il D.Lgs.C.P.S. n. 869 del 1947, art. 3, comma 1, come modificato, ha escluso dall’applicazione delle norme sulla cassa integrazione guadagni una serie di imprese e, fra queste, “le imprese industriali degli enti pubblici, anche se municipalizzate, e dello Stato” e che, in ragione di quanto già esposto, la società partecipata non può identificarsi con le Imprese industriali degli enti pubblici esonerate, trattandosi di società di natura essenzialmente privata (in termini, Cass., n. 11487/2015, cit.).

11. Del pari, non essendo ricomprese le clausole pattizie di cui alla contrattazione collettiva di diritto comune fra le “norme regolanti lo stato giuridico e il trattamento economico”, l’eventuale stabilità d’impiego garantita da detta contrattazione collettiva non potrebbe di per sè condurre all’esenzione contributiva in difetto di domanda di accertamento al riguardo da parte del datore di lavoro e di conseguente riconoscimento di detta stabilità da parte dell’Autorità amministrativa competente.

12. Nel caso di specie, la Corte ha dato atto che la ricorrente non è destinataria di un provvedimento amministrativo di accoglimento della istanza volta ad ottenere il riconoscimento della stabilità dell’impiego e che non vi è prova aliunde di tale speciale regime.

13. Analogamente, nessun rilievo può assumere li riconoscimento dell’esonero disposto da decreti ministeriali in favore di altre aziende ex municipalizzate operanti nel medesimo settore dell’energia, in quanto suppongono una scelta dell’amministrazione non generalizzabile.

14. Alla luce di questi principi appare evidente l’assenza di decisività del motivo di censura riguardante la mancata ammissione della prova testimoniale volta dimostrare in concreto il regime di stabilità di impiego adottato dall’azienda ricorrente, dovendo la stessa risultare come si è detto da un provvedimento amministrativo.

15. Non possono poi trovare accoglimento le censure mosse alla sentenza nella parte in cui, attraverso una ricognizione del contratti collettivi applicabili ratione temporis, ha escluso che la disciplina pattizia contempli ipotesi di risoluzione del rapporto di carattere oggettivo e tassativamente predeterminate.

16. Al riguardo occorre ricordare che, alla luce del principi già espressi da questa Corte (cfr. Cass. Sez. Un., 14 ottobre 1988, n. 5570, cui adde Cass., 16 febbraio 2000, n. 1744 e Cass. 5 luglio 2003, n. 10632; Cass., 12 marzo 2012, n. 3863; Cass., 3 giugno 2015, n. 11487), “la stabilità di impiego che, ai sensi del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1627, art. 40 comporta l’esclusione dell’obbligo di assicurazione contro la disoccupazione per i dipendenti delle aziende private, sussiste – dovendosi essa interpretare in senso pubblicistico – quando, tenuto anche conto dell’accertamento in sede amministrativa D.P.R. n. 818 del 1957, ex art. 36 ai lavoratori sia riconosciuto un determinato stato giuridico che garantisca loro di non essere costretti a lasciare Il posto se non quando ricorra una giusta causa, a norma dell’art. 2119 c.c., oppure vi siano altri determinati e giustificati motivi, non soltanto genericamente indicati (come si verifica per la disposizione della L. n. 604 del 1966, art. 3), ma tassativamente stabiliti a priori con criteri restrittivi”.

17. La “stabilità d’impiego” che esclude dall’obbligo di assicurazione contro la disoccupazione I dipendenti di aziende private ha, in sostanza, un’intensità maggiore di quella che, ai sensi della L. n. 300 del 1970 per la cosiddetta resistenza del rapporto di lavoro, consente la decorrenza della prescrizione dei crediti del lavoratore pur in costanza di tale rapporto (cfr. ex plurimis Cass. 6 febbraio 1990, n. 809, cit.; Cass., 14 giugno 1983, n. 4090).

18. La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di questi principi ed ha escluso in concreto che il contratto collettivo del 24 luglio 2001 contenga una disciplina descrittiva “chiusa” delle ipotesi di licenziamento, sì da predeterminarle In modo aprioristico e tassativo. In particolare, ha rilevato come l’art. 25 del contratto, nel prevedere il licenziamento con l’indennità sostitutiva del preavviso (quale reazione alla condotta del lavoratore che commette infrazione alla disciplina e alla diligenza del lavoro non così gravi da rendere applicabile il licenziamento senza preavviso), procede ad elencare una serie di ipotesi che lo stesso art. 25 definisce “a titolo Indicativo” (art. 25, comma 7, punto due) e ciò a dimostrazione della mancanza di una rigidità delle fattispecie idonee a giustificare il licenziamento, condizione questa cui la legge e l’orientamento consolidato di questa Corte subordinano la stabilità dell’impiego di cui si tratta. Ha poi rilevato che In nessuna norma il contratto collettivo prevede un esplicito “divieto di licenziamento”. Analogo giudizio ha espresso con riguarda al contratto del 1996, rilevando che l’art. 46, comma 1 si limita a rinviare alle forme di licenziamento con preavviso e con indennità (lett. e), nonchè al licenziamento senza preavviso e con indennità (lett. H), che corrispondono nominalisticamente alle Ipotesi regolate dal codice civile, senza che sia dettata un’apposita disciplina di dettaglio e tassativa (pag. 25 e 26 della sentenza).

