Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12989 del 24/05/2017


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Cassazione civile, sez. I, 24/05/2017, (ud. 14/03/2017, dep.24/05/2017),  n. 12989

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – rel. Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21030/2011 proposto da:

F.G. (c.f. (OMISSIS)), F.L. (c.f. (OMISSIS),

F.A. (c.f. (OMISSIS)), Fe.An. (c.f. (OMISSIS)),

nella qualità di eredi di D.F.; D.G. (c.f.

(OMISSIS)), D.L. (c.f. (OMISSIS)), D.T. (c.f.

(OMISSIS)); N.G. (c.f. (OMISSIS)), N.T.

(c.f. (OMISSIS)), N.A. (c.f. (OMISSIS)),

N.C. c.f. ((OMISSIS)), No.Co. (c.f. (OMISSIS)),

No.Ga. (c.f. (OMISSIS)), No.Gi. (c.f(OMISSIS));

P.M. (c.f. (OMISSIS)), P.G. (c.f. (OMISSIS)),

P.T. (c.f. (OMISSIS)), nella qualità di eredi di Pu.Gi.;

nonchè P.G. (c.f. (OMISSIS)), in proprio e nella qualità

di erede di P.P.; elettivamente domiciliati in Roma,

Piazza Giovane Italia n. , presso Pontisso, rappresentati e difesi

dall’avvocato Filosa Lucio, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

Comune di Portici, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in Roma, Via Caste del Rio n. 32 (Vitinia), presso il

Dott. Citterio Giancarlo, rappresentato e difeso dall’avvocato Manzo

Giuseppe, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2199/2010 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 14/06/2010;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/03/2017 dal cons. SAMBITO MARIA GIOVANNA C..

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con citazione notificata il 10 giugno 1993 Pu.Gi., Pu.Ga. quale coltivatore diretto affittuario del padre Pasquale ed erede dello stesso e per rappresentazione di P.C., i germani D.G., F., T. e L. quali eredi di P.A., i germani N.C., G., A., T., C., Gi. e Ga., quali eredi di P.M., convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Napoli il Comune di Portici esponendo di aver trasferito al convenuto, per cessione volontaria del 13.6.1983, i beni già occupati con decreto sindacale del 29.9.1980, per realizzazione di un campo sportivo, e di aver determinato sia l’indennità colonica che il prezzo in via provvisoria e salvo conguaglio, con l’intesa che il pagamento dell’80% sarebbe avvenuto entro dieci giorni, che il restante 20% sarebbe stato corrisposto entro trenta giorni dall’avvenuto riscontro da parte dell’U.T.E. e che, in caso di ritardo, il Comune avrebbe corrisposto interessi in misura corrispondente al tasso ufficiale di sconto della Banca d’Italia. Poichè non era stato pagato nè il residuo 20% dell’acconto del prezzo di cessione nè il previsto conguaglio, gli attori chiedevano la condanna all’adempimento, ed, in corso di causa, sostituivano tale domanda con quella di risoluzione.

Il Tribunale condannava il Comune al pagamento della indennità di occupazione in favore di Pu.Gi., dei germani D. e dei germani N. nonchè dell’indennità colonica in favore di P.G., omettendo ogni pronuncia sulla domanda di pagamento del saldo del prezzo della cessione. La decisione gravata da entrambe le parti, veniva confermata dalla Corte d’Appello di Napoli, secondo cui il lamentato inadempimento non era imputabile a titolo di colpa al Comune essendo rimasto accertato che l’omesso pagamento del saldo dell’acconto sul prezzo di cessione era dovuto al mancato riscontro da parte dell’U.T.E. dell’esattezza dei criteri seguiti nella determinazione dell’indennità, da cui decorreva il termine di trenta giorni pattuito per il pagamento; ma la pronuncia veniva cassata con sentenza n. 19676 del 2006 di questa Corte, in accoglimento dei primi tre motivi.

Giudicando in sede di rinvio, la Corte d’Appello di Napoli, con sentenza depositata il 14.6.2010: a) ha dichiarato la risoluzione del contratto di cessione volontaria per inadempimento del Comune, che non aveva corrisposto il conguaglio nonostante l’introduzione dei criteri di liquidazione dell’indennità di espropriazione di cui alla L. n. 359 del 1992, ed ha condannato l’Ente inadempiente al risarcimento del danno, in misura pari all’indennità prevista dalla della citata L. n. 359 del 1992, art. 5 bis; b) ha rivalutato gli acconti versati dal Comune, per renderli omogenei al credito di valore dei proprietari; c) ha rigettato la domanda volta alla corresponsione degli interessi convenzionali, essendo stata accolta la domanda principale di risoluzione.

