Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12948 del 26/06/2020

Cassazione civile sez. I, 26/06/2020, (ud. 04/12/2019, dep. 26/06/2020), n.12948

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. LIBERATI Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35682/2018 proposto da:

B.K., elettivamente domiciliato in Ancona, corso Mazzini 100,

presso lo studio dell’avvocato Marco Giorgetti, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ANCONA, depositato il 23/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/12/2019 dal Cons. Dr. GIOVANNI LIBERATI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Ancona ha respinto la domanda del ricorrente, B.K., nato in Gambia, di riconoscimento dello status di rifugiato, in subordine della protezione sussidiaria, in ulteriore subordine della protezione umanitaria, confermando le conclusioni della Commissione territoriale di Ancona i cui al provvedimento notificato al ricorrente il 5 aprile 2018.

Il Tribunale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, a causa della mancata allegazione della partecipazione del ricorrente ad attività politiche, o della sua appartenenza a una minoranza etnica o religiosa oggetto di persecuzione, o della possibile esposizione a violenze, torture o altre forme di trattamento inumano.

Ha poi escluso la sussistenza dei presupposti anche della protezione sussidiaria, in considerazione della natura strettamente personale e privata della vicenda narrata dal richiedente e della effettività della protezione delle autorità nell’area del Gambia di provenienza del ricorrente.

Infine, ha escluso anche la protezione umanitaria, non ravvisando una condizione di elevata vulnerabilità del ricorrente conseguente al suo rimpatrio, non essendo segnalate nel paese di origine compromissioni all’esercizio dei diritti umani, nè aspetti sintomatici di una effettiva e seria integrazione del richiedente nel tessuto socio-economico nazionale.

2. Il ricorrente chiede la cassazione del decreto del Tribunale di Ancona sulla base di tre motivi.

3. Il Ministero dell’Interno è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4. Il ricorso è articolato su tre motivi.

4.1. Il ricorrente ha premesso di essere cittadino gambiano, di etnia pular da parte del padre e wolof da parte della madre, e di essere stato pastore di bestiame; di essersi determinato a lasciare il proprio paese di origine per una situazione di disagio caratterizzata da prevaricazioni poste in essere da agenti non statuali, stante la carenza di adeguata protezione da parte delle istituzioni; in particolare, dopo la morte del padre era stato abbandonato dalla madre, che lo aveva affidato a uno zio, che lo aveva ridotto in schiavitù e minacciato di morte dopo la scoperta di una relazione con una cugina, facendolo anche ferire da alcuni suoi emissari, così determinandolo ad allontanarsi dal Gambia.

Tanto premesso circa la propria vicenda personale, con il primo motivo lamenta un vizio di ultrapetizione, in quanto il Tribunale aveva escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato in assenza della relativa istanza, con la conseguente nullità del decreto impugnato.

4.2. Con il secondo motivo lamenta la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5, 6 e 7 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 2, a causa della mancata considerazione da parte del Tribunale, della situazione di pericolo in caso di ritorno in Gambia, dove era stato aggredito da soggetti privati, senza alcun intervento delle forze di polizia locale.

4.3. Con il terzo motivo lamenta la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19 e D.P.R. n. 349 del 1999, art. 11, e un vizio della motivazione del provvedimento impugnato, con riferimento al diniego della protezione umanitaria.

5. Osserva il Collegio che i motivi proposti sono inammissibili perchè si risolvono in generiche deduzioni di fatto volte a sollecitare un riesame del merito della vicenda, non consentito in sede di legittimità.

6. Quanto al primo motivo, mediante il quale è stato denunciato un vizio di ultrapetizione, a causa dell’esame da parte del Tribunale di una richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato non avanzata dal ricorrente, rileva il Collegio che nei giudizi in materia di protezione internazionale non si applica il principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato quale previsto dal codice di rito perchè, in base alle direttive UE, nel ricorso introduttivo viene formulata una domanda unica a oggetto indistinto, per effetto della quale il giudice può attribuire una qualunque forma di protezione (internazionale o complementare) che ritenga adeguata ai fatti allegati dell’interessato (vedi, per tutte: Cass. SU 11 dicembre 2018, n. 32046; Cass. 24 marzo 2011, n. 6879, Cass. 18 febbraio 2011, n. 4139, Cass. 21 novembre 2011, n. 24544; Cass. 16 luglio 2015, n. 14998; Cass. 6 febbraio 2018, n. 2875; Cass. 27 marzo 2020, n. 7546; Cass. 12 maggio 2020, n. 8819).

Pertanto, la doglianza è inammissibile perchè con essa si denuncia la violazione o la falsa applicazione di norme inapplicabili ictu oculi nella specie, la censura risulta priva di decisività e, dunque, dell’interesse a proporla (vedi, per tutte: Cass. 21 gennaio 2004, n. 886; Cass. 5 giugno 2007, n. 13184; Cass. 5 maggio 1995, n. 4923).

