Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13055 del 24/05/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 24/05/2017, (ud. 21/04/2017, dep.24/05/2017),  n. 13055

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12187/2012 R.G. proposto da:

P.C., rappresentata e difesa dall’Avv. Mara Vurchio e dall’Avv.

Francescantonio Borello, con domicilio eletto in Roma, via di Vigna

Fabbri, n. 29, Scala A int. 4, presso lo studio di quest’ultimo;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, con domicilio eletto in Roma, via dei

Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del

Piemonte, n. 39/26/11 depositata l’8 aprile 2011.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 21 aprile

2017 dal Consigliere Emilio Iannello.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Rilevato che P.C. ricorre con due mezzi, nei confronti dell’Agenzia delle entrate (che resiste con controricorso), avverso la sentenza in epigrafe con la quale la C.T.R. del Piemonte ha accolto l’appello dell’Ufficio, ritenendo legittimo l’avviso di accertamento nei suoi confronti emesso per il recupero a tassazione, a fini Irpef, Iva e Irap per l’anno 1999, con irrogazione della relativa sanzione, del reddito presunto in base alle indicazioni contenute nel Modello 770/2000 presentato dalla società Immobiliare Cuorgnè S.r.L. dal quale risultava che, nell’anno in questione, detta società aveva ad essa corrisposto, per provvigioni, la complessiva somma di Lire 126.408.000;

considerato che con il primo motivo di ricorso la contribuente denuncia violazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 42, comma 3, anche in relazione alla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7 per avere la C.T.R. disatteso l’eccezione di nullità dell’atto impositivo in quanto solo parzialmente e genericamente riproducente il contenuto del documento richiamato a fondamento dello stesso (ossia la dichiarazione del terzo, Immobile Cuorgnè S.r.l., di aver corrisposto ad essa contribuente la predetta somma di Lire 126.708.000, al lordo di Lire 11.694.000 per ritenuta d’acconto); rileva che tale omissione ha precluso la possibilità di verificare se tale indicazione trovasse riscontro quantomeno negli altri quadri dello stesso Mod. 770 e che, ove fossero state indicate date e quietanze di versamento delle ritenute, l’Ufficio avrebbe potuto, tramite l’anagrafe tributaria, verificare con certezza la veridicità di quanto dichiarato;

che con il secondo motivo la ricorrente denuncia altresì insufficiente motivazione e “violazione dei principi in punto onus probandi” per avere la C.T.R. ritenuto che la mera indicazione riassuntiva del contenuto del Mod. 770 del terzo, costituisca indizio fornito dei requisiti di gravità, precisione e concordanza e sia pertanto idonea ad invertire l’onere della prova e per avere, inoltre, affermato che tale onere non sia stato assolto da essa contribuente, stante il mancato esercizio, nei confronti della società, delle azioni legali a cui essa aveva fatto esplicito riferimento in sede di contraddittorio, volte a dimostrare la propria estraneità ai fatti oggetto di contestazione; osserva al riguardo che: la predetta società venne dichiarata fallita nel dicembre del 2000; per svolgere una eventuale utile azione nei confronti dei suoi amministratori essa avrebbe dovuto quantomeno poter disporre di copia della dichiarazione; da questa sarebbe stato facile, per lo stesso Ufficio, rilevare che quelle ritenute ivi indicate mai erano state versate al fisco;

ritenuto che è infondato il primo motivo di ricorso;

che, invero, a mente del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42 e del D.P.R. n. 633 del 1972, omologo art. 56 l’allegazione del documento richiamato nella motivazione dell’atto impositivo non è necessaria, ove l’atto stesso ne riproduca il contenuto “essenziale”;

che rettamente tale principio è ritenuto, nella sentenza impugnata, pertinente alla fattispecie esaminata, in ragione del rilievo fattuale – in sè peraltro pacifico in causa – secondo cui l’Ufficio (dopo avere già portato la contribuente a conoscenza dell’oggetto della contestazione in sede di contraddittorio D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 51 e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32) ha, nell’atto opposto, evidenziato che dal Mod. 770/2000 presentato dalla società Immobiliare Cuorgnè S.r.l. risultava che, nell’anno in questione, detta società aveva corrisposto alla contribuente la complessiva somma di Lire 126.408.000 e operato ritenute per Lire 11.694.000;

che non pare dubitabile che tale indicazione riporti i dati essenziali onde consentire alla contribuente di comprendere le ragioni in fatto poste a fondamento dell’imposizione e valga, pertanto, ad assolvere l’obbligo di motivazione nei termini imposti dalla norma;

che in tal senso non possono invece considerarsi essenziali le altre indicazioni di cui la ricorrente lamenta la mancanza (date e quietanze di versamento delle ritenute), come dimostra del resto il fatto stesso che la contribuente, in proposito, non lamenta impedimento alcuno alla piena comprensione delle motivazione dell’atto impositivo, ma piuttosto assume soltanto una indiretta rilevanza di quelle indicazioni sul piano della prova (o, più precisamente, della controprova) della effettiva sussistenza dei ricavi così presunti: che è ovviamente aspetto ulteriore e diverso da quello (motivazione dell’atto) cui soltanto attiene la norma che si assume violata;

ritenuta l’infondatezza anche del secondo motivo di ricorso;

che, al riguardo, giova preliminarmente precisare che, in ipotesi, quale quella di specie, di mancata presentazione della dichiarazione dei redditi, l’Ufficio procede all’accertamento ai sensi dell’art. 39, comma 2 (ove si tratti di redditi d’impresa) e/o del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 41 (c.d. accertamento d’ufficio), in entrambi i casi “sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza”;

che in tal modo l’Ufficio è autorizzato a determinare il reddito complessivo del contribuente medesimo con facoltà di ricorso a presunzioni c.d. supersemplici, anche prive, cioè, dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, che comportano l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale può fornire elementi contrari intesi a dimostrare che il reddito (risultante algebrica di costi e ricavi) non è stato prodotto o che è stato prodotto in misura inferiore a quella indicata dall’ufficio (v. Sez. 5, n. 3115 del 13/02/2006, Rv. 587322; Sez. 5, n. 9755 del 18/06/2003, Rv. 564394; Sez. 5, n. 17016 del 02/12/2002, Rv. 558879);

che in tale prospettiva si è correttamente mosso il giudice di merito nel valutare la legittimità dell’accertamento, non potendo ravvisarsi pertanto il denunciato vizio di motivazione in quanto riferito alla carenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza – in realtà, per quanto detto, non richiesti per il tipo di accertamento di che trattasi -, nè tantomeno alcuna violazione dei criteri di riparto dell’onere probatorio;

che ne discende anche l’irrilevanza delle argomentazioni svolte in ricorso circa la difficoltà, nel caso concreto, di fornire prova contraria alla presunzione posta a base dell’accertamento, non potendosi del resto predicare al riguardo una situazione di assoluta impossibilità, come dimostra il richiamo alle difese svolte nel giudizio di merito (circa ad es. la lontananza del luogo di residenza, nel periodo in questione, rispetto alla sede della Immobiliare Cuorgnè S.r.l.) ovvero l’ipotizzata adozione di iniziative giudiziali nei confronti della medesima società volta a dimostrare la falsità delle dichiarazioni da questa rese: rimaste però, le prime, per stessa ammissione della ricorrente, prive di supporto probatorio, la seconda inattuata per una scelta della parte stessa che, diversamente da quanto assunto in ricorso, non può considerarsi oggettivamente necessitata dal sopravvenuto fallimento della società;

che deve pertanto pervenirsi al rigetto del ricorso, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

PQM

 

rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.500 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 21 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2017

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