Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12886 del 13/05/2021

Cassazione civile sez. III, 13/05/2021, (ud. 26/01/2021, dep. 13/05/2021), n.12886

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 333/2019 proposto da:

C.L., difeso e rappresentato dall’avv. C.L.;

– ricorrente –

e contro

P.S., G.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1473/2018 del TRIBUNALE di GENOVA, depositata

il 24/05/2018.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con atto di citazione notificato il 24 ottobre 2012, l’avvocato C.L. evocava in giudizio, davanti al Giudice di pace di Chiavari, P.S., esponendo di essere titolare di un conto corrente bancario e di essersi accorto che, da quel conto, erano stati prelevati Euro 3500, quale conseguenza della messa all’incasso di un assegno che egli non aveva mai emesso. Si trattava di un titolo “al portatore” versato sul conto del convenuto, con il quale il professionista non aveva alcun tipo di rapporto. Apprendeva successivamente che il destinatario dell’assegno era il fidanzato della propria segretaria, G.S.;

si costituiva il convenuto, deducendo che il versamento dell’assegno era avvenuto a sua “totale insaputa”, in quanto la G. aveva la delega ad operare sul conto corrente. Chiedeva di chiamare in causa quest’ultima ed a tanto era autorizzato. Questa si costituiva eccependo l’inammissibilità dell’azione, poichè l’avvocato C., dopo avere sporto querela nei suoi confronti, si era costituito parte civile nel procedimento penale. Nel merito deduceva di avere versato l’assegno sul conto del P. per ragioni di praticità)per assecondare una richiesta di prelievo di contante dal conto del professionista. Deduceva l’assenza del requisito di sussidiarietà dell’azione di arricchimento ai sensi dell’art. 2041 c.c.;

il Giudice di pace di Chiavari, con sentenza n. 194 del 2014 condannava il convenuto P. al pagamento della somma richiesta;

avverso tale decisione proponeva appello P.S. rilevando che, nel caso di specie, si verteva in ipotesi di arricchimento ingiustificato indiretto, in quanto l’arricchito era un soggetto diverso da quello con il quale l’impoverito aveva un rapporto diretto.

Deduceva anche la mancanza del requisito della sussidiarietà, in quanto il professionista avrebbe potuto agire direttamente nei confronti della G., responsabile della sottrazione del titolo. Si costituivano le altre parti;

il Tribunale di Genova, con sentenza del 24 maggio 2018, rilevava che i due elementi dell’incremento patrimoniale e della correlativa diminuzione non dipendevano da un unico fatto costitutivo, in quanto lo spostamento patrimoniale non era dipeso dalla condotta del P., che si era arricchito della somma, ma da una decisione della G.. Ciò in quanto l’arricchimento si era realizzato già nel momento in cui l’assegno, privo del nome del beneficiario, era entrato nella disponibilità della G. e poi, successivamente, negoziato in modo da interrompere il nesso causale tra l’accredito sul conto del P. e il depauperamento dell’attore. Non ricorrerebbe l’ipotesi di incremento patrimoniale conseguito dal terzo a titolo gratuito, poichè dalle risultanze processuali sarebbe emerso che la somma di Euro 3500 era stata depositata sul conto del P. nel (OMISSIS) per ripianare una precedente uscita di Euro 4500 effettuata nel (OMISSIS) dalla G. sul conto del predetto P. ed in favore di un terzo, quando la relazione sentimentale era ormai cessata e, quindi, quell’assegno aveva la funzione di compensare un precedente prelievo;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione C.L. affidandosi a cinque motivi. Le parti intimate non svolgono attività processuale in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si deduce la violazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; il Tribunale avrebbe erroneamente affermato che lo spostamento patrimoniale tra il conto corrente dell’avvocato C. e quello del P. non costituiva un unico fatto generatore del depauperamento e del conseguente incremento patrimoniale altrui, bensì la conseguenza di una successione di fatti distinti, che avrebbero inciso su due diverse situazioni patrimoniali soggettive. Il Tribunale avrebbe errato nel riferire il depauperamento del traente al momento stesso di emissione dell’assegno da parte della G., mentre tale effetto si verifica, con riferimento all’assegno bancario, solo nel momento in cui viene posto all’incasso e, quindi, versato sul conto corrente di P.. Pertanto, la sottrazione da parte della G. di per sè non aveva comportato alcuno spostamento patrimoniale. Da ciò deriva che il momento dell’arricchimento di P. coincideva con quello del depauperamento dell’avvocato C., poichè entrambi si riferivano al momento del versamento sul conto corrente del primo;

