Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1307 del 19/01/2017


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Cassazione civile, sez. un., 19/01/2017, (ud. 22/11/2016, dep.19/01/2017),  n. 1307

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f. –

Dott. PICCININNI Carlo – Presidente di sez. –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di sez. –

Dott. DI IASI Camilla – Presidente di sez. –

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere –

Dott. BIELLI Stefano – Consigliere –

Dott. BRONZINI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20708-2015 proposto da:

U.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ROVERETO 18,

presso lo studio dell’avvocato FELICE ANCORA, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIANUARIO CARTA, per delega a margine del ricorso di

primo grado;

– ricorrente –

contro

REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA, in persona del Presidente pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUCULLO 24, presso

l’UFFICIO DI RAPPRESENTANZA della Regione stessa, rappresentata e

difesa dagli avvocati ALESSANDRA CAMBA e SANDRA TRINCAS, per delega

a margine del controricorso;

– contgroricorrente –

avverso la sentenza n. 223/2013 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 31/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/11/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE BRONZINI;

udito l’Avvocato Felice ANCORA per delega dell’avvocato Gianuario

CARTA;

udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. IACOVIELLO

Francesco Mauro, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

U.D. dipendente della Regione Sardegna come appartenente al corpo forestale chiamava il giudizio avanti il Tribunale di Cagliari la Regione Autonoma Sardegna lamentando gravi danni alla salute, all’immagine ed alla professionalità per aver dovuto attendere sino al 6.8.1994 l’affidamento dell’incarico di Comandante della stazione di (OMISSIS) in quanto gli erano stati ingiustamente preferiti in ordine cronologico i colleghi F. e poi C. ed inoltre di aver subito gravi vessazioni con depauperamento delle mansioni, un illegittimo trasferimento, una lunga attesa per ottenere l’attribuzione del Comando anche dopo la correzione dell’originale graduatoria. Chiedeva l’accertamento della responsabilità contrattuale ed extracontrattuale della Regione e la condanna della stessa al risarcimento dei danni patiti. Si costituiva la Regione che contestava la fondatezza della domanda ed eccepiva la carenza di giurisdizione. Il Tribunale dichiarava il difetto di giurisdizione del Giudice ordinario in ordine alla domanda risarcitoria connessa al comportamento pretesamente vessatorio subito ad opera del sig. F. che doveva essere proposta entro il 15.9.2000 avanti il Giudice amministrativo; in relazione alla responsabilità per danni extracontrattuali (ad es. per il ritardato conferimento del comando della stazione di (OMISSIS)) riteneva che non fossero state offerte le prove di un danno alle condizioni psico-fisiche dell’appellante e che per il resto il danno all’immagine ed alla vita di relazione avessero trovato origine in un illegittimo provvedimento di gestione del rapporto di lavoro per cui sussisteva la giurisdizione del Giudice amministrativo. La Corte di appello di Cagliari osservava sua volta che la violazione di una pretesa normativa comunitaria non sussisteva non esistendo alcuna normativa che obbligasse a ritenere competente il Giudice ordinario anche per le controversie non proposte nel termine previsto avanti al Giudice amministrativo. Circa i danni fatti valere in giudizio occorreva distinguere tra danni contrattuali ed extracontrattuali; tra i primi rientrano quelli che derivano da atti di gestione del rapporto di lavoro come l’errata graduatoria o la mancata tempestiva assegnazione dopo la sua correzione, così come i pretesi atti di mobbing o di violazione dei precetti di cui all’art. 2087 c.c. che, però, potevano venire in rilevo anche a titolo di responsabilità extracontrattuale come violazione dell’art. 2043 c.c. Premessa tale ricostruzione di ordine generale per la Corte di appello la responsabilità extracontrattuale si era estinta per prescrizione quinquennale posto che il ricorso in sede amministrativa aveva altro oggetto e cioè l’annullamento dell’assegnazione ad un collega della stazione di (OMISSIS) e quindi non aveva interrotto il termine. Il ricorrente peraltro poteva far valere anche una responsabilità contrattuale per atti di gestione dl rapporto di pubblico impiego che si erano verificati sotto la giurisdizione amministrativa che doveva, però, far valere entro il termine previsto dalla legge, il che non era avvenuto. Conseguentemente veniva, quindi, rigettato rigettava l’appello.

