Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12882 del 22/05/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 22/05/2017, (ud. 07/04/2017, dep.22/05/2017),  n. 12882

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Presidente –

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

V.P., elettivamente domiciliato in Roma Viale Bruno

Buozzi 99, presso l’avv. Antonio D’Alessio (p.e.c.

antoniodalessio.ordineavvocatiroma.org, fax 06/3217536), dal quale

è rappresentato e difeso, per delega a margine del ricorso,

unitamente all’avv. Giuseppe Principato (fax 010/5808222, p.e.c.

Giuseppe.principato.ordineavvocatigenova.it);

– ricorrente –

nei confronti di:

B.M.R., elettivamente domiciliata in Roma, piazza

Capranica 78, presso l’avv. Federico Mazzetti (p.e.c.

federicomazzetti.ordineavvocatiroma.org, fax 06/69799465), dal quale

è rappresentata e difesa, unitamente all’avv. Pierluigi Bongiorno

Gallegra, giusta procura speciale a margine del controricorso, (fax

n. 0185/362814 e alla p.e.c. pbglex.pec.it);

– controricorrente –

avverso il decreto n. 302/14 della Corte di appello di Genova, emesso

il 14 marzo 2014 e depositato il 10 giugno 2014, n. R.G. 705/13

RGVG.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. Il Tribunale di Chiavari, con sentenza del 3 – 4 luglio 2013, ha respinto la domanda di B.M.R. di vedersi attribuita una quota pari al 40% di quanto attribuito all’ex coniuge V.P. dal Fondo pensionistico complementare dei dipendenti U.B.I. (Unione Banche Italiane) in seguito all’accantonamento rateale del T.F.R., relativamente al periodo coincidente con il matrimonio. Ha ritenuto il Tribunale la natura meramente previdenziale del Fondo e delle attribuzioni percepite dal V..

2. La Corte di appello di Genova è andata di contrario avviso e ha accolto la domanda della B. quantificando in Euro 22.562,72 la quota spettante della L. n. 898 del 1970, ex art. 12 bis e successive modificazioni.

3. Ricorre per cassazione V.P. deducendo violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 252 del 2005.

4. Si difende con controricorso B.M.R. ed eccepisce l’inammissibilità del ricorso oltre a chiederne comunque il rigetto.

5. Le parti depositano memorie difensive.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

che:

6. Il ricorso è manifestamente infondato. Infatti, oltre ad essere viziato da una indicazione non puntuale della violazione di legge, appare caratterizzato da una evidente inconferenza rispetto alla ratio decidendi che ha guidato la Corte genovese e che è stata quella di riscontrare che nel Fondo U.B.I. sono affluiti anche gli importi maturati a titolo di trattamento di fine rapporto che il dipendente ha scelto a suo tempo di non mantenere presso il datore di lavoro ma di destinare a incrementare la propria posizione presso il Fondo.

7. Tale impostazione appare coerente con la giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. civ. sez. 6-1, ordinanza n. 17883 del 9 settembre 2016) secondo cui il diritto all’attribuzione di una quota della indennità di fine rapporto che sia stata percepita dall’altro coniuge, che è previsto dalla L. n. 898 del 1970, art. 12 bis, a favore del coniuge divorziato che sia titolare di assegno e che non sia passato a nuove nozze, sussiste con riferimento agli emolumenti collegati alla cessazione di un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato che si correlino al lavoro dell’ex coniuge. In materia di quote di fondi previdenziali derivanti dall’accantonamento di parte della retribuzione vanno anche ricordate le sentenze (Cass. civ. sez. 5, n. 4425 del 24 febbraio 2010 e Cass. civ. sez. 5, n. 8200 del 2 aprile 2007) secondo cui “le quote del Fondo di previdenza aziendale dell’Isveimer corrisposte agli iscritti, ai sensi del D.L. 24 settembre 1996, n. 497, art. 4, convertito in L. 19 novembre 1996, n. 588, a seguito della messa in liquidazione del predetto ente, non sono assimilabili a prestazioni corrisposte in dipendenza di un contratto di assicurazione sulla vita o di capitalizzazione, e non sono quindi qualificabili, neppure in via analogica, come redditi di capitale” e, “in quanto destinate, secondo le intenzioni, ad essere corrisposte dopo la cessazione del rapporto di lavoro, trovano in quest’ultimo la loro fonte giustificatrice, ed essendo volte a compensare la perdita di redditi futuri hanno natura di retribuzione differita e funzione previdenziale, tale da giustificare l’applicazione in via analogica del regime fiscale previsto dal D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 16, 18 e 48, per il T.F.R. e le altre indennità ad esso equiparabili”.

8. Il ricorso va pertanto respinto con condanna alle spese del giudizio di cassazione.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi 2.600 Euro di cui Euro 100 per spese, oltre accessori di legge e spese forfettarie.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 7 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2017

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