Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12994 del 30/06/2020

Cassazione civile sez. VI, 30/06/2020, (ud. 23/01/2020, dep. 30/06/2020), n.12994

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14775-2018 proposto da:

C.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COLA DI

RIENZO, 297, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE FRANCESCO

GIOFFRE’, rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCA RISICA;

– ricorrente –

contro

F.E., (CURATORE DEL FALLIMENTO (OMISSIS) SPA),

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SAN DOMENICO DE CESARINI 3,

presso lo studio dell’avvocato Francesco Macario, rappresentato e

difeso dall’avvocato DOMENICO CATALDO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 403/2017 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 12/04/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 23/01/2020 dal Consigliere Relatore Dott. MARILENA

GORGONI.

Fatto

RILEVATO

che:

C.S. ricorre per la cassazione della sentenza n. 403/2017 della Corte d’Appello di Messina, articolando due motivi.

Resiste con controricorso il Curatore del fallimento (OMISSIS) S.p.A..

La ricorrente espone in fatto di essere stata convenuta in giudizio dalla Curatela del Fallimento (OMISSIS) S.p.A., chiedendo che fosse dichiarata l’inefficacia nei suoi confronti dell’atto di acquisto per persona da nominare stipulato dai suoi genitori con la società (OMISSIS) S.p.A., poi dichiarata fallita, ed avente ad oggetto un appartamento in costruzione, con annesso posto macchina, in (OMISSIS).

Il Tribunale di Messina respingeva la domanda della curatela, con sentenza n. 2366/2008, non ravvisando indizi gravi, precisi e concordanti circa la conoscenza da parte della convenuta dello stato di insolvenza della società alienante.

La Corte d’Appello di Messina, investita del gravame dalla Curatela fallimentare, ne accoglieva, con la sentenza oggetto dell’odierna impugnazione, l’appello e, in riforma della sentenza di prime cure, dichiarava inefficace l’atto dispositivo ai sensi della L. Fall., art. 67, comma 2.

Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato redigeva proposta, che veniva notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Entrambe le parti depositavano memoria.

Durante la discussione, nella Camera di Consiglio del 27 giugno 2019, il Consigliere Cosimo D’Arrigo, componente del Collegio, rilevava di avere a suo tempo autorizzato, quale giudice delegato presso il Tribunale di Messina, la Curatela Fallimentare a proporre l’azione per cui è causa e dichiarava di volersi astenere. Il predetto Consigliere veniva autorizzato ad astenersi.

Con ordinanza interlocutoria n. 20809/2019, depositata in cancelleria l’1 agosto 2019, la causa veniva, in conseguenza, rinviata a nuovo ruolo.

Il ricorso veniva assegnato all’odierno Consigliere che, ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione ex art. 380 bis c.p.c., redigeva nuova proposta che veniva ritualmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’Adunanza della Corte.

In vista dell’odierna Camera di Consiglio il Curatore del fallimento (OMISSIS) S.p.A. si è avvalso della facoltà di depositare memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 2697 c.c., e degli artt. 115 e 116 c.p.c..

La Corte d’Appello avrebbe erroneamente ritenuto che, dato che sull’immobile su cui verte la controversia erano iscritte altre ipoteche in forza di decreti ingiuntivi di importo considerevole, oltre all’ipoteca volontaria a garanzia della concessione di un mutuo, fosse da ritenersi provata la scientia decotionis da parte dell’odierna ricorrente, risultante la persona nominata dai suoi genitori nell’atto di compravendita dell’immobile da costruire. Dalla sentenza di prime cure emergeva la ricorrenza di tali iscrizioni ipotecarie che, tuttavia, il giudice aveva considerato non sufficienti a fondare la prova presuntiva della scientia decotionis in capo all’acquirente, senza che nel giudizio di appello la parte appellata avesse messo in discussione tali risultanze, le quali, peraltro, emergevano dall’atto pubblico, sebbene non fosse specificato l’importo delle iscrizioni a garanzia. Sicchè secondo il ragionamento della Corte, una persona di media cultura – tali dovevano considerarsi i genitori dell’odierna ricorrente, titolari di una macelleria – avrebbe dovuto percepire i sintomi di uno stato di insolvenza.