Per la cassazione di tale decisione propone ricorso l’ U.D. con tre motivi; resiste la Regione autonoma della Sardegna con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si allega la violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., nn. 1 e 3, del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 7. La soluzione adottata dalla Corte di appello, lasciando il ricorrente senza tutela, era in contrasto l’ordinamento sovranazionale, così come interpretato dalla Corte di giustizia, nonchè con l’art. 6 della Cedu. La Corte di Strasburgo in due recenti decisioni del 2014 contro l’Italia (Staibano ed altri c. Italia e Mottola ed altri c. Italia) aveva ritenuto violasse il diritto ad un giusto processo aver ritenuto decaduti dall’azione giudiziaria D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 69, comma 7 due medici che chiedevano l’accertamento di crediti maturati nel corso di rapporti di fatto nel pubblico impiego.

Il motivo appare infondato. Per quanto riguarda la normativa sovranazionale (U.E.) non solo parte ricorrente non indica a quale fonte normativa si riferisca ma non ha neppure indicato quale sia l’elemento di collegamento tra la fattispecie in esame ed il diritto dell’Unione anche al fine di una eventuale applicabilità dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali. Si osserva peraltro che tale collegamento non sussiste trattandosi in piena evidenza di una questione “interna”; anche a voler assumere la Carta come fonte di interpretazione “libera” (secondo l’orientamento per cui si deve presumere che gli Stati membri rispettino i diritti della Carta anche al di fuori della specifica area di competenza dell’Unione avendola tutti sottoscritta e poi approvata in via parlamentare) va rilevato che nel caso in esame il ricorrente non è stato privato del diritto ad un ricorso effettivo posto che non lo ha esercitato nel termine previsto per legge avanti al Giudice competente e che tale termine- proprio alla luce della giurisprudenza della Corte di Strasburgo di cui si dirà- appare congruo e ragionevole. Circa la dedotta violazione dell’art. 6 Cedu parte ricorrente ha richiamato le due sentenze Staibano ed altri c. Italia e Mottola ed altri c. Italia) che, tuttavia, non convalidano la tesi di parte ricorrente. Infatti la fattispecie esaminata nei due casi riguardava medici che lavoravano presso l’Università Federico II di Napoli con contratti precari e che rivendicavano la stabilizzazione con la costituzione di rapporti a tempo indeterminato di pubblico impiego in quanto le loro mansioni erano assimilabili a quelle dei ricercatori universitari. Mentre il Tar aveva accolto le domande dei medici il Consiglio di Stato le aveva ritenute inammissibili in quanto introdotte dopo il 15.9.2000 avanti il Giudice amministrativo e non più proponibili avanti il Giudice ordinario come da più recente giurisprudenza amministrativa. Ora la Corte dei diritti dell’uomo ha valutato che nel caso in esame i ricorrenti, che pur non avevano rispettato il termine per far valere i loro diritti entro il 15.9.2010, potevano essere stati tratti in inganno in buona fede non solo dall’art. 63, comma 4 T.U. sul pubblico impiego che attribuiva al Giudice amministrativo le controversie sui rapporti di lavoro dei ricercatori universitari in via esclusiva, e quindi indipendentemente dal termine già citato (solo in appello il Consiglio di Stato aveva ritenuto che la posizione dei ricorrenti non fosse assimilabile a quella dei ricercatori non aderendo all’interpretazione del Tar), ma anche dall’esistenza di una giurisprudenza amministrativa poi mutata con un revirement del Consiglio di Stato che, in caso di declaratoria di ammissibilità dei ricorsi da parte del Giudice amministrativo, consentiva il ricorso ai Giudici ordinari. Sono queste le circostanze specifiche, non ricorrenti in alcun modo nella controversia in esame, che hanno condotto la Corte di Strasburgo a riconoscere la violazione dell’art. 6 e dell’art. 1 del Protocollo alla Cedu perchè è stata accertata la buona fede dei ricorrenti indotti all’errore da una norma prima facie applicabile alla loro situazione e da un mutamento di indirizzo della giurisprudenza. Proprio la Corte dei diritti dell’uomo ha infatti comunque rilevato (cfr. punto n. 51 della sentenza Staibano ed altri c. Italia) che “la fissazione del termine di decadenza sia finalizzato alla buona amministrazione e sia dunque conforme al perseguimento di un interesse generale” e che in via generale ” il termine per adire i Tribunali amministrativi fissato al 15.9.200 non era eccessivamente breve” (cfr. anche il punto n. 28 della decisione citata: ” la previsione del termine di decadenza perseguiva lo scopo legittimo di assicurare una buona (corretta) amministrazione della giustizia”). Pertanto è proprio l’orientamento della Corte Edu che conferma che in sè, salvo casi specifici ed eccezionali che non ricorrono nella fattispecie in esame, la decadenza di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 7 era conforme al diritto convenzionale.