con il secondo motivo si lamenta la violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 2733 c.c., in relazione all’art. 115 c.p.c. e all’art. 360 c.p.c., n. 5, poichè il Tribunale non avrebbe considerato la confessione giudiziale di P. circa l’inesistenza di un accordo obbligatorio con la G.. Come emerge dall’istruttoria espletata in primo grado, P. ha sostenuto di non essere a conoscenza del “giro di assegni” da parte della G., che operava sul suo conto corrente anche dopo che la fine della relazione, tanto che in occasione della verifica relativa all’accredito in data (OMISSIS) dell’assegno proveniente dal conto dell’avvocato C., si sarebbe accorto del prelievo della maggiore somma di Euro 4500 dal proprio conto corrente, in favore di una persona “di cui non ha mai sentito parlare”. Conseguentemente, la prova di un accordo tra P. e G. in virtù del quale la prima avrebbe assunto l’obbligo di “ripianare” l’assegno in uscita (quello di Euro 4500), con quello in entrata, proveniente dall’inconsapevole avvocato C., non avrebbe alcun supporto probatorio. Anzi, P. in comparsa conclusionale avrebbe confessato l’assenza di accordi in tal senso con la G.. Tale profilo non sarebbe stato preso in considerazione dal Tribunale ed avrebbe rilevanza decisiva, escludendo l’esistenza di un rapporto “obbligatorio” tra il beneficiario dell’assegno ( P.) e l’esecutore della condotta ( G.). Ciò renderebbe ammissibile l’azione sensi dell’art. 2041 c.c., nei confronti di P.;

con il terzo motivo si lamenta la violazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per la travisata interpretazione della testimonianza resa da B.. Le dichiarazioni del teste B.A., cugina di P., chiarirebbero che la teste, il P., la sorella di questi, Ba., e la G., avevano preso in affitto un appartamento in montagna nella stagione invernale 2006-2007 e l’importo di Euro 4500 costituiva il canone di locazione complessivo. Ma la teste aveva riferito che “si divideva il totale per quattro”. Pertanto, ognuno dei quattro fruitori turnari dell’immobile avrebbe dovuto versare una quota di quella somma. Al contrario, secondo il Tribunale, la prova testimoniale dimostrerebbe che la G. era tenuta a pagare interamente il canone. Invece, non sussisteva un siffatto obbligo, con la conseguenza che l’arricchimento di P., contrariamente a quanto implicitamente ritenuto dal Tribunale, non costituiva l’effetto dell’adempimento di una obbligazione della G. nei suoi confronti, ma un arricchimento a titolo gratuito;

con il quarto motivo si lamenta la violazione del principio di diritto stabilito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza n. 24772 del 2008, in relazione all’art. 2041 c.c., e ciò ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Le Sezioni Unite, pronunziandosi in tema di arricchimento indiretto, hanno precisato che l’azione, normalmente non consentita, è ammessa quando l’indebita locupletazione venga conseguita dal terzo, in via meramente di fatto e, perciò, gratuita, nei rapporti con il soggetto che subisca il depauperamento. Il Tribunale – invece – avrebbe fatto applicazione del

precedente orientamento giurisprudenziale

affermando che nel caso di specie sarebbe dimostrato un rapporto obbligatorio tra la G. e il P. relativamente al pagamento del canone di locazione di Euro 4500 rispetto al quale la G. avrebbe dovuto contribuire con il versamento dell’assegno di Euro 3500 proveniente dal conto corrente dell’avvocato C.. Ma tale ricostruzione non avrebbe alcun riscontro probatorio e sarebbe stata negata, con confessione giudiziale, dallo stesso P.; pertanto, l’arricchimento di quest’ultimo deve ritenersi di mero fatto e, quindi, gratuito;

