Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13011 del 24/05/2017

Cassazione civile, sez. lav., 24/05/2017, (ud. 31/01/2017, dep.24/05/2017),  n. 13011

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16830/2012 proposto da:

ACE IMPIANTI S.R.L., P.I. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZALE DELLE MEDAGLIE D’ORO 7, presso lo studio dell’avvocato

GIORGIO MARTELLINO, rappresentata e difesa dall’avvocato MARCO

GIANNINI, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS),

in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore,

in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di

Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. 05870001004,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli

avvocati ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, CARLA D’ALOISIO, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 442/2011 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 30/06/2011 r.g.n. 204/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

31/01/2017 dal Consigliere Dott. DANIELA CALAFIORE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato ALESSANDRO TUCCI per delega Avvocato MARCO GIANNINI;

udito l’Avvocato CARLA D’ALOISIO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza n. 442/2011 la Corte d’appello di Genova, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di La Spezia di rigetto dell’opposizione a verbale ispettivo del 28 ottobre 2004 proposta da Ace Impianti s.r.l., ha dichiarato l’infondatezza della pretesa dell’INPS relativa al calcolo dell’orario di lavoro straordinario prestato dal personale impegnato presso la centrale Enel di (OMISSIS), ha respinto l’eccezione di nullità del verbale ispettivo per essere intervenuto dopo la proposizione di ricorso amministrativo avverso analogo verbale e prima che intervenisse la decisione del Comitato Provinciale, confermando il capo della sentenza del primo giudice che aveva ritenuto la legittimità del regime contributivo applicato dall’INPS alle somme erogate a titolo di trasferte.

Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione la Ace Impianti s.r.l. fondato su quattro motivi. L’Inps resiste con contro ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso Ace Impianti s.r.l. lamenta la violazione del D.Lgs. 24 aprile 2004, n. 124, art. 17 e dei principi in materia di autotutela interpretando tale normativa, compresa quella secondaria che indica nelle circolari n. 24/2004 e n. 10/2006 del Ministero delle politiche sociali, come ostativa all’esercizio da parte dell’autorità amministrativa di poteri di annullamento di un verbale ispettivo nelle more della decisione del ricorso amministrativo avverso il medesimo verbale.

2. Il secondo motivo censura la sentenza impugnata per omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per violazione del principio del contraddittorio (art. 101 c.p.c.) e del giusto processo (art. 111 Cost. commi 1, 2 e 5). In sostanza, la ricorrente lamenta l’erroneità dell’interpretazione dei contenuti delle testimonianze dei dipendenti della Società sostenuta dalla sentenza impugnata poichè, contrariamente all’assunto della Corte territoriale, tali contenuti non erano difformi da quanto dai medesimi dipendenti affermato in sede ispettiva. La prevalenza assegnata alle dichiarazioni rese, anche dall’amministratore della società, durante l’attività ispettiva, poi, aveva determinato la violazione del principio del contraddittorio e del giusto processo giacchè la Corte d’appello non aveva dato conto di quanto avvenuto in sede processuale.

3. Con il terzo motivo, poi, la ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986 e la violazione degli artt. 27 e 26 del c.c.n.l. 8.6.1999 e 7.5.2003 per gli addetti all’Industria Metalmeccanica privata. Lamenta che la Corte d’appello non abbia considerato la circostanza che, nel caso di specie, non era mai stata accertata l’esistenza di alcun documento attestante il rimborso ai dipendenti per vitto o alloggio a seguito di trasferta per cui gli ispettori non avrebbero potuto ridurre di due terzi l’esenzione contributiva. Peraltro, ad avviso della ricorrente, la disposizione contenuta nel D.P.R. n. 917 del 1986, art. 51,rileva solo per la determinazione del reddito imponibile a fini fiscali ma non per integrare la previsione dei contratti collettivi applicati ai rapporti di lavoro in questione che escludono la natura retributiva dell’indennità di trasferta.

