Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13000 del 24/05/2017


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Cassazione civile, sez. I, 24/05/2017, (ud. 21/02/2017, dep.24/05/2017),  n. 13000

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

A.M., MIKY S.R.L. unipersonale, in persona del I.r.p.t.,

rappr. e dif. dagli avv. Giuseppe Romanelli, Maria Valerio D’Aniello

e Umberto Mancuso, elett. dom. in Roma, presso lo studio dell’avv.

Elisabetta Buldo, in via Foscolo n. 17, come da procura in calce

all’atto;

– ricorrenti –

contro

FALLIMENTO C.N., in persona del curatore fallimentare

p.t, esteso L. Fall., ex art. 147, comma 5, ad A.M.,

Miky s.r.l. unipersonale e My Way s.r.l. in liq., rappr. e dif.

dall’avv. Michele Sarno, elett. dom. in Roma, presso lo studio

dell’avv. Sara Di Cunzolo, via Aureliana n. 63, come da procura a

margine dell’atto;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza App. Salerno 9.12.2013, n. 324/2013,

in R.G. n. 48/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

giorno 21 febbraio 2017 dal Consigliere relatore Dott. Massimo

Ferro;

udito l’avvocato G. Cherecotta per il controricorrente;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI Anna Maria, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. A.M. e Miky s.r.l. unipersonale (con socio unico A.M.) impugnano la sentenza App. Salerno 9.12.2013, n. 48/2013 con cui è stato rigettato il loro reclamo – rispettivamente principale e incidentale – avverso la sentenza Trib. Nocera Inferiore 18.12.2012, n. 54/2012 dichiarativa del fallimento in estensione dei predetti, oltre che di My Way s.r.l., di seguito al fallimento della impresa individuale N.C., constatata tra tali soggetti una società di fatto occulta, dopo l’iniziativa in tal senso assunta dal relativo curatore L. Fall., ex art. 147, comma 5.

2. Ritenne la corte d’appello che: a) risultavano l’acquiescenza alla sentenza da parte di My Way s.r.l., e così non esaminabili le censure sul punto di A.M., la legittimazione della curatela già istante, l’inammissibilità della tardiva contestazione dei documenti da questa versati a fondamento della dedotta estensione, prima non avversati dai reclamanti; b) l’utilizzo da parte del curatore di un proprio consulente, incaricato di verificare i rapporti fra la impresa individuale e le società, nonchè A., era pienamente legittimo, perchè si trattava di attività riconducibile al curatore medesimo, senza dunque alcuna pertinenza degli istituti della codicistica consulenza tecnica, tra cui l’obbligo di contraddittorio, solo dovendosene apprezzare nel merito il contenuto; c) erano significativi, nella ricostruzione degli elementi di una società di fatto fra i predetti soggetti, gli elementi acquisiti dal curatore in sede di accesso ai locali della impresa individuale (“CN sport”), presenti in tre città ((OMISSIS)); d) vi era stato rinvenimento 1.) in (OMISSIS), di registratore di cassa, scontrino fiscale di Miky s.r.l. (benchè essa avesse sede in (OMISSIS)), cartello pubblicizzante cessione dell’attività con cellulare di A. (marito della C. e socio unico delle due s.r.l.), merce con destinazione Miky; 2.) in (OMISSIS), di merce inviata e fatturata da CN sport, ma trovata nei locali di Miky, con presunzione fiscale di vendita ma senza tracce documentali, con vincolo confermato da destinazioni diverse delle merci rispetto alla intestazione delle fatture; e) l’esistenza di un fondo comune tra C. e le due società era a sua volta corroborata dall’incasso di somme di danaro da parte di CN sport con accredito POS riferibile alle società, dal reperimento di cartelle esattoriali riferite a CN ma in relazione ad immobili occupati dalle due società, nonchè dal pagamento di un canone all’ordine di Miky ma con addebito in conto C.; f) A. era soggetto direttamente impegnato nella gestione dell’attività del coniuge C., oltre che nell’amministrazione delle due s.r.l., in particolare con utilizzo di My-Way s.r.l. terminale di vendita di merce CN sport e Miky, come

attestato anche dagli incassi POS di CN per esercizi in cui questa non aveva locali, gli assegni tratti sul conto C., il rilascio di garanzia cambiaria per circa 33 mila Euro per un prestito bancario a rientro della moglie; g) la gestione congiunta emergeva infine dalle risultanze dello stato passivo, in cui si erano insinuati fornitori CN con luoghi di consegna di Miky e My Way.