con il quinto motivo si lamenta la violazione dell’art. 654 c.p.p., in relazione all’art. 360 c.c., n. 3 e la contraddittorietà della motivazione anche sensi dell’art. 329 c.p.c., laddove fa riferimento alla sentenza penale di proscioglimento della G., che, al contrario, non avrebbe potuto essere utilizzata nella decisione del giudice civile. Il riferimento all’insufficienza della prova di un arricchimento ingiustificato desumibile dalla sentenza penale del 2014 sarebbe errato, sia perchè P. non era parte del processo penale, sia perchè l’avvocato C. aveva revocato la costituzione di parte civile in quella sede. Al contrario, la circostanza che l’assegno di Euro 3500 sottratto dal conto dell’avvocato C. era stato versato sul conto di P. costituiva profilo non contestato e non impugnato in appello, che avrebbe dovuto vincolare il Tribunale ai sensi dell’art. 329 c.p.c.;

il primo motivo (correttamente qualificato in termini di violazione della disciplina in tema di ingiustificato arricchimento) ed il quarto motivo vanno trattati congiuntamente perchè strettamente connessi, riguardando la questione della ammissibilità della azione di arricchimento indiretto, ai sensi dell’art. 2041 c.c. e sono fondati;

il Tribunale di Genova, con la sentenza del 24 maggio 2018, non ha reputato decisivo il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite del 2008 e le due eccezioni alla regola dell’inammissibilità dell’azione di ingiustificato arricchimento indiretto, ma ha ritenuto risolutiva la questione precedente e cioè quella dell’unicità del fatto costitutivo;

il Tribunale ha escluso la sussistenza di tale elemento sulla base di una valutazione in diritto, atteso che la ricostruzione in fatto era pacifica. Secondo il Tribunale l’incremento patrimoniale e la correlativa diminuzione non dipendevano da un unico fatto costitutivo, in quanto lo spostamento patrimoniale non era stato determinato dalla condotta volontaria del P., che si era arricchito della somma, ma da una decisione della G.. L’arricchimento si sarebbe realizzato già nel momento in cui l’assegno, privo del nome del beneficiario, era entrato nella disponibilità della G. e, poi, negoziato, in modo da interrompere il nesso causale tra l’accredito sul conto del P. e il depauperamento dell’attore;

quindi, sulla base di tale argomentazione il Tribunale ha escluso l’operatività dell’arricchimento ingiustificato per mancanza del profilo dell’unicità del fatto generatore dell’arricchimento e del depauperamento;

quanto all’unicità del fatto costitutivo, la censura è fondata, non rilevando di per sè la sottrazione del titolo, trattandosi pacificamente di assegno bancario ordinario, ma il momento del versamento dello stesso sul conto di P., con conseguente contestualità tra l’arricchimento e l’impoverimento dell’avvocato C.;

il depauperamento del traente va riferito non al momento dell’inconsapevole emissione dell’assegno, ma a quello in cui venga eventualmente posto all’incasso e, quindi, versato sul conto corrente (di P.). Pertanto, la sottrazione da parte della G. di per sè non aveva comportato uno spostamento patrimoniale ed il momemto dell’arricchimento coincideva con quello del depauperamento del professionista, poichè entrambi si riferivano al tempo del versamento sul conto corrente del primo;

l’errata valutazione del Tribunale sul profilo dell’unicità del fatto ha comportato la violazione dell’art. 2041 c.c.;

ai sensi di tale disposizione chi, senza una giusta causa, si è arricchito a danno di un’altra persona è tenuto, nei limiti dell’arricchimento, a indennizzare quest’ultima della correlativa diminuzione patrimoniale. Costituiscono elementi costitutivi di tale fattispecie l’arricchimento a favore di un soggetto, l’impoverimento subito da un altro soggetto, il nesso di correlazione tra i predetti due requisiti, l’assenza di una giusta causa dell’arricchimento e la mancanza di qualsiasi altra azione in favore dell’impoverito per ottenere la reintegrazione patrimoniale;

