Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12948 del 23/05/2017


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Cassazione civile, sez. II, 23/05/2017, (ud. 15/03/2017, dep.23/05/2017),  n. 12948

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26345/2012 proposto da:

L.D., (OMISSIS), O.M.A., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA GERMANICO 197, presso lo studio

dell’avvocato ALFREDO GALASSO, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

F.C.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 52/2012 della CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA, depositata il 31/03/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/03/2017 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;

udito l’Avvocato Alfredo GALASSO, difensore dei ricorrenti che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – La vicenda oggetto della causa trae origine dalla costruzione edificata da L.D. e O.M.A., in territorio di (OMISSIS), lungo il confine col fondo di F.C..

2. – A conclusione dei giudizi di merito, la Corte di Appello di Caltanissetta confermò la sentenza del Tribunale di Nicosia con la quale, in accoglimento delle domande proposte dalla F., L.D. e O.M.A. – per quanto in questa sede ancora rileva – furono condannati ad arretrare, fino alla distanza legale di metri cinque dal confine col fondo attoreo, la porzione del loro edificio posta sul lato Sud, nonchè le finestre e i balconi ivi esistenti.

3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono L.D. e O.M.A. sulla base di tre motivi.

F.C., ritualmente intimata, non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte di Appello erroneamente applicato l’art. 58 n. 2 del R.E.C. di Regalbuto, non tenendo conto che tale disposizione prescriveva la distanza minima di metri cinque dal confine solo “ove esiste distacco”, distacco che – nella specie – non sussisterebbe, trovandosi sul lato sud dell’edificio dei convenuti L. – O. una stradella privata e non altro edificio.

Il motivo non è fondato.

Invero, la disposizione dell’art. 58 del R.E.C., secondo cui la distanza dal confine deve essere “ove esiste distacco, non inferiore a metri cinque”, va interpretata nel senso che è consentita la costruzione in aderenza, ossia “senza distacco”; mentre, ove vi sia distacco (non esistendo una costruzione del vicino), va osservata la distanza di metri cinque dal confine.

Nella specie, esistendo sul lato sud dell’edificio dei L. – O. una stradella realizzata sul confinante fondo della F. e, dunque, esistendo “distacco” nel senso sopra detto, esattamente la Corte territoriale ha ritenuto che la costruzione dei convenuti doveva osservare metri cinque dal confine.

2. – Col secondo motivo, si deduce la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per non avere la Corte di Appello fatto applicazione dell’art. 879 c.c., u.c., che esclude l’applicabilità delle norme sulle distanze agli edifici posti a confine con le piazze e le vie pubbliche, non considerando che la costruzione dei convenuti confinava proprio con una strada privata (posta sul fondo dell’attrice) aperta all’uso pubblico.

Unitamente al secondo motivo, va esaminato – in ragione della stretta connessione – anche il terzo motivo, col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per non avere la Corte di Appello fatto applicazione dell’art. 905 c.c., u.c., che esclude l’applicabilità delle norme sulle distanze all’apertura di vedute e di balconi sulla pubblica via, non considerando che i balconi e le finestre dell’edificio dei convenuti si affacciavano verso una strada aperta al pubblico transito, non arrecando così lesione alla riservatezza dell’attrice.

I motivi non possono trovare accoglimento.

Innanzitutto, le doglianze in esame sono inammissibili, essendo stata la deduzione circa l’uso pubblico della strada dichiarata inammissibile dalla Corte di Appello per non aver costituito oggetto del giudizio di primo grado. Trattandosi di deduzione inammissibile in appello (in quanto nuova), la stessa rimane inammissibile anche in sede di legittimità.

In ogni caso, poi, le doglianze presuppongono un fatto (l’uso pubblico della strada) non accertato dai giudici di merito.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, in tema di distanze legali fra costruzioni, ai fini dell’esenzione prevista dall’art. 879 c.c., comma 2, una strada privata può ritenersi legittimamente asservita ad uso pubblico qualora l’uso predetto trovi titolo in una convenzione tra i proprietari del suolo stradale e l’ente pubblico ovvero si sia protratto per il tempo necessario all’usucapione (Cass., Sez. 2, n. 9077 del 16/04/2007); anche ai fini dell’esonero dal rispetto delle distanze nell’apertura di vedute dirette e balconi ex art. 905 c.c., comma 3, la qualificazione di una strada come pubblica esige che la sua destinazione all’uso pubblico risulti da un titolo legale, che può essere costituito non solo da un provvedimento dell’autorità o da una convenzione con il privato, ma anche dall’usucapione, ove risulti dimostrato l’uso protratto del bene privato da parte della collettività per il tempo necessario all’acquisto del relativo diritto, restando peraltro escluso che, a tal fine, rilevi un uso limitato ad un gruppo ristretto di persone che utilizzino il bene “uti singuli”, essendo necessario un uso riferibile agli appartenenti alla comunità in modo da potersi configurare un diritto collettivo all’uso della strada e non un diritto meramente privatistico a favore solo di alcuni determinati soggetti (Cass., Sez. 6-2, n. 16200 del 26/06/2013).

Nella specie, non avendo i giudici di merito accertato la sussistenza di alcuno dei suddetti titoli legittimanti l’asservimento della strada all’uso pubblico, va esclusa l’applicabilità tanto dell’art. 879 c.c., u.c., quanto dell’art. 905 c.c., u.c..

3. – Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Nulla va statuito sulle spese, non avendo l’intimata svolto attività difensiva.

PQM

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 15 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 maggio 2017

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