19. Le osservazioni su svolte trovano ulteriore conferma nella disciplina del licenziamento senza preavviso, regolato allo stesso comma 73, punto 3, in cui dopo la descrizione, attraverso il ricorso al concetto elastico del “grave nocumento morale o materiale” arrecato all’Impresa, del fatto idoneo a determinare questo tipo di recesso(oltre alla commissione di azioni che costituiscono delitto), la norma del contratto collettivo elenca una serie di Ipotesi rientranti nei detti concetti, espressamente formulate “a titolo indicativo”.

20. Il giudizio espresso dalla Corte è corretto sotto il profilo logico e rispettoso dei principi giuridici In precedenza enunciati, come tale incensurabile in questa sede: le censure proposte dalla ricorrente sono sotto tale profilo generiche, nella parte in cui si sostanziano nel mero richiamo dell’art. 1362 c.c., comma 2 senza tuttavia Indicare in che modo e con quale affermazione la Corte territoriale avrebbe violato la detta disposizione o altri criteri ermeneutici tra quelli previsti dall’art. 1362 c.c. e segg..

21. Al contrario, la chiarezza del dato letterale depone nel senso di escludere la previsione, nel contratti collettivi in esame, di un sistema di licenziamenti tipizzato, rigido e conchiuso, e di lasciare alla datrice di lavoro la possibilità di risolvere il rapporto in presenza di condotte del lavoratore che, pur non specificamente indicate, siano riconducibili ad una delle ipotesi elencate con valenza dichiaratamente esemplificativa.

22. Rimane così assorbito l’esame dell’ulteriore profilo di censura riguardante il mancato rilievo da parte della Corte territoriale della non contestazione da parte dell’INPS circa l’applicabilità ad una parte dei dipendenti della società ricorrente del contratto collettivo di lavoro delle aziende municipalizzate del settore elettrico, dal momento che – a prescindere dal valore di tale “ammissione” – I giudici di appello hanno escluso con un ragionamento congruo, esaustivo, immune da errori logici e interpretativi che il contratto collettivo applicabile ratione temporis preveda il regime di stabilità di impiego nel senso elaborato dalla giurisprudenza di questa Corte.

23. Il quarto motivo è in parte inammissibile e in parte infondato.

L’inammissibilità sta nel fatto che, con riferimento alla prescrizione, la parte non ha assolto l’onere di specificità e autosufficienza del motivo di ricorso, omettendo di trascrivere gli esatti termini con cui la detta eccezione è stata formulata, nonchè di indicare il momento processuale e l’atto difensivo o il verbale di causa in cui essa è stata Introdotta In giudizio, atto o verbale da depositare unitamente al ricorso per cassazione: un tale onere si imponeva considerato che la Corte territoriale l’ha rigettata sul presupposto che fosse stata genericamente formulata (Cass.,7 ottobre 2019, n. 21083). Quanto invece alla censura riguardante il regime sanzionatorio applicato, al di là della sua formulazione anch’essa generica e astrattamente Inidonea a censurare la statuizione impugnata considerato che, Come la stesa ricorrente ammette, le sanzioni applicate sono quelle previste dalla L. n. 388 del 2000, correttamente la Corte territoriale ha ritenuto di Inquadrare la fattispecie nella più grave Ipotesi dell’evasione contributiva in mancanza di prova da parte della società della presentazione del modello DM 10 in relazione al contributi di cui Si tratta e non apparendo giustificato il richiamo alle “oggettive incertezze” nell’interpretazione della norma, peraltro non seguito dagli adempimenti previsti dall’Invocato comma 10 art. cit. Per completezza deve soggiungersi che le ragioni alla base del decisigli del giudice di appello risultano coerenti con la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 27513/2013) secondo la quale il citato comma 10 pone come premessa per la riduzione delle sanzioni civili, in caso di ritardato o omesso pagamento del contributi “derivanti da oggettive incertezze connesse a contrastanti ovvero sopravvenuti diversi orientamenti giurisprudenziali o determinazioni amministrative sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo successivamente riconosciuto in sede giurisdizionale o amministrativa in relazione alla particolare rilevanza delle incertezze interpretative che hanno dato luogo alla inadempienza”, l’integrale pagamento dei contributi e del premi dovuti alle gestioni previdenziali e assistenziali. Condizioni queste che non risultano adempiute dalla ricorrente (In tal senso, Cass., 1 dicembre 2014, n. 25386).

24. il ricorso deve essere rigettato. L’obbiettiva controvertibilità della questione, come attestata anche dai diversi esiti dei giudizi di merito giustifica la compensazione delle spese del presente giudizio.

PQM

Rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 20 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 giugno 2016

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