Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12871 del 26/06/2020

Cassazione civile sez. lav., 26/06/2020, (ud. 03/07/2019, dep. 26/06/2020), n.12871

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BALESTRIERI Federico – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28398/2015 proposto da:

F.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FLAMINIA 19,

presso lo studio dell’avvocato ITALICO PERLINI, che lo rappresenta e

difende unitamente agli avvocati GAETANO CAPPUCCI, MATTEO MARIA

PERLINI;

– ricorrente –

contro

FILT CGIL FROSINONE – FEDERAZIONE ITALIANA LAVORATORI TRASPORTI in

persona del legale rappresentante pro tempore, R.I.,

S.A., D.L.G., tutti elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA EMILIO DE CAVALIERI 7, presso lo studio dell’avvocato FLAVIA

BRUSCHI, che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati

LETIZIA CIUFFARELLA, STEFANO MUGGIA;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2077/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 12/03/2015 R.G.N. 8025/2011.

Fatto

RILEVATO

che la Corte territoriale di Roma, con sentenza depositata il 12.3.2015, ha respinto l’appello interposto da F.G., nei confronti della FILT CGIL Frosinone-Federazione Italiana Lavoratori Trasporti, di R.I., S.A. e D.L.G., avverso la pronunzia del Tribunale di Frosinone n. 984/2011, resa il 30.6.2011, con la quale era stato respinto il ricorso del F., diretto ad ottenere il riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso con la FILT CGIL Frosinone dal 28.6.1996 al 19.10.2002, e la condanna del sindacato e di R.I., S.A. e D.L.G. al pagamento della somma di Euro 109.230,43 a titolo di retribuzioni non percepite, nonchè la dichiarazione di inefficacia del licenziamento verbale allo stesso intimato in data 19.10.2002 e la condanna dell’associazione sindacale alla ricostituzione del rapporto di lavoro e quella della stessa associazione e degli altri tre resistenti al pagamento delle retribuzioni maturate sulla base dell’inquadramento nel primo livello del CCNL Commercio e Servizi;

che per la cassazione della sentenza ricorre F.G. articolando un motivo contenente più censure, cui resistono con controricorso la FILT CGIL Frosinone-federazione Italiana Lavoratori Trasporti, R.I., S.A. e D.L.G.;

che sono state depositate memorie nell’interesse dei contro ricorrenti;

che il PG non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con l’unico motivo di ricorso, si deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2094 c.c. e art. 116 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e si deduce che la Corte di merito “con motivazione illogica ed incoerente, ha escluso la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato del ricorrente alle dipendenze del sindacato non tenendo in minima considerazione i principi giurisprudenziali affermati dalla Suprema Corte in materia di subordinazione”, secondo cui “l’assunzione di una carica elettiva nell’ambito di un’associazione sindacale è compatibile con la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra l’associazione medesima e l’eletto”; pertanto, a parere del ricorrente, “la Corte d’Appello avrebbe dovuto richiamare tali principi ed affermare l’irrilevanza nel caso concreto della questione dell’assunzione della carica elettiva del ricorrente all’interno del sindacato, affermando così la compatibilità della stessa con il rapporto di lavoro subordinato all’interno del sindacato”; si deduce, inoltre, che i giudici di merito avrebbero errato nel ritenere che il F. non avesse fornito la prova della subordinazione, ed avrebbero, quindi, violato l’art. 2094 c.c. e art. 116 c.p.c., anche perchè non avrebbero neppure valutato gli elementi c.d. sussidiari o complementari della subordinazione, commettendo, in tal modo, un errore di qualificazione del rapporto di cui si tratta, al quale, a parere del ricorrente, si sarebbe dovuto riconoscere, appunto, contrariamente alle conclusioni cui è pervenuta la Corte territoriale, il connotato della subordinazione; che il motivo – che presenta evidenti profili di inammissibilità laddove censura la sentenza impugnata, perchè viziata anche da “motivazione illogica ed incoerente”: formulazione, questa, non più consona con le modifiche introdotte dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile, ratione temporis, al caso di specie poichè la sentenza oggetto del giudizio di legittimità è stata depositata, come riferito in narrativa, il 12.3.2015 – non è fondato, poichè i giudici di seconda istanza hanno preso in considerazione gli elementi che connotano la subordinazione e, dopo avere vagliato analiticamente le risultanze istruttorie, sono pervenuti, attraverso un percorso motivazionale del tutto coerente, ad escluderne la sussistenza con riferimento alla fattispecie;

che, al riguardo, è da premettere che il caso all’esame ripropone la vexata quaestio della distinzione tra rapporto di lavoro autonomo e rapporto di lavoro subordinato in una fattispecie che, per alcuni versi, presenta dei connotati peculiari. Deve, del resto, prendersi atto che oggi i due cennati tipi di rapporto non compaiono che raramente nelle loro forme e prospettazioni “primordiali” e più semplici, in quanto gli aspetti molteplici di una vita quotidiana e di una realtà sociale in continuo sviluppo e le diuturne sollecitazioni che ne promanano hanno insinuato in ognuno di essi elementi per così dire perturbatori che appannano, turbano, appunto, la primigenia simplicitas del “tipo legale” e fanno dei medesimi, non di rado, qualcosa di ibrido e, comunque, di difficilmente definibile. Per cui, la qualificazione sub specie di locatio operis o locatio operarum e la sua sussunzione sotto l’uno o l’altro nomen iuris diventa più delicata e richiede una più approfondita opera di accertamento della realtà fattuale e di affinamento di quei momenti che la teoria ermeneutica caratterizza come subtilitas explicandi e, soprattutto, come subtilitas applicandi;