4. Il quarto motivo censura la sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5, per omessa motivazione circa più fatti controversi e decisivi per il giudizio. Nell’illustrare il motivo si evidenzia l’omessa pronuncia in ordine al motivo d’appello con il quale la Società aveva impugnato il punto della sentenza del Tribunale che aveva giudicato generiche e non provate le deduzioni della parte tendenti a dimostrare che non vi era prova che il personale indicato in trasferta fosse invece presente in cantiere.

5. Il primo motivo è infondato. Questa Corte di legittimità, esaminando il rapporto tra procedimento amministrativo contenzioso ed esercizio del potere di autotutela da parte dell’INPS, relativamente all’incidenza di entrambi in ipotesi di esercizio dell’azione giudiziaria, ha affermato che non sussiste alcun limite all’esercizio del potere di autotutela da parte dell’Istituto nell’esercizio dei propri compiti, anche in pendenza di procedura amministrativa contenziosa.

6. Infatti, per Cass. 2 luglio 2013 n. 16510, neppure un esito favorevole

all’assicurato del contenzioso amministrativo comporta per l’istituto una preclusione analoga ad un giudicato, rimanendo pur sempre la possibilità dell’azione giudiziaria (cfr. Cass. 22.7.96 n. 6548; Cass. 20.11.97 n. 11594).

7. Oggetto del giudizio innanzi al giudice ordinario non è l’impugnativa di un atto amministrativo dell’istituto nè di una decisione del comitato regionale; il piano dell’accertamento giudiziale è distinto da quello dell’accertamento in sede di contenzioso amministrativo, di guisa che il giudice deve verificare l’esistenza dei requisiti necessari per l’affermazione del diritto preteso, anche nel caso in cui in sede amministrativa sia stato già emanato un provvedimento ricognitivo del diritto fatto valere dall’assicurato (cfr. Cass. 19.4.01 n. 5744; Cass. 7.4.98 n. 3592).

8. Quindi, pur nell’ipotesi in cui l’esito del contenzioso amministrativo sia stato favorevole all’assicurato, non sussiste preclusione alcuna per l’INPS, che può chiedere al giudice un accertamento negativo che si sovrapponga alla decisione a sè sfavorevole del comitato regionale. Soltanto ove ciò non faccia (e si limiti a resistere alla domanda dell’assicurato), la Delib. del comitato regionale, che è organo dell’INPS, deve intendersi riferita all’Istituto stesso in termini di riconoscimento della situazione accertata dal comitato, con conseguente esonero per l’assicurato di provare quanto gli è già stato riconosciuto in sede di contenzioso amministrativo (in tal senso v. Cass. 17.1.05 n. 789).

9. Pertanto, poichè nel caso di specie la determinazione dell’INPS con la quale si è inteso ritirare un atto ispettivo e sostituirlo con altro è intervenuta ancora prima che il comitato regionale si pronunciasse, è evidente che non sussiste alcuna nullità dell’atto ispettivo rideterminato in conseguenza dell’esercizio del potere di autotutela.

10. E’ appena il caso di osservare, inoltre, che, alla luce delle superiori premesse, il contenuto del D.Lgs. n. 124 del 2004, art. 17 (che nelle more della proposizione di questo ricorso è stato modificato dal D.Lgs. n. 149 del 2015) non avrebbe potuto essere violato dall’attività ispettiva oggetto di causa. Infatti, fermo il potere di autotutela dell’INPS, il contenuto di tale disposizione si limita ad avere ad oggetto l’esercizio dell’attività contenziosa amministrativa, gli effetti della proposizione del ricorso sull’esecutività dell’atto impugnato in sede amministrativa ed il decorso dei termini per la proposizione del ricorso giurisdizionale.

11. Il secondo ed il quarto motivo vanno esaminati congiuntamente perchè connessi; con esplicita indicazione in rubrica entrambi richiamano, allo stesso tempo, il vizio di cui all’art. 360, comma 1, n. 5, quanto alla erronea valutazione di plurime fonti di prova documentali e testimoniali, ed il vizio di violazione e/o falsa applicazione di norme di legge, e precisamente dell’art. 101 c.p.c., art. 111 Cost., commi 1, 2 e 5 e dell’art. 112 c.p.c..

