Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12960 del 22/06/2016


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Cassazione civile sez. I, 22/06/2016, (ud. 20/05/2016, dep. 22/06/2016), n.12960

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMO CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAGONESI Vittorio – Presidente –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11659-2012 proposto da:

SYNTHON BV e ISTITUTO BIOCHIMICO ITALIANO G.L.

S.P.A., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA PACUVIO 34, presso

l’avvocato GUIDO ROMANELLI, che li rappresenta e difende unitamente

all’avvocato ADRIANO VANZETTI, giusta procura speciale per Notaio

CORSTIAAN ANNE VOOG di AMSRERDAM del 27.4.2012, munita di Apostille

n. 16143 per la prima e procura speciale per Notaio MARINA FANFANI di

ROMA – Rep.n. 61216 del 2.5.2012 per la seconda;

– ricorrenti –

contro

ASTRAZENECA S.P.A. e ASTRAZENECA UK LIMITED, in persona dei

rispettivi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente

domiciliate in ROMA, VIALE G. MAZZINI 6, presso l’avvocato

PASQUALE SCRIVO, che le rappresenta e difende unitamente

all’avvocato GIORGIO FLORIDIA, giusta procura a margine del

controricorso e procura speciale per Notaio MARTIN EMI BUCHNER del

30.5.2012, munita di Apostille n. 5262556 e n. 5262557;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 848/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 29/03/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/05/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO PIETRO LAMORGESE;

uditi, per le ricorrenti, gli Avvocati ROMANELLI CHIARA, con

delega, e VANZETTI A. che hanno chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per le controricorrenti, l’Avvocato IURI MARIA PRADO, con

delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del sostituto Proccuratore Generale

SORRENTINO Federico, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 26 novembre 2005, la Synthon BV, Genthon GmbH e l’Istituto biochimico italiano (IBI) convennero in giudizio la AstraZeneca UK Limited (AZ Ltd.) e la Astrazeneca (AZ spa) e chiesero di accertare la nullità del brevetto n. (OMISSIS) di AZ Ltd, e del relativo certificato complementare, e la responsabilità delle convenute per concorrenza sleale, con condanna al risarcimento dei danni, per essersi ostinatamente opposte all’immissione in commercio di specialità farmaceutiche con la denominazione generica del principio attivo Propofol (utilizzato, in due dosaggi, per l’induzione e il mantenimento dell’anestesia generale e la sedazione dei pazienti in terapia intensiva); successivamente le convenute chiesero di dichiarare cessata la materia del contendere sulla domanda di nullità del brevetto, avendo rinunciato a difenderne la validità, ma resistettero alla domanda di concorrenza sleale proposta ex art. 2598 c.c., n. 3 nei loro confronti.

A sostegno delle proprie domande, le attrici esposero di avere presentato al Ministero della sanità, tra maggio 1999 e aprile 2000, due domande di autorizzazione all’immissione in commercio (cd. AIC) del prodotto medicinale generico a base di Propofol, che dovevano essere valutate secondo la rapida procedura di mutuo riconoscimento europeo (tempestivamente definita in data 10 agosto 1999 e 8 agosto 2000), trattandosi di specialità già immesse in commercio in altro paese europeo; tuttavia, la definizione della procedura di rilascio dell’AIC aveva subito un blocco, a causa del comportamento ostruzionistico di AZ che, sfruttando la prassi amministrativa, allora vigente, di non concedere l’autorizzazione all’immissione in commercio di specialità coperte da brevetto di terzi, aveva tentato di bloccare e ritardare l’ingresso nel mercato italiano del prodotto generico: comunicando al Ministero di essere titolare del brevetto italiano, avente ad oggetto un farmaco a base di Propofol, pur conoscendone la nullità (per difetto di novità, trattandosi di un rideposito in Italia di un brevetto anteriore registrato in Gran Bretagna); promuovendo azioni infondate davanti al giudice amministrativo, facendo pressioni sulle Asl e sulle aziende ospedaliere per aggiudicarsi le gare per la fornitura del prodotto e screditando quello commercializzato da Genthon (che successivamente aveva ceduto i relativi diritti a Synthon); la situazione fu sbloccata solo quando il Ministero, avendo nel frattempo modificato la prassi precedente, rilasciò l’autorizzazione il 14 dicembre 2002, con un ritardo di 1310 e 974 giorni per le due specialità Propofol, a fronte dei novanta giorni previsti dalla normativa europea.

Il Tribunale di Milano ha rigettato la domanda di concorrenza sleale.