Per la cassazione della sentenza, P.G. e consorti hanno proposto ricorso, affidato a quattro motivi, ai quali il Comune di Portici ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, i ricorrenti deducono la violazione della L. n. 2359 del 1865, art. 39 e della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, evidenziando che la Corte territoriale ha applicato la disciplina riduttiva dichiarata illegittima, con sentenza n. 348 del 1992 della Corte Costituzionale.

2. Col secondo motivo, si denuncia la violazione degli artt. 1223, 1453 c.c. e della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, per non avere i giudici a quo considerato che le statuizioni restitutorie derivanti dalla pronunciata risoluzione nascevano dalla realizzazione dell’opera pubblica, con la conseguente impossibilità di riacquistare il dominio del bene già alienato. Anche per tale via, proseguono i ricorrenti, il danno da liquidare in loro favore andava riconosciuto al valore pieno.

3. Col terzo motivo, si lamenta l’errore in cui è incorsa la Corte d’appello nella rivalutazione delle somme corrisposte dal Comune: il debito restitutorio gravante su di essi ricorrenti costituiva, infatti, un debito di valuta, il quale è stato rivalutato in violazione dell’art. 1224 cpv. c.c..

4. Con il quarto motivo, si censura il mancato riconoscimento degli interessi convenzionali sulle somme liquidate a titolo di indennità colonica.

5. I primi due motivi vanno accolti per le seguenti considerazioni. Accertato l’inadempimento del Comune all’atto di cessione volontaria, la Corte territoriale, come del resto riconoscono i ricorrenti, ha rilevato che l’area, già occupata, è stata irreversibilmente trasformata per la realizzazione dell’opera pubblica ed ha affermato che il risarcimento doveva, in conseguenza, aver luogo in riferimento alla disposizione di cui all’art. 5 bis citato. Ora, se l’assunto secondo cui la restituzione non poteva aver luogo per il perfezionarsi dell’occupazione appropriativa (tanto è sotteso nella statuizione in esame) non è corretto, dovendo escludersi – in conformità del principio enunciato dalla Corte EDU, secondo cui l’espropriazione deve sempre avvenire in “buona e debita forma” – che, per tale via, possa acquisirsi autoritativamente un bene alla mano pubblica, va rilevato che la statuizione risarcitoria per equivalente, disposta dalla Corte territoriale, non è stata impugnata dai ricorrenti, e deve, quindi, ritenersi irrevocabile.

6. Il risarcimento spettante ai ricorrenti deve dunque reintegrarne il patrimonio e va commisurato al valore venale di mercato del bene e non può esser liquidato con l’applicazione del criterio dimidiato di cui alla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, espunto dall’ordinamento con sentenza della Corte Cost. n. 349 del 2007 (al pari dei VAM con la successiva sentenza n. 181 del 2011). A tale compito provvederà il giudice del rinvio, che farà riferimento alla data dell’irreversibile trasformazione del fondo e rivaluterà il dovuto alla data della relativa liquidazione.

7. La cassazione della sentenza, in punto di determinazione del dovuto, comporta l’assorbimento del terzo motivo, relativo alle modalità d’imputazione dei versamenti effettuati da parte del Comune.

8. Il quarto motivo va invece rigettato: la statuizione della precedente sentenza rescindente, secondo cui la pattuizione di interessi convenzionali influenza anche il saggio degli interessi posti a carico dell’obbligato eventualmente dovuti, una volta riconosciuta l’esistenza della mora imputabile, va riferita all’ipotesi di rigetto della domanda di risoluzione. La dedotta sopravvivenza della pattuizione relativa agli interessi convenzionali sull’indennità del colono si fonda su una supposta autonomia della relativa pattuizione rispetto al contratto di cessione volontaria che è totalmente nuova ed è comunque smentita dalla considerazione che il credito di cui alla L. n. 865 del 1971, art. 17, in favore di coloro i quali traggono i propri mezzi di sussistenza dalla coltivazione del suolo, trova anch’esso la sua fonte nell’espropriazione del bene, nella specie sostituita con il contratto di cessione volontaria, che è stato risolto.

9. Il giudice del rinvio che si designa nella Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione, provvederà, inoltre, a liquidare le spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

 

La Corte accoglie il primo ed il secondo motivo, assorbito il terzo rigetta il quarto cassa e rinvia, anche per la statuizione sulle spese, alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 14 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2017

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