12. La ricorrente deduce al secondo motivo violazione di norme di diritto in relazione alla regola del contraddittorio e del giusto processo perchè la Corte d’appello ha ritenuto maggiormente credibili le dichiarazioni dei lavoratori rese al momento dell’attività ispettiva rispetto a quelle rese in giudizio e per illustrare la doglianza trascrive quasi integralmente le citate deposizioni. Il quarto motivo indica la violazione dell’art. 112 c.p.c., fondando il rilievo sulla circostanza che la Corte d’appello non avrebbe pronunciato su uno dei motivi d’appello e precisamente su quello che tendeva alla riforma della sentenza del Tribunale sul punto della ritenuta genericità ed infondatezza delle deduzioni della Società circa l’effettiva presenza in cantiere del personale indicato in trasferta.

13. Entrambe le censure, in questi termini formulate, non possono essere esaminate in questa sede di legittimità. In tema di ricorso per Cassazione il vizio di violazione di legge, infatti, consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e, quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa (di qui la funzione di assicurare l’uniforme interpretazione della legge assegnata alla Corte di cassazione dall’art. 65 ord. giud.); viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge ed impinge nella tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

14. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato, in modo evidente, dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. 15499/04, 16312/05, 10127/06 e 4178/07; 7394/2010). Nella specie la ricorrente deduce la erronea applicazione della legge in ragione della non condivisa valutazione delle risultanze di causa, tanto è vero che assume, nell’illustrare il secondo motivo, che “… In tale contesto l’omessa valutazione della circostanza connota la sentenza come atto privo di adeguata motivazione su un fatto controverso e decisivo”, ovvero, al quarto motivo, che “la sentenza risulta erronea per non essersi pronunciata sul motivo dedotto in appello… laddove… ha contestato la sentenza di 1^ grado che ha ritenuto generiche e comunque non provate le deduzioni della società…”.

15. Invero, secondo la giurisprudenza di questa Corte è inammissibile il motivo di ricorso nel cui contesto trovino formulazione, al tempo stesso, censure aventi ad oggetto violazione di legge e vizi della motivazione, ciò costituendo una negazione della regola di chiarezza posta dall’art. 360 c.p.c. (nel senso che ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione) giacchè si affida alla Corte di cassazione il compito di enucleare dalla mescolanza dei motivi la parte concernente il vizio di motivazione che invece deve avere una autonoma collocazione (V. Cass. 11 aprile 2008 n. 9470 e 23 luglio 2008n. 20355 e ancora nello stesso senso 29 febbraio 2008 n. 5471; 7982/2016).

Nella specie la ricorrente deduce contemporaneamente un vizio di motivazione ed una violazione di legge.

16. Peraltro la ricorrente, sotto il profilo del vizio motivazionale, con la censura in esame si limita a prospettare una lettura delle risultanze istruttorie diversa da quella fornita dal giudice del merito, mentre secondo giurisprudenza unanime di questa Corte il motivo di ricorso per Cassazione, con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio della motivazione, non può essere inteso a far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, non si può proporre con esso un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5); in caso contrario, questo motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e, perciò, in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione (Cfr. per tutte Cass. 6064/08).

