Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1295 del 22/01/2014


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 1295 Anno 2014
Presidente: LA TERZA MAURA
Relatore: MAROTTA CATERINA

ORDINANZA
sul ricorso 16163-2011 proposto da:
I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA
SOCIALE 80078750587 in persona del Presidente e legale
rappresentante

pro tempore

nonché mandatario della S.C.C.I.,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA FREZZA 17,
presso l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO,
rappresentato e difeso dagli avvocati LELIO MARITATO,
ANTONINO SGROI, CARLA D’ALOISIO, giusta procura in calce
al ricorso;

– ricorrente contro
VAROLI EDNA VRLDNE47H47F473K, elettivamente domiciliata
in ROMA, PIAZZA COLA DI RIENZO 69, presso lo studio

Data pubblicazione: 22/01/2014

I
dell’avvocato PAOLO BOER, che la rappresenta e difende, giusta
delega a margine del controricorso;

– controricorrente avverso la sentenza n. 803/2010 della CORTE D’APPELLO di

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
14/11/2013 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA;
udito per la controricorrente l’Avvocato CARLO DE AMGELIS (per
delega avv. PAOLO BOER) che ha chiesto il rigetto del ricorso.
E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott.
GIANFRANCO SERVELLO che ha concluso per l’inammissibilità
del ricorso.
1 – Considerato che è stata depositata relazione del seguente
contenuto:
“Con sentenza n. 803/2010 depositata in data 29 marzo 2011, la
Corte di appello di Bologna, in accoglimento dell’impugnazione
proposta da Enda Varoli nei confronti dell’I.N.P.S. avverso la sentenza
del Tribunale di Parma, riconosciuto il diritto della parte appellante al
risarcimento del danno alla stessa derivato dalle non corrette
informazioni ricevute dall’Istituto sulla propria posizione
previdenziale, danno quantificato in euro 15.000,00 oltre accessori di
legge. Riteneva la Corte territoriale che l’errore commesso dall’I.N.P.S.
avesse comportato una postergazione del trattamento pensionistico
della Varoli la quale, facendo affidamento sulla completezza della
contribuzione versata, aveva cessato l’attività in data 31/1/2000,
restando, poi, fino al momento in cui il trattamento pensionistico le era
stato riconosciuto (1/1/2002), priva di reddito.
Avverso detta sentenza l’I.N.P.S. ricorre con un motivo.
Ric. 2011 n. 16163 sez. ML – ud. 14-11-2013
-2-

BOLOGNA del 4.8.2010, depositata il 29/03/2011;

Resiste con controricorso Edna Varoli.
Con l’unico articolato motivo di ricorso l’Istituto ricorrente
denuncia, in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e/o
mancata applicazione dell’art. 54 della legge n. 88 del 1989 e, in
relazione all’art. 360, n. 5. cod. proc. civ., omessa valutazione su un

territoriale ha erroneamente equiparato un semplice estratto conto
assicurativo alle certificazioni rilasciate dall’Istituto, su richiesta formale
dell’interessato ai sensi dell’art. 54 della legge n. 88/1189, redatte e
sottoscritte dal funzionario all’esito di un procedimento
amministrativo che solo impegna la responsabilità dell’Istituto.
Il motivo è sotto vari profili inammmissibile.
Si osserva, infatti, che la Corte di appello ha ritenuto l’I.N.P.S.
responsabile del danno derivato alla Varola per il periodo di mancata
percezione della retribuzione ovvero del trattamento pensionistico
(dall’1/1/2001 all’1/1/2002) sulla base di una serie di inadempienze
che andavano dalle erronee indicazioni contenute nel primo estratto
conto assicurativo richiesto in data 31 gennaio 2000 ad una più
generale obiettiva difficoltà per la Varoli di ricostruire la sua situazione
contributiva tanto che lo stesso I.N.P.S., tra “errori e sopravvenute
rettifiche” era arrivato a capo dei contributi settimanali “solo due anni
dopo la domanda di pensione”. Dunque si addebita all’I.N.P.S. una
condotta anomala nel complesso integrante una insufficiente
conoscibilità della corretta determinazione dei contributi maturati che,
dunque, va oltre il contenuto del documento sul quale l’I.N.P.S.
incentra le proprie censure.
Inoltre, nella specie, il giudice di appello ha accertato, sulla base di
una disposta consulenza tecnica d’ufficio, che dall’estratto conto
contributivo trasmesso dall’ente all’assicurata che ne aveva fatto
Ric. 2011 n. 16163 sez. ML – ud. 14-11-2013
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punto decisivo della controversia. Si duole del fatto che la Corte