per quanto attiene, in particolare, al nesso di correlazione tra arricchimento e impoverimento, come si è detto, la giurisprudenza di questa Corte (già a partire da Cass. sez. U. 2 febbraio 1963, n. 183) è nel senso che ai fini dell’indennizzo ex art. 2041 c.c., è necessario che l’impoverimento e l’arricchimento derivino, in via immediata, dal medesimo fatto causativo, sulla base della c.d. teoria dell’unicità del fatto costitutivo, con la conseguenza che il fondamento dell’indennizzo viene meno qualora lo spostamento patrimoniale, pur se ingiustificato, tra due soggetti sia determinato da una successione di fatti che hanno inciso su due diverse situazioni patrimoniali soggettive, in modo del tutto indipendente l’uno dall’altro. Tale orientamento è stato ribadito da Cass. sez. U. 8 ottobre 2008, n. 247721a quale ha riaffermato la necessità, oltre che della mancanza di qualsiasi altro rimedio giudiziale in favore dell’impoverito, della unicità del fatto causativo di impoverimento e arricchimento, con conseguente esclusione dei casi di cosiddetto arricchimento indiretto, nei quali l’arricchimento è realizzato da persona diversa rispetto a quella cui era destinata la prestazione dell’impoverito, pur ritenendosi, tuttavia, che, avendo l’azione di ingiustificato arricchimento uno scopo di equità, il suo esercizio deve ammettersi anche nel caso di arricchimento indiretto, nei casi in cui lo stesso sia stato realizzato dalla pubblica amministrazione, in conseguenza della prestazione resa dall’impoverito ad un ente pubblico, ovvero sia stato conseguito dal terzo a titolo gratuito. Resta quindi fermo per la giurisprudenza che l’arricchimento indiretto, a parte il caso della pubblica amministrazione retto dal principio della fungibilità soggettiva, consente l’azione di ingiustificato arricchimento, ad esempio nei casi di insolvenza dell’obbligato (Cass. 3 agosto 2002, n. 11656), a condizione che il rapporto fra l’arricchito ed il soggetto obbligato verso il depauperato sia a titolo gratuito;

oltre alle ipotesi in cui sia parte la P.A., le fattispecie di arricchimento indiretto esaminate dalla giurisprudenza e nelle quali è stata ritenuta ammissibile l’azione, richiedono – oltre alla mancanza di altro rimedio giudiziale – che il terzo abbia conseguito l’indebita locupletazione nei confronti dell’attore, in forza di un rapporto meramente di fatto (e perciò gratuito) con il soggetto obbligato verso il depauperato, resosi insolvente nei riguardi di quest’ultimo. Tale eccezione trova il proprio fondamento nella funzione equitativa e solidale dell’azione di ingiustificato arricchimento (si veda, Cass. n. 11656 del 2002; Cass. n. 11835 del 2003; Cass. 28 maggio 2009, n. 12550 relativa ad un caso di leasing; Cass. 26 gennaio 2011, n. 1833; Cass. 24 settembre 2015, n. 18878; Cass. 22 maggio 2015, n. 10663; Cass. 23 novembre 2017, n. 27891);

una fattispecie analoga a quella in esame è l’ipotesi di sottrazione di titoli di credito esaminata da Cass. Sez. 6, 30 novembre 2017, n. 28745. In quel caso si poneva il problema dell’obbligazione indennitaria gravante sul terzo (prenditore), il quale aveva beneficiato indirettamente della perdita patrimoniale subita dall’impoverito (emittente) in conseguenza dell’illecito commesso dal soggetto (autore del furto) obbligato al risarcimento danni nei confronti del depauperato, nell’ipotesi di prova dell’arricchimento del terzo-beneficiario “a titolo gratuito” od in via di “di mero fatto”;