7. Quanto al secondo motivo, relativo al diniego della protezione sussidiaria, va osservato che il Tribunale ha motivatamente escluso, in linea con il dato normativo, la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento di tale forma di protezione internazionale.

Il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, identifica il danno grave, che costituisce il presupposto per il riconoscimento della protezione sussidiaria, nelle ipotesi a) di condanna a morte o esecuzione della pena di morte, b) di tortura o altra forma di pena o trattamento umano o degradante ai danni del richiedente nel Paese d’origine, c) di minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto interno o internazionale secondo cui non sussistono i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato (Cass., Sez. 1, n. 11103/2019, Rv. 653465-01 con ampi riferimenti alla giurisprudenza Eurounitaria).

In estrema sintesi, il Tribunale ha ritenuto non fondato, per come rappresentato, il timore della persecuzione personale prospettato dal ricorrente e ha osservato che non erano stati esposti i motivi relativi alla temuta mancanza di protezione nello Stato d’origine; inoltre, ha aggiunto che, sulla base delle ricerche condotte, il Gambia non era un paese afflitto da una violenza indiscriminata, nè da considerare inefficiente dal punto di vista della tutela giudiziaria relativamente a vicende private quale quella narrata, peraltro genericamente, dal ricorrente.

Va dunque osservato che le liti tra privati per ragioni proprietarie o familiari non possono essere addotte come causa di persecuzione o danno grave, nell’accezione offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007, trattandosi di “vicende private” estranee al sistema della protezione internazionale, atteso che, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5 lett. c), i c.d. soggetti non statuali possono considerarsi responsabili della persecuzione o del danno grave soltanto se lo Stato, i partiti o le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio, comprese le organizzazioni internazionali, non possano o non vogliano fornire protezione contro le persecuzioni o i danni gravi suddetti adottando a tutela delle vittime le misure indicate nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 6, comma 2, (vedi, fra le tante: Cass. 1 aprile 2019, n. 9043 e Cass. 29 aprile 2020, n. 8367).

Ne consegue, in definitiva, l’inammissibilità delle censure sollevate in ordine al diniego del riconoscimento della protezione sussidiario, sia perchè formulate in modo generico e assertivo, sia perchè volte a censurare valutazioni di merito, circa l’insussistenza dei presupposti di tale forma di protezione, di cui è stata fornita illustrazione con motivazione sufficiente.

8. Quanto al terzo motivo, va ricordato che la protezione umanitaria, prevista in generale dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, è un istituto di “protezione complementare”, come tale non direttamente ricompreso nel sistema della protezione internazionale, ma la cui istituzione è autorizzata dalla normativa UE – vedi, in particolare: Considerando 14, direttiva n. 95/2011/U nonchè art. 6, par. 4, della direttiva rimpatri n. 115/2008/CE in base ai quali gli Stati membri sono autorizzati a prevedere in favore dei migranti forme di protezione più favorevoli rispetto a quelle indicate nelle direttive, purchè non incompatibili con esse – che nel nostro ordinamento è stato introdotto dalla L. n. 40 del 1998 il cui contenuto è stato poi trasfuso nel predetto Decreto Legislativo.

Il decreto – L. n. 113 del 2018 convertito in L. n. 132 del 2018 ne ha profondamente modificato la struttura, ma come precisato dalle Sezioni Unite di questa Corte tale novella, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 con le disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge, quale quella di cui si tratta nel presente giudizio.

Secondo la giurisprudenza (vedi spec. Cass., Sez. 1, n. 4455/2018, Rv. 647298), nei “gravi motivi umanitari” contemplati dal citato art. 5, comma 6, sono ricomprese la tutela della salute, l’instabilità politica e sociale nel Paese d’origine, la povertà e l’integrazione sociale. L’inserimento sociale nel Paese, tuttavia, non è da solo sufficiente per giustificare il rilascio del permesso umanitario, essendo necessaria un’effettiva valutazione comparativa della situazione oggettiva del Paese d’origine e soggettiva del richiedente, alla luce delle peculiarità della vicenda personale.

Nella specie, nella decisione di rigetto del permesso per motivi umanitari correttamente è stata esclusa una situazione di vulnerabilità e anche il requisito della integrazione sul territorio dello Stato, mancando anche qualsiasi vincolo familiare.

Le argomentazioni svolte sul punto nel ricorso risultano del tutto generiche e inidonee ad impugnare le suindicate rationes decidendi poste a base della decisione di rigetto de qua, tali rationes decidendi sono pertanto divenute definitive, sicchè in nessun caso se ne può più produrre l’annullamento (vedi, al riguardo: Cass. 7 novembre 2005, n. 21490; Cass. 26 marzo 2010, n. 7375; Cass. 7 settembre 2017, n. 20910; Cass. 3 maggio 2019, n. 11706).

Di qui l’inammissibilità del terzo motivo.

9. Non vi è luogo a pronunzia sulle spese, essendo il Ministero dell’Interno rimasto intimato.

Sussistono, infine, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente stesso, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, ove dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 4 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 giugno 2020

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