.f,
specifica richiesta (“richiesto in data 31 gennaio 2000″) emergeva
l’esistenza di un errore nel calcolo dei contributi, quantificati alla data
del 31/12/1997 in n. 1811 settimane, ed ha sostanzialmente ritenuto,
come si evince dal chiaro riferimento alla laboriosa ricostruzione della
situazione della Varoli effettuata dal consulente tecnico, che si

neppure (per quanto sopra detto) di semplice eliminazione per una
persona solo dotata delle cognizioni minime compatibili con lo
svolgimento dell’attività lavorativa, con conseguente imputabilità
esclusiva del danno all’Ente previdenziale.
Si tratta di un valutazione di fatto, devoluta al giudice del merito,
assistita da motivazione sufficiente e non contraddittoria, e dunque
non assoggettabile alle censure che le sono state mosse in questa sede
di legittimità; peraltro l’I.N.P.S. non ha riportato in ricorso il contenuto
integrale dell’estratto conto assicurativo specificamente oggetto dei
rilievi – necessario anche per stabilire l’esatta natura e le finalità della
stessa (cfr. al riguardo Cass. 30 marzo 2010, n. 7683; id. 23 luglio 2012,
n. 12780) – sicché le censure espresse rimangono confinate, in
definitiva, ad una mera contrapposizione rispetto a tale valutazione di
merito operata dalla Corte d’appello, inidonea a radicare un deducibile
vizio di motivazione di quest’ultima.
Deve osservarsi, al riguardo, che secondo la giurisprudenza
costante di questa Corte, il ricorso per cassazione, per il principio di
autosufficienza, deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a
costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di
merito e, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali
ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo
stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso
giudizio di merito. Pertanto, il ricorrente che denuncia, sotto il profilo
Ric. 2011 n. 16163 sez. ML – ud. 14-11-2013
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trattasse di un errore non solo non di immediata riconoscibilità ma

:

di omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della
controversia, l’omessa o erronea valutazione di alcune risultanze
istruttorie (documenti, deposizioni testimoniali, dichiarazioni di parte,
accertamenti del consulente tecnico) ha l’onere di indicarne
specificamente il contenuto, anche mediante integrale trascrizione delle

id. 27 febbraio 2009, n. 4849; 17 luglio 2007, n. 15952; 12 maggio 2005,
n. 9954). Il suddetto onere, peraltro, ricade sul ricorrente per
cassazione a prescindere dalla posizione processuale assunta nel
giudizio di merito. Laddove, quindi, il ricorrente si dolga dell’erronea
valutazione, da parte del giudice di merito, di documenti prodotti dalla
controparte, ha l’onere di estrarne copia ai sensi dell’art. 76 disp. att.
cod. proc. civ. e di produrli in sede di ricorso per cassazione.
E tutto ciò a prescindere dalla considerazione che il vizio di
omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione denunciabile con
ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., si
configura soltanto quando nel ragionamento del giudice di merito sia
riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della
controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero un
insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non
consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a
base della decisione; tale vizio non è certamente riscontrabile allorché
la decisione appaia comunque assistita da motivazione sufficiente e
non contraddittoria e il giudice del merito abbia semplicemente
attribuito agli elementi valutati un valore e un significato diversi dalle
aspettative e dalle deduzioni di parte, poiché, diversamente, il motivo
di ricorso si risolverebbe in un’inammissibile istanza di revisione delle
valutazioni e del convincimento dello stesso giudice di merito, che
tenderebbe all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto,
Ric. 2011 n. 16163 sez. ML – ud. 14-11-2013
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medesime nel ricorso (cfr. exp/utimis Cass. 22 febbraio 2010, n. 4205;

sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione
(cfr. ex pluritnis, sui princìpi sopra indicati, Cass. 6 marzo 2008, n.
6064; Cass. Sez. Un. 21 dicembre 2009, n. 26825; id.

Cass. 23

dicembre 2009 n. 27162; 18 marzo 2011, n. 6288).
Per quanto sopra considerato, si propone la declaratoria di

proc. civ., n. 5”.
2 – Ritiene questa Corte che le considerazioni svolte dal relatore
siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla consolidata
giurisprudenza di legittimità in materia. Ricorre con ogni evidenza il
presupposto dell’art. 375, n. 5, cod. proc. civ. per la definizione
camerale del processo, soluzione non contrastata dalle parti e condivisa
dal Procuratore generale, che ha aderito alla relazione.
3 – Conseguentemente, il ricorso va dichiarato inammissibile.
4 – La regolamentazione delle spese segue la soccombenza.

P.Q.M.
LA CORTE dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna
l’I.N.P.S. al pagamento, in favore di Edna Varoli, delle spese del
presente giudizio di legittimità che liquida in euro 100,00 per esborsi ed
euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge, con
distrazione in favore dell’avv. Paolo Boer, anticipatario.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 novembre 2013.

inammissibilità del ricorso, con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 cod.

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