nel caso esaminato dalla Corte, l’impoverito non aveva fornito la prova del conseguimento del vantaggio in via di mero fatto e l’azione di arricchimento ingiustificato era stata rigettata perchè il terzo avrebbe conseguito la prestazione in virtù di un atto a titolo oneroso (rapporto di natura commerciale);

il Giudice di appello in quel caso (furto di assegno dall’auto del depauperato, utilizzato da un terzo per acquistare la merce da colui che, poi, ha ricevuto l’assegno) ha ritenuto dimostrata presuntivamente avuto riguardo all’attività commerciale svolta da chi aveva incassato il titolo – l’esistenza di una giustificazione causale del pagamento, in tal modo rimanendo assolto il prenditore, convenuto in giudizio ex art. 2041 c.c., da ulteriori oneri probatori, osservando che il soggetto convenuto in giudizio, al quale era stato consegnato il titolo, non era tenuto a verificare il legittimo possesso del portatore od a conoscere se e quali accordi di riempimento del titolo fossero intervenuti, tra l’emittente ed il portatore (nella specie l’illecito possessore od i successori possessori) che avevano negoziato l’assegno postale, dovendo quindi presumersi l’acquisto in buona fede del possesso del titolo da parte del convenuto;

orbene, fatta questa premessa, i motivi (primo e quarto) sono fondati, poichè il giudice di appello non ha applicato i principi affermati da questa Corte a Sezioni Unite nella citata decisione n. 24772 del 2008; omettendo di verificare se l’indebita locupletazione da parte del P. è stata conseguita in via meramente di fatto e, cioè, a titolo gratuito, nei rapporti con il soggetto che, invece, ha subito il depauperamento (avvocato C.);

dalle risultanze processuali il Tribunale avrebbe dovuto verificare l’esistenza o meno di una giustificazione causale del pagamento e ciò sulla base anche di elementi presuntivi, avuto riguardo alla natura dei rapporti esistenti al momento del trasferimento (delle somme) tra P. e la G., tenuto conto dell’onere di verifica sulla natura e sulla causale degli spostamenti di denaro dal proprio conto personale e considerando l’attività professionale o economica svolta dallo stesso e, soprattutto, il fatto che il convenuto ha sempre dedotto che il versamento dell’assegno era avvenuto a sua “totale insaputa”;

orbene, una siffatta valutazione non è stata espletata in questi termini), atteso che le argomentazioni presenti nella decisione impugnata (pagina nove della sentenza) tendono ad escludere la esistenza di una giustificazione fondata sullo spirito di liberalità, atteso che la relazione sentimentale tra P. e G., all’epoca del trasferimento delle somme, era cessata, ipotizzando una diversa ricostruzione, non rispettosa dei principi sopra illustrati;

il secondo e terzo motivo, da trattare congiuntamente perchè strettamente connessi, sono inammissibili in quanto tendono ad una nuova valutazione, in sede di legittimità, del materiale probatorio, prospettando una ricostruzione più appagante dei fatti, diversa rispetto a quella fatta propria dal giudice di appello;

il quinto motivo, relativo al tema del giudicato civile e all’inutilizzabilità delle statuizioni adottate in sede penale, è inammissibile, in quanto l’affermazione censurata non rappresenta la ratio decidendi del Tribunale, ma una semplice considerazione accessoria e non decisiva;

ne consegue che il ricorso per cassazione deve essere accolto limitatamente al primo e al quarto motivo, mentre vanno dichiarati inammissibili i restanti motivi;

la sentenza va cassata, demandando al giudice del rinvio di valutare se, sulla base delle risultanze processuali e delle deduzioni delle parti, la locupletazione da parte del P. sia stata conseguita in via meramente di fatto e, cioè, a titolo gratuito, nei rapporti con il soggetto che, invece, ha subito il depauperamento ovvero a titolo oneroso.

PQM

La Corte accoglie il primo e il quarto motivo; dichiara inammissibili gli altri;

cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, al Tribunale di Genova, in persona di diverso magistrato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza della Corte Suprema di Cassazione, il 26 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2021

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