La Corte d’appello di Milano, con sentenza 29 marzo 2011, ha rigettato il gravame, avendo ritenuto che non vi fossero elementi probatori sufficienti per confermare il quadro accusatorio delineato dalle attrici a sostegno della domanda di concorrenza sleale.

Avverso questa sentenza la Synthon e l’IBI hanno proposto ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, cui si sono opposte le società convenute. Le parti hanno presentato memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Il primo motivo del ricorso denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1175 e 2043 c.c. e art. 2598 c.c., n. 3, per avere escluso l’esistenza di un comportamento abusivo di AZ, consistente nell’avere informato il Ministero di un brevetto della cui nullità essa era consapevole, al fine di impedire il rilascio dell’AIC alle ricorrenti. La Corte di merito avrebbe erroneamente ritenuto configurabile un abuso del brevetto solo in presenza di un atto giudiziale, mentre sarebbe sufficiente che si utilizzi in qualsiasi forma una privativa che si conosca essere nulla, al fine di ostacolare un concorrente sul mercato.

Il motivo è infondato. La sentenza impugnata non ha limitato la configurabilità della fattispecie di abuso di brevetto al caso di uso giudiziale dello stesso, ma ha soltanto escluso che, nelle comunicazioni di AZ al Ministero, ricorresse, in concreto, una fattispecie di abuso finalizzato ad impedire il rilascio dell’AIC. I giudici di merito, con adeguato apprezzamento di fatto, incensurabile in questa sede, hanno ritenuto che tale conclusione non fosse contraddetta dalla generica comunicazione da parte di AZ (su richiesta dello stesso Ministero) della titolarità di un brevetto facente parte di un portafoglio di altra società, in epoca precedente alla stessa presentazione delle domande di AIC. 2.- Il secondo motivo denuncia violazione o falsa applicazione dell’artt. 2598 c.c., n. 3, nullità della sentenza e omessa e insufficiente motivazione, per avere riferito l’indagine sulla malafede di AZ nel procedimento di rilascio dell’AIC al momento, risalente nel tempo, del deposito del brevetto in Italia da parte dell’originario titolare, mentre la Corte di merito avrebbe dovuto valutare la correttezza professionale nel successivo momento in cui AZ si era servita del brevetto per ostacolare la conclusione di quel procedimento.

Il motivo si basa su una erronea lettura della sentenza impugnata, la quale non ha attribuito ad AZ la buona fede propria dell’originaria titolare del brevetto (dalla quale lo aveva acquistato), al momento del suo deposito in Italia, ma si è limitata ad affermare che AZ aveva beneficiato della prassi amministrativa che, all’epoca, impediva il rilascio dell’AIC qualora nel registro dei brevetti fosse presente un brevetto sulla specialità medicinale corrispondente.

Esso è quindi infondato.

3.- Il terzo motivo denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2697 e 2729 c.c. e art. 115 c.p.c., nonchè omessa e insufficiente motivazione, per avere trascurato importanti elementi da cui si evinceva la prova presuntiva dell’illecita condotta di AZ; per avere preteso che le attrici fornissero una prova diretta, in una situazione in cui esse erano lontane dai fatti da provare e la prova presuntiva era l’unica generalmente a disposizione della vittima dell’illecito, nel caso di pressioni fatte per impedire l’ingresso di un concorrente sul mercato; per avere trascurato che la condotta di AZ si era svolta quando il Ministero non rilasciava AIC sui farmaci coperti da brevetto.

Il motivo è infondato.

Contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, la sentenza impugnata non ha escluso la possibilità di provare il comportamento abusivo imputato ad AZ mediante presunzioni, ma ha solo ritenuto, in concreto, che nessuna circostanza nota conducesse alla prova di quella ignota circa l’esistenza di pressioni di AZ idonee a causare il blocco o il rallentamento della pratica di rilascio dell’AIC, ma questa è una valutazione di merito insindacabile in sede di legittimità.

In particolare, la Corte milanese ha valutato i diversi elementi di prova presuntiva emersi nel giudizio, e anche testimoniale e documentale, giungendo alla conclusione che l’anomalo ritardo nella conclusione della procedura di AIC non fosse addebitabile ad AZ e che il danno lamentato fosse causalmente riconducibile alle autonome scelte dell’autorità amministrativa. Inoltre, con incensurato apprezzamento di fatto, la medesima Corte ha rilevato che, benchè le attrici avessero riferito che la procedura di mutuo riconoscimento europeo si fosse conclusa tempestivamente, il successivo ritardo nel rilascio dell’AIC fosse dovuto anche al ritardo con cui la Genthon avviò (in data 4 maggio 2001) la fase conclusiva del complesso iter amministrativo.