La tesi ivi sostenuta si fonda sulla asserita violazione del principio di non contestazione da parte della Corte d’Appello che non avrebbe tenuto conto: a) che la ricorrente non aveva l’onere di contestare le singole iscrizioni ipotecarie; b) che, comunque, aveva formulato una censura di carattere probatorio, lamentando che la curatela fallimentare non avesse fornito la prova della scientia decotionis, perchè i decreti ingiuntivi del Banco di Sicilia e della Sicilcassa le erano ignoti; c) che il fatto che in sede di appello non avesse contestato la sussistenza delle evocate iscrizioni ipotecarie derivava dal fatto che il giudice di prime cure le aveva ritenute irrilevanti, ferma restando la riproposizione, in comparsa conclusionale, della eccezione di carenza probatoria dell’iscrizione ipotecaria, non bastando a tal fine la produzione in giudizio dei relativi decreti ingiuntivo, cioè dei titoli che avrebbero giustificato l’iscrizione.

2. Con il secondo motivo la ricorrente censura la sentenza gravata per violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, della L. Fall., art. 67, comma 2, e degli artt. 2227-2229 c.c..

Stante che il curatore fallimentare ove voglia agire, ai sensi della L. Fall., art. 67, comma 2, ha l’onere di dimostrare che l’altra parte era a conoscenza della situazione economicamente dissestata in cui versava il fallito al momento della stipulazione dell’atto dispositivo oneroso, egli avrebbe dovuto farsi carico di dimostrare la probabilità della scientia decotionis, avuto riguardo per le condizioni, economiche, sociali, organizzative, topografiche e culturali nelle quali il creditore del fallito era venuto a trovarsi. Tale prova può raggiungersi anche attraverso presunzioni, purchè fondate su circostanze gravi, precise e concordanti. Nel caso di specie, la Corte d’Appello, dopo aver ritenuto incontestata l’esistenza di iscrizioni ipotecarie di notevole importo, irrilevante il fatto che nell’atto pubblico non fosse fatta menzione dell’importo garantito tramite ipoteca, avendo considerato inverosimile che il creditore del fallito non avesse provveduto ai relativi accertamenti ed addossando su quest’ultimo un adempimento che avrebbe dovuto pretendersi dal notaio rotante, idonee le condizioni personali e sociali degli acquirenti ad avvedersi dello stato di insolvenza in cui versava la società poi fallita, avrebbe fondato il proprio ragionamento inferenziale su concetti astratti avulsi dalla realtà dei fatti.

3. Va esaminata preliminarmente l’eccezione di tardività del ricorso, per violazione del termine perentorio di cui all’art. 327 c.p.c., come modificato dalla L. n. 69 del 2009, sollevata dal controricorrente, il quale assume che: il ricorso risulta notificato il 9 maggio 2008, ben oltre il termine di sei mesi dalla pubblicazione della sentenza, pur trattandosi di giudizio introdotto successivamente al 4 luglio 2009. Il giudizio di appello si è avviato con atto notificato il 17 luglio 2009. La modifica dell’art. 327 c.p.c., si applica ai giudizi instaurato dopo l’entrata in vigore della legge che ha sostituito il termine di decadenza di sei mesi dalla pubblicazione della sentenza all’originario termine annuale. Il ricorso avrebbe dovuto proporsi nei sei mesi dalla pubblicazione della sentenza, 12 novembre 2017, computando il termine a mese e considerando la sospensione feriale.

3.1. L’eccezione non merita accoglimento.

Il giudizio è iniziato prima del 4 luglio 2009 (la sentenza di primo grado è del 15 dicembre 2008, l’atto di citazione è stato notificato l’11 aprile 2001).

Al riguardo, occorre osservare che “la L. n. 69 del 2009, art. 46, comma 17, che ha abbreviato in sei mesi il termine di proposizione delle impugnazioni ex art. 327 c.p.c., trova applicazione, ai sensi della cit. L., art. 58, comma 1, ai soli giudizi iniziati dopo il 4 luglio 2009 (Cass. 2012n. 17060). La riduzione del termine da un anno a sei mesi, si applica, ai sensi della medesima L., art. 58, ai giudizi instaurati, e non alle impugnazioni proposte, a decorrere dal 4 luglio 2009, essendo quindi ancora valido il termine annuale qualora l’atto introduttivo del giudizio di primo grado sia anteriore a quella data (Cass. 2012 n. 6784), restando irrilevante il momento dell’instaurazione di una successiva fase o di un successivo grado di giudizio”: Cass. 11/01/2017, n. 461.

