Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12876 del 10/06/2011

Cassazione civile sez. II, 10/06/2011, (ud. 18/04/2011, dep. 10/06/2011), n.12876

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Avv. A.M., rappresentata e difesa, in forza di procura

speciale in calce al ricorso, dall’Avv. MANZO Raffaele, per legge

domiciliata presso la Cancelleria civile della Corte di Cassazione,

piazza Cavour, Roma;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA e MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE,

in persona dei Ministri – pro tempore, e AGENZIA DELLE ENTRATE, in

persona del Direttore pro tempore, rappresentati e difesi, per legge,

dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso gli Uffici di questa

domiciliati in Roma, Via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrenti –

avverso l’ordinanza del Tribunale di Napoli, depositata il 10

novembre 2008.

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 18

aprile 2011 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

udito l’Avv. Elvira Oriani, per delega;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. LETTIERI Nicola, che ha concluso per il rigetto del

ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che l’Avv. A.M. ha proposto ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del Tribunale di Napoli, sezione penale, in data 10 novembre 2008, con cui è stata respinta l’opposizione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 170 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), contro il decreto di liquidazione dei compensi richiesti per l’attività professionale svolta quale difensore d’ufficio di un’imputata nell’ambito di un procedimento penale;

che, successivamente alla proposizione della presente impugnazione, le Sezioni unite civili di questa Corte (sentenza 3 settembre 2009, n. 19161), chiamate a risolvere un contrasto di giurisprudenza in ordine alla qualificazione del vizio derivante dal mancato rispetto della sede civile della decisione dell’opposizione, hanno stabilito che qualora l’ordinanza che decide l’opposizione sia stata adottata da un giudice addetto al servizio penale, si configura una violazione delle regole di composizione dei collegi e di assegnazione degli affari, che non determina nè una questione di competenza nè una nullità, ma può giustificare esclusivamente conseguenze di natura amministrativa o disciplinare; ed hanno inoltre affermato, innovando il precedente orientamento, che (a) spetta sempre al giudice civile la competenza a decidere sulle opposizioni nei confronti dei provvedimenti di liquidazione dell’onorario del difensore del soggetto ammesso al patrocinio a spese dello Stato (o di persone ammesse al programma di protezione), dei compensi agli ausiliari dei giudici e delle indennità ai custodi, anche quando emessi nel corso di un procedimento penale, e che (b) l’eventuale ricorso per cassazione avverso il provvedimento che decide sull’opposizione va proposto, nel rispetto dei termini e delle forme del codice di rito civile, dinanzi alle sezioni civili della Corte;

che, con ordinanza interlocutoria n. 19963 del 2010, regolarmente comunicata, alla parte ricorrente è stato assegnato il termine perentorio di giorni sessanta per proporre e notificare ricorso per cassazione secondo le forme del codice di procedura civile, nonchè l’ulteriore termine perentorio di giorni venti dalla notificazione per il deposito del ricorso nella cancelleria della Corte.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata nella decisione del ricorso;

che la parte ricorrente – in esecuzione dell’ordinanza interlocutoria – ha provveduto a proporre ricorso per cassazione nelle forme del rito civile, notificandolo in data 30 ottobre 2010 al Ministero della giustizia, al Ministero dell’economia e delle finanze e all’Agenzia delle entrate;

che gli intimati hanno resistito con controricorso;

che il ricorso è affidato ad un unico motivo, con cui si denuncia erronea applicazione della legge (art. 606 cod. proc. pen.), in relazione al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 82, nonchè carenza assoluta di motivazione (art. 606 cod. proc. civ., lett. e);

che il motivo è inammissibile, perchè non accompagnato dalla conclusiva formulazione del quesito di diritto e del quesito di sintesi, l’uno e l’altro imposti dall’art. 366 bis cod. proc. civ., ratione temporis applicabile;

che non rileva che il ricorso sia stato notificato quando la L. 18 giugno 2009, n. 69, era già stata pubblicata ed entrata in vigore;

che, invero, alla stregua del principio generale di cui all’art. 11 disp. prel. cod. civ., comma 1, secondo cui, in mancanza di un’espressa disposizione normativa contraria, la legge non dispone che per l’avvenire e non ha effetto retroattivo, nonchè del correlato specifico disposto della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, in base al quale le norme previste da detta legge si applicano ai ricorsi per cassazione proposti avverso i provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore della medesima legge (4 luglio 2009), l’abrogazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (intervenuta ai sensi della citata L. n. 69 del 2009, art. 47) è diventata efficace per i ricorsi avanzati con riferimento ai provvedimenti pubblicati successivamente alla suddetta data, con la conseguenza che per quelli proposti – come nella specie – contro provvedimenti pubblicati antecedentemente (e dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40) tale norma è da ritenere ancora applicabile (Cass., Sez. 1^, 26 ottobre 2009r n. 22578; Cass., Sez. 3^, 24 marzo 2010, n. 7119);

che, pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

che le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dalle Amministrazioni controricorrenti, che liquida in complessivi Euro 400,00 oltre alle spese eventualmente prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 18 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2011

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