Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13023 del 23/06/2016


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Cassazione civile sez. VI, 23/06/2016, (ud. 22/04/2016, dep. 23/06/2016), n.13023

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7297/2015 proposto da:

P.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

REGINA MARGHERITA 262, presso lo studio dell’avvocato STEFANO

OLIVA, che la rappresenta e difende, giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

e contro

P.G., P.M.T., P.

K., P.S., P.M.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 6505/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 22/10/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;

udito l’Avvocato STEFANO OLIVA, difensore del ricorrente, che si

riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che:

– P.G., P.M.T., P. K., P.S. e P.M. convennero in giudizio P.A.M., impugnando il testamento olografo redatto da P.A. in favore della convenuta, sia perchè apocrifo, sia perchè redatto in stato di incapacità di intendere e di volere e comunque viziato da dolo ed errore; chiesero ancora la dichiarazione dell’apertura della successione legittima della defunta e la devoluzione dell’eredità secondo legge;

– nella resistenza della convenuta, il Tribunale di Tivoli dichiarò la nullità del testamento impugnato per falsità dello stesso, dichiarò l’apertura della successione legittima di P. A. e condannò la convenuta alla restituzione dei beni ereditari in suo possesso;

– sul gravame proposto da P.A.M., la Corte di Appello di Roma confermò la pronuncia di primo grado;

– per la cassazione della sentenza di appello ricorre P. A.M. sulla base di cinque motivi;

– P.G., P.M.T., P. K., P.S. e P.M., ritualmente intimati, non hanno svolto attività difensiva;

Atteso che:

– il primo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 50 bis, 132, 156, 161, 354 e 383 c.p.c., per avere la Corte di Appello omesso di rilevare la nullità della sentenza di primo grado, per un verso, per il fatto che mancava della intestazione “Tribunale di Tivoli” e, per altro verso, per il fatto che fu pronunciata dal giudice unico in materia riservata al giudice collegiale) è infondato, in quanto – sotto il primo profilo – va ritenuto che l’art. 132 c.p.c., nello stabilire che la sentenza deve contenere l’indicazione del giudice che l’ha pronunciata, non impone che l’esatta collocazione territoriale del giudice nella struttura organizzativa dell’autorità giudiziaria ordinaria risulti già nell’intestazione della sentenza, essendo sufficiente che dal contesto dell’atto risulti comunque tale indicazione, in modo tale –

come nel caso di specie – da non ingenerare incertezza alcuna in ordine alla provenienza della pronuncia (Sez. 3, Sentenza n. 24538 del 20/11/2009, Rv. 610751) e – sotto il secondo profilo – sia perchè trattasi di censura “nuova” e dunque inammissibile (non essendo stata proposta con l’appello) sia perchè, in ogni caso, trattasi di censura priva di fondamento, dovendosi ritenere che l’inosservanza delle disposizioni sulla composizione collegiale o monocratica del tribunale legittimato a decidere su una domanda giudiziale costituisce, alla stregua del rinvio operato dall’art. 50-

quater c.p.c., al successivo art. 161, comma 1, un’autonoma causa di nullità della decisione, con la sua conseguente esclusiva convertibilità in motivo di impugnazione (nella specie non proposto con l’atto di appello) e senza che la stessa produca l’effetto della rimessione degli atti al primo giudice quando il giudice dell’impugnazione sia anche giudice del merito (Sez. U, Sentenza n. 28040 del 25/11/2008, Rv. 605399);

– il secondo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 112, 115 e 116 c.p.c., nonchè l’omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio, per avere la Corte di Appello erroneamente valutato le relazioni delle consulenze tecniche esperite, i documenti acquisiti e le altre prove afferenti alla autografia della firma e alle condizioni di salute della testatrice) è inammissibile, in quanto sottopone alla Corte – nella sostanza – profili relativi al merito della valutazione delle prove, che sono insindacabili in sede di legittimità, quando – come nel caso di specie – risulta che i giudici di merito hanno esposto in modo ordinato e coerente le ragioni che giustificano la loro decisione, sicchè deve escludersi tanto la “mancanza assoluta della motivazione sotto l’aspetto materiale e grafico”, quanto la “motivazione apparente”, o il “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”, figure queste – manifestazione di violazione di legge costituzionalmente rilevante sotto il profilo della esistenza della motivazione – che circoscrivono l’ambito in cui è consentito il sindacato di legittimità dopo la riforma dell’art. 360 c.p.c., operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori – ai sensi del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tulle le risultanze probatorie (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830 e 629831);

– il terzo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè l’omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio, per avere i giudici di merito pronunciato extra petita, dichiarando la falsità del testamento, quando parte attrice aveva chiesto che il medesimo venisse dichiarato apocrifo) è infondato, in quanto i giudici di merito nel dichiarare la falsità del testamento hanno inteso proprio dichiarare l’apocrificità della scrittura del medesimo, nel senso della sua non genuinità in quanto non proveniente dalla mano dalla testatrice;

– il quarto motivo di ricorso (col quale si deduce l’omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio e la motivazione apparente) è inammissibile, in quanto il motivo si risolve in una critica della valutazione delle prove testimoniali assunte, inammissibile – per quanto detto – in sede di legittimità;

– il quinto motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 92 c.p.c. e segg., con riferimento alla omessa compensazione delle spese di tutti i gradi del giudizio) è inammissibile, in quanto, in tema di spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa; pertanto, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi (Sez. 5, Sentenza n. 15317 del 19/06/2013, Rv. 627183), avendo peraltro – nella specie – la Corte di Appello puntualmente motivato sul rigetto dell’istanza di compensazione delle spese;

– il ricorso va, pertanto, rigettato;

– non vi è luogo a pronuncia sulle spese, non avendo gli intimati svolto attività difensiva in questa sede;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte del ricorrente, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile, il 22 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 giugno 2016

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