Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12933 del 13/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 13/05/2021, (ud. 26/11/2020, dep. 13/05/2021), n.12933

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10090-2015 preposto da:

C.V., + ALTRI OMESSI, tutti elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA GERMANICO 96, presso lo studio dell’avvocato LUCA DI

PAOLO, rappresentati e difesi dall’avvocato ERMANNO LE FOCHE;

– ricorrenti –

contro

AZIENDA U.S.L. DI LATINA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 9370/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 03/02/2015 R.G.N. 2135/2011;

udita la relazione della causa. svolta nella camera di consiglio del

26/11/2020 dal Consigliere Dott. CATERINA MAROTTA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 937/2014 depositata il 3/2/2015, in accoglimento dell’impugnazione dell’Azienda Unità Sanitaria Locale di Latina, in riforma della decisione del Tribunale di Latina, dichiarava la nullità dei ricorsi (successivamente riuniti) proposti da C.V. e dagli altri odierni ricorrenti;

gli appellati, dipendenti dell’AUSL di Latina, avevano esposto di aver reso “prestazioni e consulenze tecnico-scientifiche” in favore dell’AUSL in relazione alla convenzione da quest’ultima stipulata con varie Case di cura nonchè con altri ospedali e cliniche ed avevano dedotto di aver diritto alla indennità relativa al “contributo-retribuzione” spettante all’equipe centro trasfusionale dell'(OMISSIS) dalla data di entrata in vigore del D.M. 1 settembre 1995 o dalla diversa data ritenuta di giustizia, pari al 20% del fatturato complessivo, oltre ad un supplemento di Euro 10,33 per ciascuna unità di sangue o emocomponente ritirati con urgenza;

avevano, pertanto, chiesto la condanna dell’AUSL al pagamento delle indicate somme;

2. il Tribunale, assunta la prova testimoniale, espletata una consulenza tecnica d’ufficio di tipo contabile, in parziale accoglimento della domanda aveva condannato la AUSL al pagamento in favore dei ricorrenti delle somme per ciascuno di essi specificate;

3. decidendo sull’impugnazione della AUSL, la Corte d’appello di Roma, in via preliminare, respingeva le eccezioni di improcedibilità e nullità dell’appello e, quindi, riteneva fondato il motivo di gravame concernente la mancata declaratoria da parte del Tribunale della nullità dei ricorsi introduttivi;

sosteneva la Corte territoriale che vi fosse una assoluta incertezza della causa petendi azionata con i ricorsi introduttivi e che ciò integrasse una scolastica ipotesi di nullità degli stessi;

riteneva che dall’esame dei ricorsi di primo grado si evinceva che fosse del tutto mancata la specificazione dei compiti svolti da ciascuno dei ricorrenti, necessaria per verificare la sussistenza degli elementi costitutivi dei diritto al compenso rivendicato;

rilevava che i ricorrenti avevano cercato di ovviare a detta genericità introducendo ex post elementi di determinatezza della domanda;

traeva una conferma di tale evidenziata genericità dei ricorsi dallo stesso comportamento dei ricorrenti nel corso del giudizio ed in particolare dalle deduzioni svolte con riferimento all’istruttoria svolta in prime cure;

evidenziava, altresì, che sia laddove i ricorrenti avevano ammesso che la loro attività desse luogo a “salario/retribuzione di produttività per obiettivi” sia laddove avevano dedotto una inadempienza della AUSL di Latina che avrebbe dovuto adottare, ai sensi della Delib. Regionale n. 376 del 2001, art. 11 un atto deliberativo (in mancanza del quale, la domanda non poteva essere di adempimento in forma specifica, ossia di pagamento di somme a titolo di retribuzione, bensì solo di risarcimento del danno), avevano introdotto una causa petendi del tutto diversa da quella azionata;

riteneva, da ultimo, che non valesse ad evitare la nullità dei ricorsi la domanda di ingiustificato arricchimento, inammissibile in presenza di titoli sui quali far valere la pretesa;

4. i dipendenti hanno proposto ricorso per la cassazione della sentenza, affidato a tre motivi;

5. la AUSL di Latina non ha svolto attività difensiva;

