Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13050 del 14/05/2021

Cassazione civile sez. III, 14/05/2021, (ud. 04/11/2020, dep. 14/05/2021), n.13050

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34056-2019 proposto da:

M.M., elettivamente domiciliato in Milano, via Lamarmora 42,

presso lo studio dell’avv. Daniela Gasparin, che la rappresenta e

difende per procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS);

– resistente –

avverso la sentenza n. 1665/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 15/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/11/2020 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

M.M. ha proposto ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, notificato il 14 novembre 2019, avverso la sentenza n. 1665/2019 emessa dalla Corte d’appello di Milano e pubblicata in data 15 aprile 2019. Il Ministero dell’interno ha depositato tardivamente una comunicazione con la quale si è dichiarato disponibile alla partecipazione alla discussione orale.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in adunanza camerale non partecipata.

Il richiedente, secondo la ricostruzione svolta nel ricorso, lasciava il (OMISSIS) – ove vivono i suoi due figli, affidati alla sorella – perchè, a seguito di inondazioni che avevano eliminato i confini terrieri, alla sua famiglia era stata sottratta la terra da membri di un partito opposto al suo, l'(OMISSIS) (richiama di essere stato simpatizzante del partito (OMISSIS)). In occasione della sottrazione dei terreni (risalente all’anno 2008) scoppiava una rissa tra i due gruppi rivali, a seguito della quale due persone perdevano la vita. Nel (OMISSIS) subiva minacce a causa di una relazione extraconiugale. Si risolveva quindi a lasciare il paese.

La Commissione territoriale negava il riconoscimento di tutte le forme di protezione internazionale richieste, diniego che veniva confermato dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Milano.

Il ricorrente veniva personalmente ascoltato dal tribunale.

La Corte d’appello, segnatamente, nella sentenza qui impugnata, ritiene tutta la vicenda personale narrata dall’attuale ricorrente inverosimile, evidenziandone le contraddizioni. Segnala che, interrogato sul significato della sigla (OMISSIS) il ricorrente non era stato in grado di decifrare l’acronimo, nè di indicare le linee fondanti di quel partito, che la ricostruzione cronologica era contraddittoria, come pure risultava poco credibile che il M., incolpato di omicidio, fosse stato in grado di allontanarsi indisturbato dal territorio nazionale mantenendo il possesso di regolare passaporto. Quanto alla protezione sussidiaria, prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la corte territoriale ritiene che non sussista in (OMISSIS) una situazione di conflitto armato o di violenza generalizzata tali da giustificare la concessione della protezione sussidiaria. Quanto alla richiesta protezione umanitaria, ritiene inidonea a comprovare l’avvenuta integrazione la documentazione prodotta in causa, relativa alla precedente situazione lavorativa del ricorrente, risalente agli anni (OMISSIS), e comprensiva di una lettera di assunzione presso un laboratorio tessile per l’anno (OMISSIS).

Diritto

RITENUTO

che:

il ricorrente ha articolato tre motivi di ricorso.

Con il primo motivo, relativo al riconoscimento della protezione sussidiaria, il ricorrente censura – ex art. 360, n. 3 e n. 5 – la violazione e falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 6, 14,17, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, artt. 2 e 3 CEDU, nonchè l’omesso esame di fatti decisivi. Nello specifico, nonostante il dettagliato riferimento fatto dal richiedente nell’atto d’appello alla situazione critica del (OMISSIS), la Corte non avrebbe motivato in ordine a questa evidenza, ed avrebbe “omesso il benchè minimo commento, indicazione, riferimento a qualsivoglia aspetto della situazione in (OMISSIS)” (così il ricorso a pag. 9). A questa affermazione segue una lunga disamina della situazione socio-politica del Paese di origine del richiedente, fondata anche sui riferimenti ai rapporti Easo.

La dettagliata ricostruzione della situazione in (OMISSIS) non può essere presa in considerazione e valutata direttamente, in fatto, da questa Corte.

Tuttavia è fondata la doglianza del ricorrente laddove impugna la pronuncia di rigetto della propria domanda volta al riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) laddove lamenta che ciò sia avvenuto senza alcun approfondimento istruttorio da parte della Corte, come pure era dovuto nell’ambito del dovere di cooperazione istruttoria su di essa gravante, e senza alcun idoneo riferimento a fonti attendibili e aggiornate. Effettivamente, solo a pag. 5, la sentenza accenna, sbrigativamente, con un generico richiamo fra parentesi e senza nessuna ulteriore specificazione a due fonti di informazione ed a un sito internet, senza neppure precisare a quale periodo risalirebbero le informazioni tratte.

La sentenza è quindi priva di alcun riferimento sufficientemente specifico alle fonti di informazione, attendibili ed aggiornate, sulle quali avrebbe dovuto fondarsi la corte nel formare il suo convincimento sul punto.

In tal modo, non si conforma, nella applicazione della norma, al principio di diritto già enunciato da questa Corte, secondo il quale in tema di protezione internazionale, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, che è disancorato dal principio dispositivo e libero da preclusioni e impedimenti processuali, se presuppone l’assolvimento da parte del richiedente dell’onere di allegazione dei fatti costitutivi della sua personale esposizione a rischio, comporta però ove tale onere sia stato assolto, il potere-dovere del giudice di accertare anche d’ufficio se, e in quali limiti, nel Paese di origine del richiedente si verifichino fenomeni tali da giustificare l’applicazione della misura, mediante l’assunzione di informazioni specifiche, attendibili e aggiornate, non risalenti rispetto al tempo della decisione, che il giudice deve riportare nel contesto della motivazione, non potendosi considerare fatti di comune e corrente conoscenza quelli che vengono via via ad accadere nei Paesi estranei alla Comunità Europea (vedi in questo senso, tra le altre, Cass. n. 11096 del 2019). La sentenza è invece errata perchè è apodittica e ribalta esclusivamente sul ricorrente l’onere di provare la situazione di fatto del paese, in violazione del dovere di cooperazione istruttoria vigente in materia. In riferimento in particolare all’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) nei giudizi di protezione internazionale, a fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione; il giudice del merito non può, pertanto, limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte (v. Cass. n. 13897 del 2019; Cass. n. 9230 del 2020).

Con il secondo motivo di ricorso, si lamenta l’omessa valutazione di fatti determinanti ai fini del decidere nonchè dei corretti parametri normativi relativi alla credibilità delle dichiarazioni fissati al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c).

Il motivo è infondato.

Proprio facendo riferimento ai criteri di procedimentalizzazione da seguire per condurre la valutazione sulla credibilità personale, la corte d’appello ha considerato nel suo complesso e tuttavia ritenuto inattendibile il racconto del ricorrente segnalandone la mancanza di coerenza ed evidenziandone le ripetute contraddizioni.

Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta l’omesso esame di fatti determinanti quanto al riconoscimento della protezione umanitaria, dunque la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

L’accoglimento del primo motivo di ricorso comporta l’assorbimento del terzo. Atteso che dovrà essere rinnovata la valutazione sulla sussistenza del diritto alla più ampia protezione sussidiaria di cui all’art. 14, lett. c), nel caso in cui questa, a conclusione del nuovo esame del merito, non potesse essere concessa, il giudice dovrà provvedere a verificare se sussistono i presupposti della residuale protezione minore, verificando, tra l’altro, se la situazione del paese di origine garantisca o meno la tutela del livello minimo dei diritti fondamentali.

Conclusivamente, il primo motivo deve essere accolto, assorbito il terzo, mentre il secondo deve essere rigettato. La sentenza è cassata e rinviata alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione che provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il terzo; rigetta il secondo; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 4 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 maggio 2021

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