Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13047 del 14/06/2011

Cassazione civile sez. trib., 14/06/2011, (ud. 03/05/2011, dep. 14/06/2011), n.13047

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPI Fernando – Presidente –

Dott. PERSICO Mariaida – rel. Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. DI BLASI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

BIG SIZE SRL (OMISSIS) già TRIAD SRL in persona del Presidente

del Consiglio di Amministrazione, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA DELLA LIBERTA’ 20, presso lo studio dell’avvocato MARIA

LAVIENSI, rappresentata e difesa dall’avvocato ALBE’ GIORGIO, giusta

procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI ROMA (OMISSIS) in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL TEMPIO DI GIOVE 21, presso

l’AVVOCATURA COMUNALE, rappresentato e difeso dagli avvocati RAIMONDO

ANGELA e FEDERICA GUGLIELMI (dell’Avvocatura Comunale), giusta delega

a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 61/2 008 della Commissione Tributaria

Regionale di ROMA del 20.3.08, depositata il 10/06/2008;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/05/2011 dal Consigliere Relatore Dott. MARIAIDA PERSICO;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. PIETRO

GAETA.

La Corte:

Fatto

RITENUTO IN FATTO E DIRITTO

che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

“Il relatore cons. Maria Ida Persico, letti gli atti depositati, osserva:

1. La società Big Size s.r.l. (già Triad s.r.l.) propone ricorso per cassazione, fondato su due motivi, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio n. 61/10/08, depositata il 10 giugno 2008, con la quale veniva rigettato l’appello da essa proposto e dichiarato legittimo l’avviso di accertamento emesso dal Comune di Roma per imposta sulla pubblicità per l’anno 2002; il giudice a quo motivava assumendo che l’avviso era stato emesso a fronte dell’installazione di un impianto pubblicitario priva della dichiarazione e dell’autorizzazione prescritta dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 8 come accertato dai competenti organi della Polizia Municipale, e che pertanto il pagamento effettuato non inficiava la legittimità dell’accertamento.

Il Comune ha controdedotto.

2. Con il primo motivo del ricorso la società contribuente denuncia vizio di motivazione sulla qualificazione giuridica del pagamento effettuato dalla società -ai fini dell’accertamento della legittimità dell’avviso di accertamento impugnato -.

La censura è inammissibile sia in quanto viene denunziato come vizio di motivazione non l’accertamento di un fatto materiale – cioè l’avvenuto pagamento che, nella specie non è contestato – ma una qualificazione giuridica di esso, così ponendo una questione di diritto senza formulare il relativo quesito di diritto e quindi in violazione del disposto di cui all’art. 366 bis c.p.c. Ancora la doglianza appare inconferente rispetto alla ratio decidendi della sentenza impugnata: quest’ultima, infatti, ha motivato la ritenuta legittimità dell’avviso di accertamento impugnato sulla mancanza dell’autorizzazione prescritta dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 8 peraltro pacifica e mai contestata, dato rispetto al quale il giudice a quo si limita ad aggiungere che “il pagamento effettuato non inficia le legittimità dell’accertamento”.

3. Il secondo motivo del ricorso, accompagnato da idoneo quesito di diritto, con il quale la contribuente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 la violazione dell’art. 112 c.p.c., è inammissibile per violazione del principio di autosufficienza. La ricorrente infatti omette di riportare integralmente o anche sinteticamente, ma con la necessaria chiarezza, i termini esatti della censura (che peraltro non emerge nella parte espositiva della sentenza impugnata) che ora addebita alla Corte di merito di avere trascurato. Essa ignora, così, che la parte che impugni una sentenza con ricorso per Cassazione per omessa pronuncia su una domanda ha l’onere, per il principio di autosufficienza del ricorso, di specificare non solo in quale atto difensivo la domanda sia stata formulata ma anche il contenuto di questa domanda e le ragioni specifiche esposte a suo sostegno, in modo da consentire ai giudice la immediata e diretta verifica della sua ritualità. Se è vero, infatti, che la Corte di Cassazione, allorquando sia denunciato un errore in procedendo, quale è indubbiamente il vizio di ultra o extrapetizione, è anche giudice del fatto ed ha il potere e dovere di esaminare direttamente gli atti di causa, tuttavia, per il sorgere di tale potere – dovere è necessario, non essendo il predetto vizio rileva bile di ufficio, che la parte ricorrente indichi gli elementi individuanti e caratterizzanti il fatto processuale di cui si chiede il riesame, e, quindi, che il corrispondente motivo sia ammissibile e contenga (per il principio di autosufficienza del ricorso) tutte le precisazioni ed i riferimenti necessari ad individuare la dedotta violazione processuale (ex plurimis: Cass. 9275 del 2005).

4. Si ritiene, quindi, sussistano i presupposti per la trattazione del ricorso in Camera di Consiglio e la definizione, ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p.c., per inammissibilità dello stesso”.

che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;

che è stata depositata memoria da parte della ricorrente, con la quale la stessa confuta la ritenuta inammissibilità del ricorso;

che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione. In particolare con riferimento al primo motivo rileva che nelle ipotesi in cui, come nel caso di specie, viene prospettato un vizio motivazionale in diritto lo stesso deve ritenersi irrilevante in quanto tale o inammissibile per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., se inteso come denuncia di un vizio in diritto. Ancora si osserva che la inconferenza della doglianza è strettamente conseguente alla ratio decidendi dell’impugnata sentenza che essa mira ad attaccare:

ne consegue che se, come nel caso di specie, la ratio decidendi poggia su fondamenta diverse – quali la mancanza di autorizzazione dell’impianto pubblicitario – deve ritenersi in conferente l’eccezione che affronta un aspetto diverso, citato incidenter tantum dal giudicante che asserisce “eventuali pagamenti effettuati….non inficiano la legittimità dell’accertamento”. Con riferimento al secondo motivo il Collegio rileva che nei caso di specie non è stato consentito a questo Collegio la immediata e diretta verifica della ritualità dell’eccezione proposta; che, pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile;

che le spese di lite posso essere regolate come in dispositivo in applicazione del principio della soccombenza.

P.Q.M.

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso, condanna il ricorrente alle spese di giudizio che liquida in Euro 1.100,00, di cu Euro 100,00 per spese.

Così deciso in Roma, il 3 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 14 giugno 2011

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