6. i ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione o falsa applicazione dell’art. 414 c.p.c., nn. 3 e 4, del D.M. 1 settembre 1995 (emesso ai sensi della L. n. 107 del 1990) art. 9, dell’art. 12 dell’allegato stessa legge, della D.G. Regionale del Lazio 13 marzo 2001, n. 376, art. 11, violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato;

censurano la sentenza impugnata per avere ritenuto nulli i ricorsi introduttivi dei giudizi iscritti rispettivamente al n. 3565/2004 R.G. e al n. 3863/2008 R.G. (successivamente riuniti) per indeterminatezza degli stessi e sostengono che la suddetta conclusione sarebbe conseguenza di una errata qualificazione della domanda effettivamente proposta dai ricorrenti e di una del tutto erronea interpretazione della stessa, tanto da equivocare la precisa individuazione della causa petendi;

rilevano che nel caso in questione la causa petendi della domanda, e cioè la fonte della obbligazione sulla quale la stessa è basata, è il complesso di normative nazionali e regionali che hanno disciplinato una sola parte dell’attività dei componenti dei centri trasfusionali pubblici, come i ricorrenti;

precisano che la domanda riguardava il pagamento dell’attività straordinaria (pur se svolta nell’orario di lavoro) consistente nell’attività di medicina trasfusionale, di consulenza di medicina trasfusionale, servizio di aferesi terapeutica e autotrasfusionale in relazione al sangue fornito alle strutture private da parte dei Centri trasfusionali pubblici, essendo previsto per legge un compenso aggiuntivo alla normale retribuzione, da corrispondersi da parte dei privati;

evidenziano che il trattamento del sangue, effettuato da parte dei Centri pubblici, ceduto alle strutture private, è compensato dalle strutture private stesse sulla base di tariffe prefissate e che le fatture emesse sono maggiorate del 20% e cioè di una somma ulteriore spettante ai membri dell’equipe del Centro trasfusionale pubblico;

sostengono che l’oggetto della domanda era il pagamento di una somma incassata dall’Azienda nomine alieno e dovuta per legge si componenti dell’equipe;

2. con il secondo motivo i ricorrenti denunciano omesso esame della circostanza di fatto dell’effettivo percepimento delle somme tutte versate dalle strutture private da parte della resistente AUSL di Latina quale extracompenso per una percentuale del 20% del compenso parimenti percepito a fronte dell’attività del (OMISSIS) e della sua equipe costituita dai ricorrenti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, e decisività di tale fatto nella motivazione della sentenza impugnata;

sostengono che la Corte territoriale non ha in alcun modo valutato la circostanza, chiaramente indicata nei ricorsi introduttivi, del percepimento da parte dell’Azienda degli importi pagati in più dalla struttura sanitaria privata, fatto accertato anche con la c.t.u. disposta nel corso del giudizio di primo grado;

3. con il terzo motivo i ricorrenti denunciano la violazione la falsa applicazione dell’art. 2041 c.c.;

sostengono che sul punto relativo alla domanda di ingiustificato arricchimento la motivazione della sentenza impugnata è sostanzialmente inesistente oltre che erronea in quanto la valutazione di sussidiarietà e il divieto di proposizione della stessa è stato interpretato dalla costante giurisprudenza del giudice di legittimità in senso favorevole all’istanza dei ricorrenti;

4. il ricorso, in tutti e tre i motivi in cui è articolato, è inammissibile;

5. vale premettere che secondo le Sezioni unite di questa Corte (Cass., S.U., n. 8077 del 2012; in precedenza v. sul ricorso in materia di lavoro Cass. n. 15817 del 2004) allorquando con il ricorso per cassazione venga denunciato un vizio che si sostanzi nel compimento di un’attività deviante rispetto ad un modello legale rigorosamente prescritto dal legislatore, ed in particolare un vizio afferente alla nullità dell’atto introduttivo del giudizio per indeterminatezza dell’oggetto della domanda o delle ragioni poste a suo fondamento, il giudice di legittimità non deve limitare la propria cognizione all’esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, ma è investito del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, purchè la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito;

così va ottemperato agli oneri di specificazione e di allegazione imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4, che impongono alla parte ricorrente, quando siano in gioco atti processuali ovvero documenti o prove orali la cui valutazione debba essere fatta ai fini dello scrutinio di un vizio di violazione di legge, ex art. 360 c.p.c., n. 3, di carenze motivazionali, ex art. 360 c.p.c., n. 5, o di un error in procedendo, ai sensi dei nn. 1, 2 e 4 medesima norma, non solo che venga riprodotto in ricorso il contenuto dell’atto o della prova orale o documentale, nelle parti salienti e rilevanti, ma anche che ne venga indicata l’esatta allocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, rispettivamente acquisito o prodotto in sede di giudizio di legittimità (Cass., S.U., n. 8077 del 2012; Cass. n. 5696 del 2018; Cass. n. 24883 del 2017; Cass. n. 13713 del 2015; Cass. n. 19157 del 2012; Cass. n. 6937 del 2010);

6. orbene, nella specie, tali regole non sono state rispettate;