4. Si può dunque passare all’esame dei due motivi di ricorso.

5. Per quanto riguarda il primo motivo esso non fornisce una chiara individuazione della motivazione della sentenza impugnata che vorrebbe criticare, in quanto non la identifica nè direttamente nè indirettamente rinviando alla sentenza, così costringendo la Corte a ricercare quale possa essere l’oggetto di critica. In secondo luogo, l’illustrazione viola l’art. 366 c.p.c., n. 6, giacchè, pur facendo leva l’argomentazione difensiva sul contenuto della comparsa di risposta di primo grado e della conclusionale di primo grado, nonchè della comparsa di risposta di appello, si omette di localizzare detti atti in questo giudizio di legittimità, nè, trattandosi di atti processuali, si è fatto riferimento come ammette Cass., Sez. Un., n. 22726 del 2011, seguita da numerose conformi – alla presenza di tali atti nel fascicolo d’ufficio del giudizio di appello. In terzo luogo, i passi di detti atti che vengono riprodotti risultano estrapolati in modo da nemmeno giustificare quanto parte ricorrente intende desumerne.

D’altro canto, nell’illustrazione, lungi dall’individuare effettivamente fatti contestati diversi da quelli che la Corte territoriale si sostiene abbia ritenuto incontestati, se ne propone un’interpretazione nel senso che la contestazione della scientia decotionis avrebbe eliso l’obbligo di contestare specificamente le singole iscrizioni ipotecarie: tanto colloca l’argomentare del tutto al di fuori del concetto di non contestazione e di quello di contestazione. Dalla motivazione della Corte d’Appello, al contrario, è dato desumere la corretta applicazione del principio di non contestazione, già elaborato dalla giurisprudenza di legittimità a seguito della sentenza delle Sezioni Unite n. 761 del 23/2/2002 – secondo cui “Il convenuto, ai sensi dell’art. 167 c.p.c., è tenuto, anche anteriormente alla formale introduzione del principio di “non contestazione” a seguito della modifica dell’art. 115 c.p.c., a prendere posizione, in modo chiaro ed analitico, sui fatti posti dall’attore a fondamento della propria domanda, i quali debbono ritenersi ammessi, senza necessità di prova, ove la parte, nella comparsa di costituzione e risposta, si sia limitata a negare genericamente la sussistenza dei presupposti per l’accoglimento della domanda attorea, senza elevare alcuna contestazione chiara e specifica.” (Cass. n. 19896 del 6/10/2015; cfr. anche Cass. n. 27596 del 20/11/2008; Cass. n. 26624 del 22/10/2018) – merita osservare che la decisione impugnata ha fatto corretta applicazione del principio enunciato, là dove ha considerato che sulle iscrizioni ipotecarie l’odierna ricorrente aveva la possibilità nonchè l’onere di procedere alla contestazione specifica. Tale assunto non merita censure, considerato che la Corte territoriale ha focalizzato l’attenzione sulle iscrizioni ipotecarie, costituenti i fatti su cui la curatela aveva fondato la prova della scientia decotionis e che essi erano stati oggetto della dialettica processuale, perciò non può esserle rimproverato di avere rimarcato la mancanza di contestazione specifica da parte della ricorrente, circoscritta al tema della mancata produzione degli atti di iscrizione ipotecaria, a fronte della mera produzione in giudizio dei decreti ingiuntivi.

Tanto si osserva non senza evidenziare che l’assunto resta del tutto inspiegato.

6. Il secondo motivo deduce la violazione delle norme sulle presunzioni in modo privo di conformità a quanto richiesto da Cass., Sez. Un., n. 1785 del 2018, prospettando invece una rivalutazione delle risultanze probatorie apprezzate dalla corte territoriale e, dunque, una non consentita rivalutazione della quaestio facti.