17. In ordine al terzo motivo di ricorso deve premettersi che la sentenza della Corte d’appello di Genova, a proposito del regime contributivo da applicare alle trasferte, ha accertato che in sede ispettiva l’amministratore della Società aveva ammesso che in occasione delle trasferte i dipendenti anticipavano le somme per il vitto e per l’alloggio e che successivamente, previa esibizione delle pezze giustificative, si provvedeva a rimborsare le spese sostenute. Tale dichiarazione non aveva trovato riscontro documentale giacchè non si erano trovato tracce di rimborsi. Certi dipendenti, tuttavia, avevano dichiarato che durante le trasferte era stato messo loro a disposizione un appartamentino e corrisposti Euro 46,48. Gli accertamenti ispettivi, poi, avevano appurato l’esistenza di minute attestanti che in taluni casi la Società era solita indicare in busta paga lo svolgimento di trasferte al solo fine di erogare indennità per lavoro straordinario senza sottoporre le relative somme a contribuzione. In sostanza, ad avviso della Corte d’appello, andava confermato il giudizio del Tribunale per cui ai dipendenti, durante la trasferta presso altri comuni, non poteva essere riconosciuta l’esenzione contributiva piena prevista dalla legge, pari ad Euro 46,48, ma solo nella misura di un terzo pari ad Euro 15,46.

18. Date queste premesse fattuali, la fattispecie qui considerata va inquadrata nel sistema della regolamentazione contributiva relativa ai casi di trasferta o di rimborso per spese di viaggio di cui al T.U. n. 917 del 1986, art. 51, comma 5. Il testo della disposizione, per quanto qui di interesse, prevede: “Il reddito da lavoro dipendente è costituito da tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo di imposta anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro….Comma 5….le indennità percepite per trasferte fuori dal territorio comunale concorrono a formare il reddito per la parte eccedente Lire 90 mila al giorno, elevate a 150 mila per le trasferte all’estero, al netto delle spese di viaggio e di trasporto; in caso di rimborso delle spese di alloggio, ovvero di quelle di vitto, o di alloggio o vitto fornito gratuitamente il limite è ridotto di un terzo. Il limite è ridotto di due terzi in caso di rimborso sia delle spese di alloggio che di quelle di vitto, in caso di rimborso analitico delle spese per trasferte o missioni fuori del territorio comunale non concorrono a formare il reddito i rimborsi di spese documentate relative al vitto, all’alloggio, al viaggio e al trasporto, nonchè i rimborsi di altre spese, anche non documentabili, eventualmente sostenute dal dipendente, sempre in occasione di dette trasferte o missioni, fino all’importo massimo giornaliero di Lire 30.000, elevate a Lire 50.000 per le trasferte all’estero. Le indennità o i rimborsi di spese per le trasferte nell’ambito del territorio comunale, tranne i rimborsi di spese di trasporto comprovate da documenti provenienti dal vettore, concorrono a formare il reddito…”.

19. Le disposizioni normative indicate sanciscono, sostanzialmente, un esonero per la parte datoriale dal versamento di contributi assistenziali e previdenziali relativamente ad indennità di trasferta e rimborsi spese nei limiti indicati nelle disposizioni medesime. Nell’ottica considerata, dunque, l’opposizione a verbale si fonda sul contrapporre al diritto dell’Inps di pretendere i contributi (o di pretenderne il versamento in misura intera) il (contro)diritto del datore di lavoro opponente all’applicazione di un beneficio comportante la insussistenza (o la riduzione) del debito contributivo. Viene, quindi, in rilievo, il principio generale più volte enunciato da questa Corte, secondo cui, laddove si versi in situazione di eccezione in senso riduttivo dell’obbligo contributivo, grava sul soggetto che intenda beneficiarne l’onere di provare il possesso dei requisiti che, per legge, danno diritto all’esonero (o alla detrazione) di volta in volta invocata (cfr., ex plurimis, Cass., nn. 5137/2006; 16351/2007; 499/2009; 21898/2010).

20. Può dunque affermarsi, nel solco dell’orientamento espresso da questa Corte, il principio in base al quale spetta al datore di lavoro che pretenda di avere accesso ai benefici contributivi previsti in caso di trasferta dei dipendenti o di rimborso per spese di viaggio, dimostrare la causa dell’esonero dell’assoggettamento a contribuzione con riduzione superiore a quella riconosciuta dall’INPS.

Pertanto il ricorso va rigettato.

21. Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate nella misura indicata in dispositivo in favore dell’INPS.

PQM

 

rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento in favore del contro ricorrente delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3200,00 per compensi oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 31 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA