Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12930 del 26/06/2020

Cassazione civile sez. III, 26/06/2020, (ud. 12/02/2020, dep. 26/06/2020), n.12930

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA INTERLOCUTORIA

sul ricorso 33720-2018 proposto da:

S.S., M.V., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA SANT’ANSELMO 7, presso lo studio dell’avvocato MONICA

MARUCCI, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

N.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PADRE SEMERIA

65, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE NATALUCCI, che lo

rappresenta e difende;

UNIVERSITA’ STUDI ROMA LA SAPIENZA in persona del legale

rappresentante R.M., elettivamente domiciliata in ROMA,

P.LE A. MORO 5, presso lo studio dell’avvocato ALFREDO FAVA, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUIGI MILANESE;

– controricorrenti –

nonchè contro

GENERALI ITALIA SPA (OMISSIS);

– intimata –

Nonchè da:

GENERALI ITALIA SPA, (OMISSIS) in persona dei procuratori speciali,

domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati FRANCO TASSONI,

MATTEO MUNGARI;

– ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 2597/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/04/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/02/2020 dal Consigliere Dott. SESTINI DANILO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

S.S. e M.V., in proprio e in nome e per conto del figlio minore M.F. (nato con gravi malformazioni comportanti un’invalidità del 100%), convennero in giudizio il Dott. N.G. e l’Azienda Policlinico Umberto I di Roma per sentirli condannare al risarcimento dei danni conseguiti al fatto che il N., che aveva seguito la S. durante la gravidanza (sia nel proprio studio che presso il Policlinico Umberto I), non l’aveva adeguatamente informata sui rischi per il feto correlati ad un’infezione da citomegalovirus da essa contratta, in modo da consentirle di interrompere la gravidanza, nonchè (quanto alla sola struttura ospedaliera) al fatto che il parto con taglio cesareo era stato effettuato dopo un prolungato ed inusuale travaglio che aveva comportato una sofferenza fetale;

dedussero che, avendo contratto un’infezione da citomegalovirus, la S. -giunta alla 22 settimana di gestazione- si era rivolta al Dott. N. chiedendogli se non fosse necessario o opportuno interrompere la gravidanza in relazione alla possibilità di partorire un bambino affetto fa gravi malformazioni e che il professionista l’aveva rassicurata, escludendo categoricamente l’esistenza di rischi e affermando, comunque, l’impossibilità di ricorrere all’aborto terapeutico, essendo decorsi i termini di cui alla L. n. 194 del 1978 e non essendo emerse malformazioni del feto; aggiunsero che il 6.11.1998, dopo un travaglio protrattosi per ben 24 ore, la S. aveva dato alla luce il figlio F., che presentava gravissime lesioni cerebrali conseguenti a calcificazioni nervose;

si costituirono in giudizio sia il N. – che chiamò in manleva la Reale Mutua Assicurazioni (salvo rinunciare alla domanda nel corso del giudizio di primo grado)- e l’Azienda Sanitaria Policlinico Umberto I, che eccepì il proprio difetto di legittimazione passiva e che chiamò in causa l’Università La Sapienza (di cui costituiva una struttura) e l’Ina Assitalia s.p.a.;

il Tribunale di Roma, accertato il difetto di legittimazione passiva dell’Azienda Policlinico Umberto I in favore di quella dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, rigettò la domanda degli attori compensando le spese di lite;

la Corte di Appello ha respinto il gravame proposto dalla S. e dal M., anche in nome e per conto del figlio F., e ha compensato nuovamente le spese processuali;

la Corte ha affermato che il primo giudice ha correttamente richiamato l’orientamento di legittimità secondo cui è onere della parte che lamenti il mancato esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza allegare e dimostrare l’esistenza delle condizioni legittimanti tale interruzione ai sensi della L. n. 194 del 1978, art. 6, lett. b), ovvero che la conoscibilità dell’esistenza di rilevanti anomalie o malformazioni del feto avrebbe generato uno stato patologico tale da mettere in pericolo la salute fisica o psichica della donna; tanto premesso, ha rilevato che “il tribunale ha dato rilievo all’assenza di anomalie o malformazioni, “…seppur prevedibili con un certo grado di probabilità statistica…”, fino alla 28 settimana di gestazione, quando il neonato aveva già acquisito vita autonoma” e che il “nucleo della decisione va, quindi, individuato nella mancanza di certezza di un danno rilevante ed attuale per il feto, manifestatosi solo quando non era più possibile praticare l’aborto, perchè il feto godeva già di vita autonoma”; ha aggiunto che, invece, “gli appellanti anticipano il tempo di praticabilità dell’aborto al momento dell’infezione del feto, che rende altamente probabile l’insorgere di anomalie o malformazioni, a prescindere dalla loro esistenza” e ha affermato che tale lettura “non corrisponde, però, alla ratio sottesa, che tende a contemperare le esigenze di autodeterminazione della madre ed il diritto alla via del feto”; ha concluso che “i presupposti per ricorrere all’aborto sono sempre mancati fin dall’inizio” in quanto “il feto, nonostante l’infezione, era sano e tale è rimasto fino al settimo mese” e le malformazioni si sono manifestate troppo tardi, quando il feto aveva già vita autonoma; la Corte ha escluso, infine, la dedotta negligenza nella gestione del parto, osservando che i consulenti tecnici d’ufficio avevano accertato la “conformità alla normativa vigente dell’operato dei sanitari e dell’organizzazione della struttura, in occasione del parto, escludendo ogni rapporto con le invalidità del nascituro, peraltro, già presenti circa due mesi prima della nascita” quali esiti di malattia congenita da CMV;

hanno proposto ricorso per cassazione S.S. e M.V., affidandosi a tre motivi; hanno resistito, con distinti controricorsi, il N., l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, e la Generali Italia s.p.a. (già Ina Assitalia); quest’ultima ha anche proposto ricorso incidentale condizionato affidato ad un solo motivo;

il P.G. ha rassegnato conclusioni ex art. 380-bis c.p.c., comma 1, chiedendo che il procedimento venga rimesso alla pubblica udienza; hanno depositato memorie i ricorrenti, nonchè il N. e la Generali Italia.

Considerato, quanto al ricorso principale, che:

il primo motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1176,1218 e 2043 c.c., in relazione alla L. n. 184 (rectius: 194) del 1978, art. 6, lett. b) e art. 7: premesso che “l’informazione dovuta deve essere (…) comprensiva di tutti gli elementi per consentire alla paziente una scelta informata e consapevole, sia che essa sia volta alla interruzione che se sia volta alla prosecuzione di una gravidanza il cui esito potrà comportare delle problematiche da affrontare”, i ricorrenti assumono che, “in presenza di un accertato processo patologico in atto, quale era l’infezione materna da CMV, il medico avrebbe dovuto rappresentare ai genitori, sin da subito, seppure in astratto e senza alcun riferimento al caso concreto, tutti i rischi teoricamente probabili (assai probabili) che l’infezione trasmettendosi al feto avrebbe determinato. Ciò senza necessità di attendere il momento in cui, in concreto, si sarebbero manifestate le prime lesioni fetali”; aggiungono che “ha erroneamente ritenuto la Corte di Appello che, accertate le malformazioni del feto derivanti da infezione da citomegalovirus in data successiva al 90 giorno di gestazione, la sig.ra S. non avrebbe più potuto sottoporsi a interruzione della gravidanza (…) perchè il feto aveva già possibilità di vita autonoma”; sostengono che i giudici di merito avrebbero dovuto “ritenere il processo patologico di cui alla L. n. 194 del 1978, già in essere a seguito della insorta infezione da CMV e già accertato dal momento in cui era stata diagnosticata la malattia prescindendo, quindi, dal momento in cui questa aveva manifestato le prime anomalie fetali” e “ritenere quindi che, già al momento della prima visita eseguita sulla S. nel luglio 1998 questa, se correttamente informata, avrebbe potuto legittimamente interrompere la gravidanza in quanto in presenza di un grave pericolo per la sua salute psichica”;

il secondo motivo (“violazione e/o falsa applicazione degli della L. n. 184 del 1978, art. 6, lett. b), e art. 7 in relazione agli artt. 1218 e 2967 c.c., agli artt. 115 e 116 c.p.c.”) censura la sentenza “laddove ha ritenuto, del tutto a priori e persino in contrasto con le risultanze istruttorie, che alla data del 9/9/1978 – momento dell’accertamento della sussistenza delle malformazioni – il feto potesse avere vita autonoma e, pertanto, che fosse esclusa per la gestante la facoltà di interrompere la gravidanza”;

col terzo motivo (che denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1218 e 1228 c.c.), i ricorrenti lamentano che la Corte di Appello “non ha esaminato nè ha deciso della ravvisata diretta responsabilità dell’Università La Sapienza, in via solidale e concorrente con quella del Dott. N., per i comportamenti a questo riferibili in virtù della responsabilità oggettiva derivante dall’avere il medico all’epoca dei fatti di causa prestato presso la struttura la propria opera professionale”.

Considerato, quanto al ricorso incidentale condizionato della Generali Italia s.p.a., che:

con l’unico motivo -che deduce “errore in procedendo (art. 360 c.p.c., n. 4) in relazione agli artt. 112 e 345 c.p.c.”- la ricorrente censura la sentenza, condizionatamente all’accoglimento del ricorso principale, “per non essersi pronunciata sull’eccezione dell’esponente Compagnia di inammissibilità dell’appello ex art. 345 c.p.c., comma 1, nella parte in cui, in relazione alla richiesta di accertamento dell’inadempimento dell’obbligo informativo indipendentemente dall’esistenza dei requisiti legali per l’esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza, ha introdotto in sede di gravame una domanda nuova”; espone che, nell’atto di citazione introduttivo del giudizio, gli attori avevano dedotto la responsabilità dei convenuti per aver impedito alla S. di esercitare consapevolmente il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza, mentre, con l’atto di appello, era stato richiesto l’accertamento della responsabilità per il solo fatto della mancata informazione “a prescindere se “questa potesse essere posta a fondamento della decisione di abortire””; la Generali Italia lamenta che la Corte di Appello aveva disatteso l’eccezione, ritenendola assorbita dalla decisione di merito che aveva dichiarato l’infondatezza della domanda attorea e conclude che, in caso di accoglimento del primo motivo del ricorso principale, “andrà (preliminarmente) valutato che la Corte territoriale ha tralasciato di rilevare la novità della domanda, e comunque di pronunciarsi sull’eccezione di inammissibilità ex art. 345 c.p.c., sollevata dalla parte appellata, così incorrendo nella violazione dell’art. 112 c.p.c.”.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

la pretesa risarcitoria avanzata dai ricorrenti presuppone l’affermazione della possibilità legale di interrompere la gravidanza oltre il novantesimo giorno di gestazione, che è riconosciuta dall’ L. n. 194 del 1978, art. 6, alla lett. a)- “quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna” e -alla lett. b)-“quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”;

premesso che tra i “processi patologici” che possono determinare il grave pericolo per la salute della donna, la norma considera anche “quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro”, il ricorso principale interroga sulla portata della previsione dell’art. 6, lett. b), dovendosi stabilire se, al fine di consentire l’interruzione della gravidanza, rilevino solo i processi patologici che risultino già esitati in anomalie o malformazioni del nascituro oppure anche i processi patologici che possono determinare (con alta probabilità) anomalie o malformazioni del feto, a prescindere dal fatto che tali anomalie o menomazioni siano state accertate, ove comunque emerga l’idoneità della stessa esistenza di un processo patologico potenzialmente nocivo per il nascituro a provocare un grave pregiudizio per la salute della donna;

attesa la rilevanza nomofilattica di tale questione, ritiene il Collegio -in adesione alle conclusioni del P.G.- che il ricorso debba essere trattato alla pubblica udienza.

P.Q.M.

La Corte rimette il ricorso alla pubblica udienza.

Così deciso in Roma, il 12 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 giugno 2020

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