Non è stato prospettato che il giudice di merito abbia contraddetto il disposto dell’art. 2729 c.c., comma 1, affermando (e, quindi, facendone poi concreta applicazione) che un ragionamento presuntivo può basarsi anche su presunzioni (rectius: fatti), che non siano gravi, precise e concordanti, nè che il giudice di merito abbia fondato la presunzione su un fatto storico privo di gravità o di precisione o di concordanza ai fini della inferenza dal fatto noto della conseguenza ignota, così sussumendo sotto la norma dell’art. 2729 c.c., fatti privi di quelle caratteristiche e, quindi, incorrendo in una sua falsa applicazione sì da imporre a questa Corte di controllare se la norma dell’art. 2729 c.c., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta dal giudice di merito, lo sia stata anche a livello di applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta.

Deve, dunque, qui ribadirsi che chi voglia dedurre il vizio di falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., comma 1, ha l’onere di proporre un’attività argomentativa che si estrinsechi nella puntuale indicazione, enunciazione e spiegazione che il ragionamento presuntivo compiuto dal giudice di merito assunto, però, come tale e, quindi, in facto per come è stato enunciato – risulti irrispettoso del paradigma della gravità, o di quello della precisione o di quello della concordanza.

Ove, invece, il ricorrente critichi il ragionamento presuntivo prospettando pretese inferenze probabilistiche diverse sulla base della evocazione di emergenze istruttorie e/o della prospettazione di una diversa ricostruzione delle quaestiones facti, il motivo deve dichiararsi inammissibile perchè non presenta le caratteristiche della denuncia di un vizio di falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., comma 1, e nemmeno, pur riconvertito alla stregua di Cass., Sez. Un., n. 17931 del 2013, quelle di un motivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

I presupposti presi in esame dalla Corte di merito, peraltro, sono stati da questa Corte ritenuti più volte sufficienti ad integrare la prova dei presupposti soggettivi dell’azione revocatoria: cfr. Cass. 09/03/2006, n. 5105 che ha reputato corretta la decisione di appello che aveva individuato la prova della scientia fraudis nel comportamento degli acquirenti, i quali, pur consapevoli che sull’immobile acquistato gravavano iscrizioni ipotecarie di rilevante importo, si erano accontentati della mera assicurazione del venditore che i debiti erano estinti e che avrebbe provveduto a cancellare le ipoteche entro un termine di gran lunga successivo alla stipulazione, senza neppure fare riferimento ad un’ipoteca giudiziale iscritta sull’immobile; Cass. 23/11/2013, n. 25739, la quale ha escluso che la Corte di merito si fosse sottratta all’applicazione del principio, secondo cui ciò che assume rilievo, ai fini della revocatoria fallimentare, non è la mera conoscibilità oggettiva ed astratta delle condizioni economiche della controparte, ma la concreta situazione psicologica della parte nel momento dell’atto impugnato, la quale deve necessariamente consistere in una conoscenza effettiva e non meramente potenziale, per il fatto di aver fatto ricorso ad elementi indiziari, dai quali aveva dedotto dall’esistenza di un’ipoteca giudiziale sul bene venduto, menzionata nello stesso atto di compravendita ed iscritta in virtù di un provvedimento ormai definitivo avente ad oggetto la condanna della società venditrice al pagamento di un rilevante importo, il concreto collegamento tra l’acquirente ed i sintomi del dissesto economico-finanziario necessari ai fini della configurabilità di un’effettiva conoscenza dello stato d’insolvenza; precisando che la sussistenza di tale collegamento non è revocabile in dubbio per effetto della mancanza nell’atto di qualsiasi precisazione in ordine all’importo dell’iscrizione, non potendo ritenersi illogica, alla stregua della prudenza ed avvedutezza normalmente richieste ai fini della stipulazione di un contratto, la deduzione della Corte di merito secondo cui la ricorrente non poteva non esserne a conoscenza, dal momento che risultava inverosimile che ella non avesse provveduto ai relativi accertamenti.

5. Il ricorso va in definitiva dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come da dispositivo.

6. Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in Euro 7.300,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2020

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