Con il secondo motivo si allega la violazione e falsa applicazione degli artt. 2947 e 2945 c.c. Il termine prescrizionale per i danni da responsabilità extracontrattuale era stato interrotto dal ricorso al Giudice amministrativo concernente l’annullamento dell’assegnazione al F. del Comando della stazione di (OMISSIS). La sentenza del Tar che era avvenuta solo in data 4.10.2000 costituiva il presupposto per far valere la responsabilità extracontrattuale derivante da comportamenti illegittimi intervenuti nelle more del processo amministrativo.

Il motivo è inammissibile in quanto non è stato prodotto nè il ricorso amministrativo, nè la sentenza del Tar del 4.10.2000 (che non viene neppure ricordata nella sentenza impugnata), nè sono stati indicati gli incarti processuali ove eventualmente tali atti siano rinvenibili che costituiscono il presupposto del ragionamento sviluppato nel motivo con palese violazione di quanto previsto dall’art. 369 c.p.c., n. 4. Nè sono stati neppure indicati quali siano gli specifici comportanti integranti una responsabilità extra contrattuale del datore di lavoro che sarebbero stati azionabili solo dopo la definizione della controversia in sede amministrativa il che rende il motivo del tutto generico oltre che non supportato dalla doverosa documentazione.

Con il terzo motivo si allega la violazione e falsa applicazione degli artt. 2087, 2043 e 2049 c.c. con riferimento alla qualificazione dell’azione contrattuale anzichè aquiliana. Il ricorrente aveva dedotto una serie di comportamenti omissivi e commissivi anche di natura vessatoria da parte del collega F. ed anche un danno da ritardo nel provvedere a soddisfare le legittime pretese del ricorrente che costituivano una chiara violazione una violazione dell’art. 2043 c.c. e quindi una responsabilità extracontrattuale e non già solo contrattuale come ritenuto nella sentenza impugnata) del datore di lavoro.

Il motivo appare infondato posto che l’insieme di condotte sommariamente descritte al motivo integrano certamente una responsabilità contrattuale e non di tipo aquiliano perchè si tratta di pretesi illeciti che sono tutti riconducibili allo svolgimento del rapporto di lavoro e quindi atti di gestione di tale rapporto, come la (omessa) sorveglianza dei superiori sul comportamento tenuto da colleghi oppure il ritardo nell’attribuire al ricorrente il comando della stazione di (OMISSIS) nonostante l’intervenuta modifica della graduatoria (che sono i punti su cui si insiste nel motivo più in dettaglio). In ogni caso, anche a volere ritenere tali comportamenti rientranti nella sfera della responsabilità extracontrattuale o aquilana, come già argomentato in relazione al secondo motivo, tale responsabilità risulta prescritta come ritenuto dalla Corte di appello posto che il ricorrente non ha comprovato l’idonea interruzione del decorso del termine prescrizionale.

Si deve quindi rigettare il proposto ricorso. Le spese di lite – liquidate come al dispositivo – seguono la soccombenza.

La Corte ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 200,00 per esborsi, nonchè in Euro 4.000,00 per compensi spese generali al 15% ed accessori come per legge.

La Corte ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente in via principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 novembre 2016.,

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2017

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