7. il ricorso per cassazione non riproduce testualmente il contenuto degli originari atti introduttivi del giudizio, offrendo degli stessi solo una personale ricostruzione narrativa, nè quello degli atti posti a fondamento della domanda come asseritamente prospettata;

8. inoltre, il ricorso non si confronta con il passaggio motivazionale della sentenza impugnata in cui la Corte capitolina ha valorizzato la circostanza che gli stessi appellanti avevano ammesso sin dal primo momento di aver fatto riferimento ad una errata qualificazione giuridica dell’attività come “attività libero-professionale intramuraria” attinente invece a situazioni e presupposti diversi, errore che già inficiava di determinatezza il contenuto del ricorso sia sul piano fattuale dei compiti svolti sia sul piano della qualificazione giuridica e dei connessi diritti;

9. del pari non hanno formato oggetto di rilievo le ulteriori affermazioni dei giudici capitolini secondo cui gli stessi appellanti avevano ammesso che la loro attività avesse dato luogo a “salario/retribuzione di produttività per obiettivi” di cui agli artt. 61 e ss. c.c.n.l. 1996, con ciò introducendo una causa petendi ed un petitum del tutto diversi da quelli azionati e che la natura delle prestazioni effettuate fosse stata “dettagliatamente enucleata nell’istruttoria (nella prova testimoniale così come nelle relazioni del consulente tecnico)”, il che confermava la genericità delle deduzioni contenute negli originari atti introduttivi;

ed infatti le circostanze evidenziate non risultano in alcun modo smentite (anche eventualmente attraverso la trascrizione degli atti di causa) e, quanto all’intervenuto mutamento della causa petendi in corso di causa, i ricorrenti si limitano a dedurre che già dalla lettura integrale del ricorso introduttivo si evinceva che non avevano chiesto il compenso a fronte di un’attività svolta, e cioè la retribuzione a seguito ed in esecuzione dell’obbligazione contrattuale del datore di lavoro, ma il pagamento di una somma incassata dalla AUSL nomine alieno e che per legge doveva essere distribuita ai componenti dell’equipe (affermazione che, però, non è suffragata dal chiaro riferimento ai punti dei ricorsi introduttivi nei quali vi sarebbe stata una prospettazione nei suddetti termini);

10. come è noto, nel rito del lavoro, per aversi nullità del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, non è sufficiente l’omessa indicazione in modo formale dell’oggetto della domanda e degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto su cui la stessa si fonda, essendo invece necessario che sia omesso o del tutto incerto il petitum sotto il profilo sostanziale e processuale, nel senso che non ne sia possibile l’individuazione attraverso l’esame complessivo dell’atto (v. tra le più recenti Cass. n. 6610 del 2017; ex plurimis: Cass. n. 4296 del 1998; Cass. n. 14134 del 1999; Cass. n. 820 del 2007; Cass. n. 3126 del 2011) e che si è anche precisato che non può aversi nullità tutte le volte in cui sia comunque possibile l’individuazione di tali elementi attraverso l’esame complessivo dell’atto ed i riferimenti anche ai documenti contenuti nella domanda introduttiva (Cass. n. 3269 del 1995; n. 817 del 1999; Cass. n. 10154 del 2001; Cass. n. 12059 del 2003; Cass. n. 18930 del 2004);

11. tuttavia, nel caso di specie, non sono stati offerti i necessari elementi per ritenere, sulla base dell’effettivo contenuto dei ricorsi introduttivi e degli atti a questi tempestivamente allegati, se la suddetta individuazione fosse in concreto sin dall’inizio possibile nei termini in questa sede enucleati e se vi fosse una piena corrispondenza rispetto a quella che la Corte territoriale ha ritenuto essere, invece, una nuova causa petendi introdotta solo nel corso del giudizio;

12. le suddette carenze impediscono una positiva delibazione non solo del primo e del secondo motivo di ricorso ma anche del terzo, precludendo la ritenuta insufficienza e genericità degli elementi fattuali e di diritto degli atti introduttivi l’esame della domanda di ingiustificato arricchimento che resta caratterizzata da profili del tutto incerti (dovendosi, in ogni caso, ricordare che, come da questa Corte più volte affermato, l’azione generale di arricchimento postula che la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro sia avvenuta senza giusta causa, sicchè quando essa sia la conseguenza di un contratto o comunque di un altro rapporto non può dirsi che la causa manchi o sia ingiusta, almeno fino a quando il contratto o il diverso rapporto conservino rispetto alle parti e ai loro aventi causa la propria efficacia obbligatoria: v. Cass. n. 12405 del 2020; Cass., S.U., n. 12706 del 1992);

13. non occorre provvedere sulle spese del giudizio di legittimità in quanto l’A.U.S.L. è rimasta intimata;

14. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 26 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2021

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