E’ noto che le presunzioni semplici costituiscono una prova completa alla quale il giudice di merito può attribuire rilevanza, anche in via esclusiva, ai fini della formazione del proprio convincimento, nell’esercizio del potere discrezionale, istituzionalmente demandatogli, di individuare le fonti di prova, controllarne l’attendibilità e la concludenza e, infine, scegliere fra gli elementi probatori sottoposti al suo esame, quellio ritenuti più idonei a dimostrare i fatti costitutivi della domanda o dell’eccezione. Spetta, pertanto, al giudice di merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni, individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, con apprezzamento di fatto che, ove adeguatamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità;

inoltre, la censura per vizio di motivazione in ordine all’utilizzo o meno del ragionamento presuntivo non può limitarsi – come nel caso in esame – ad affermare un convincimento diverso da quello espresso dal giudice di merito, ma deve fare emergere l’assoluta illogicità e contraddittorietà del ragionamento decisorio (v., tra le tante, Cass. n. 15737/2003, n. 10847/2007).

4.- Il quarto motivo denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2598 c.c., n. 3, nonchè omessa e insufficiente motivazione, per avere ritenuto che AZ fosse libera di tacere la nullità del brevetto e che non esistesse alcuna norma che le imponesse di farsi parte diligente e di comunicare al Ministero che il suo brevetto era nullo, mentre tale norma esisteva ed era l’art. 2598, n. 3 cit., che vieta l’impiego di ogni mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale, quale può essere anche un comportamento omissivo, come nel caso in esame, per avere la AZ segnalato al Ministero l’esistenza di un brevetto nullo, al fine di approfittare maliziosamente di una prassi illegittima e di bloccare il rilascio dell’AIC, nonchè per essersi opposta all’ingresso nel mercato del farmaco delle ricorrenti, diffondendo comunicazioni mendaci sulle caratteristiche dello stesso.

Il motivo è inammissibile, in quanto astrattamente formulato sulla base di presupposti di fatto diversi da quelli accertati dai giudici di merito, quali hanno ulteriormente escluso la valenza anticoncorrenziale della difesa, da parte di AZ, temporalmente circoscritta, delle prerogative tecniche del prodotto brevettato rispetto a quello generico.

5.- Nel quinto motivo, che denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2598 n.3 c.c., nonchè omessa e insufficiente motivazione, si imputa ai giudici di merito di avere escluso la concorrenza sleale nel comportamento di AZ, per avere intralciato e illegittimamente limitato le vendite dei farmaci delle ricorrenti, nonchè inviato alle Asl e alle aziende ospedaliere un comunicato in cui si affermava falsamente che la sua specialità farmaceutica a base di Porpofel era qualitativamente diversa e più sicura di quella commercializzata da IBI e per avere condizionato le gare d’appalto.

Il motivo è inammissibile, per ragioni analoghe a quelle riguardanti il precedente motivo, mirando a una rivisitazione del giudizio di fatto, logicamente compiuto dai giudici di merito, i quali hanno argomentato anche in ordine alla irrilevanza della proposizione – in epoca, tra l’altro, successiva al rilascio dell’AIC – dei giudizi amministrativi da parte di AZ e alla mancata prova del condizionamento delle gare di appalto delle Asl per favorire la fornitura dei suoi prodotti medicinali.

6.- Il sesto motivo denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2697 e 2729 c.c. e art. 115 c.p.c., e omessa e insufficiente motivazione, per avere preteso una prova diretta delle pressioni di AZ per ottenere l’aggiudicazione nelle gare indette dalle Asl e dalle aziende ospedaliere.

Il motivo è inammissibile, mirando, anche in tal caso, a una rivisitazione del giudizio di fatto compiuto dalla Corte milanese, la quale ha evidenziato, da un lato, che i bandi di gara che avrebbero favorito la AZ erano predisposti dal personale sanitario specializzato, sulla base di valutazioni tecniche, alle quali la AZ era estranea e, dall’altro, che la valorizzazione del Propofol con l’aggiunta di EDTA costituiva un legittimo esercizio del diritto d’impresa, in tal modo escludendo l’esistenza di un’attività denigratoria del prodotto medicinale generico imputabile ad AZ. 7.- In conclusione, il ricorso è rigettato. Sussistono giusti motivi per compensare le spese del presente giudizio, in considerazione della novità delle questioni prospettate nel giudizio.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 20 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 giugno 2016

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