3. Il ricorso è su tre motivi, ad esso resistendo il curatore con controricorso. Il fallimento ha anche depositato memoria.

Il Collegio autorizza l’adozione di motivazione semplificata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo viene dedotto il vizio di motivazione quanto alla confusione dei luoghi di esercizio delle attività di C., nonchè delle due società dichiarate fallite in estensione.

2. Con il secondo motivo si censura la sentenza per violazione dei principi del contraddittorio, ai sensi dell’art. 101 c.p.c. e art. 111 Cost., per aver trascurato la corte la valenza delle attività del consulente del curatore, per come svoltesi e poi utilizzate sul piano probatorio.

3. Con il terzo motivo si deduce la violazione di legge, quanto all’art. 2712 c.c., artt. 114-115 c.p.c., avendo erroneamente la sentenza tacciato di tardività le contestazioni, effettuate in sede di reclamo, avverso le produzioni documentali della curatela, mentre in realtà mancavano gli atti del processo avanti al tribunale.

4. Il primo e il secondo motivo, da trattare congiuntamente perchè connessi, sono inammissibili, in virtù del principio per cui, per un verso, la selezione delle censure in questa sede è ostacolata da una sequenza pressochè integrale di narrazioni riferibili agli atti difensivi dei giudizi di merito e alle decisioni contestate, senza che tale assemblaggio permetta ora una individuazione puntuale del rispetto del “requisito di cui all’art. 366 c.p.c., n. 3), che non può, a fronte dell’utilizzo di tale tecnica, neppure essere desunto, per estrapolazione, dall’illustrazione del o dei motivi” (Cass. 3385/2016, 22185/2015). Per altro verso, la sentenza è chiara nell’aver negato alle operazioni condotte dal consulente del curatore (in realtà, coadiutore) qualunque rango processuale assimilabile alla c.t.u. o alla c.t.p., dovendo i rispettivi accertamenti ricondursi a contenuto di merito dell’attività del curatore stesso, e come tali da censurare, secondo un apprezzamento che rende irrilevante la critica del ricorrente, ancora condotta sull’assunto di violazioni processuali. Per altro verso infine, parte ricorrente, deducendo censure sostanzialmente attinenti alle valutazioni di fatto espresse dal giudice del merito, non ha tenuto conto che “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. s.u. 8053/2014).

5. Il terzo motivo è inammissibile, posto che la censura condotta avverso la sentenza che avrebbe errato nel considerare tardiva la contestazione dei documenti immessi in giudizio dal curatore, appare essersi incentrata sul vizio di tale affermazione a fronte dell’omessa acquisizione in sede di reclamo dei verbali dell’istruttoria prefallimentare. In realtà, i ricorrenti – non riportano, almeno per tratti essenziali e con indicazione di come e quando la loro elevazione a censura sarebbe avvenuta ai sensi dell’art. 2712 c.c., come sia avvenuto il disconoscimento, avanti al tribunale e nella sede del procedimento di estensione L. Fall., ex art. 147, dei documenti già versati dal curatore istante e per di più riversati davanti alla corte d’appello. Nè i deducenti hanno precisato con quale forza di decisività quella contestazione avrebbe infirmato l’azione della curatela. Infine, si osserva che la reiterazione – del tutto generica nel riepilogo delle parti – di una contestazione di “veridicità, conformità ed originalità dei documenti” confligge da un lato con l’esigenza di discernimento già materiale di essi e del loro tenore (Cass. 24456/2011, 12448/2012, 18042/2014), dall’altro lato risulta assorbita dal rilievo – espresso in sentenza – che invero l’unica censura riscontrata atteneva alla pretesa violazione dell’art. 2719 c.c., mentre la avversata conformità all’originale comunque non avrebbe precluso al giudice di accertare tale conformità – come avvenuto – anche con altri mezzi di prova (Cass. 16998/2015).

6. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile, con disciplina delle spese regolata alla stregua del criterio della soccombenza e liquidazione come meglio da dispositivo.

PQM

 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del procedimento di legittimità, liquidate in Euro 10.200 (di cui Euro 200 per esborsi), oltre al 15% a forfait sui compensi e agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 21 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2017

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