che soccorre, peraltro, in questa actio finium regundorum tra lavoro autonomo e subordinato l’insegnamento della giurisprudenza che, intervenendo con molta consapevolezza sul tema, ha dato alla dibattuta questione una soluzione che può, nei principi, ormai dirsi consolidata. E’ noto, difatti, che, secondo il richiamato e consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, l’elemento essenziale di differenziazione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato consiste nel vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, da ricercare in base ad un accertamento esclusivamente compiuto sulle concrete modalità di svolgimento della prestazione lavorativa. In particolare, mentre la subordinazione implica l’inserimento del lavoratore nella organizzazione imprenditoriale del datore di lavoro mediante la messa a disposizione, in suo favore, delle proprie energie lavorative (operae) ed il contestuale assoggettamento al potere direttivo di costui, nel lavoro autonomo l’oggetto della prestazione è costituito dal risultato dell’attività (opus): ex multis, e già da epoca non recente, Cass. nn. 12926/1999; 5464/1997; 2690/1994; 4770/2003; 5645/2009, secondo cui, ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato oppure autonomo, il primario parametro distintivo della subordinazione, intesa come assoggettamento del lavoratore al potere organizzativo del datore di lavoro, deve essere accertato o escluso mediante il ricorso agli elementi che il giudice deve concretamente individuare dando prevalenza ai dati fattuali emergenti dalle modalità di svolgimento del rapporto (cfr. pure, tra le molte, Cass. nn. 1717/2009, 1153/2013). In subordine, l’elemento tipico che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato è costituito dalla subordinazione, intesa, come innanzi detto, quale disponibilità del prestatore nei confronti del datore di lavoro, con assoggettamento alle direttive dallo stesso impartite circa le modalità di esecuzione dell’attività lavorativa; mentre, è stato pure precisato, altri elementi – come l’assenza del rischio economico, il luogo della prestazione, la forma della retribuzione e la stessa collaborazione – possono avere solo valore indicativo e non determinante (v. Cass. n. 7171/2003), costituendo quegli elementi, ex se, solo fattori che, seppur rilevanti nella ricostruzione del rapporto, possono in astratto conciliarsi sia con l’una che con l’altra qualificazione del rapporto stesso (fra le altre – e già da epoca risalente – Cass. nn. 7796/1993; 4131/1984); ciò precisato, è da aggiungere che, anche in ordine alla questione relativa alla qualificazione del rapporto contrattualmente operata, sovviene l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità. Alla cui stregua, onde pervenire alla identificazione della natura del rapporto come autonomo o subordinato, non si può prescindere dalla ricerca della volontà delle parti, dovendosi tra l’altro tener conto del relativo reciproco affidamento e di quanto dalle stesse voluto nell’esercizio della loro autonomia contrattuale: pertanto, quando i contraenti abbiano dichiarato di voler escludere l’elemento della subordinazione, specie nei casi caratterizzati dalla presenza di elementi compatibili sia con l’uno che con l’altro tipo di prestazione d’opera, è possibile addivenire ad una diversa qualificazione solo ove si dimostri che, in concreto, l’elemento della subordinazione si sia di fatto realizzato nello svolgimento del rapporto medesimo (v., fra le molte, e già da epoca meno recente, Cass. nn. 4220/1991; 12926/1999). Il nomen iuris eventualmente assegnato dalle parti al contratto non è quindi vincolante per il giudice ed è comunque sempre superabile in presenza di effettive, univoche, diverse modalità di adempimento della prestazione (Cass. n. 812/1993); al proposito, questa Suprema Corte ha avuto, altresì, modo di ribadire che, ai fini della individuazione della c.d. natura giuridica del rapporto, il primario parametro distintivo della subordinazione deve essere necessariamente accertato o escluso mediante il ricorso ad elementi sussidiari che il giudice deve individuare in concreto, dando prevalenza ai dati fattuali emergenti dall’effettivo svolgimento del rapporto, essendo il comportamento delle parti posteriore alla conclusione del contratto elemento necessario non solo ai fini della sua interpretazione (ai sensi dell’art. 1362 c.c., comma 2), ma anche ai fini dell’accertamento di una nuova e diversa volontà eventualmente intervenuta nel corso dell’attuazione del rapporto e diretta a modificare singole sue clausole e talora la stessa natura del rapporto lavorativo inizialmente prevista, da autonoma a subordinata; con la conseguenza che, in caso di contrasto fra i dati formali iniziali di individuazione della natura del rapporto e quelli di fatto emergenti dal suo concreto svolgimento, a questi ultimi deve darsi necessariamente rilievo prevalente nell’ambito di una richiesta di tutela formulata tra le parti del contratto (Cass. nn. 4770/2003; 5960/1999). Del resto, come è stato osservato, il ricorso al dato della concretezza e della effettività appare condivisibile anche sotto altro angolo visuale, ossia in considerazione della posizione debole di uno dei contraenti, che potrebbe essere indotto ad accettare una qualifica del rapporto diversa da quella reale pur di garantirsi un posto di lavoro. Più di recente, con la sentenza n. 7024/2015, questa Corte ha ribadito che gli indici di subordinazione sono dati dalla retribuzione fissa mensile in relazione sinallagmatica con la prestazione lavorativa; l’orario di lavoro fisso e continuativo; la continuità della prestazione in funzione di collegamento tecnico organizzativo e produttivo con le esigenze aziendali; il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia; l’inserimento nell’organizzazione aziendale.

E sul lavoratore che intenda rivendicare in giudizio l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato grava l’onere di fornire gli elementi di fatto corrispondenti alla fattispecie astratta invocata (cfr., tra le molte, Cass. n. 11937/2009);

che, tutto ciò premesso, deve osservarsi che, nella fattispecie, la Corte di merito ha tenuto conto che il lavoratore non ha fornito la prova relativa ai requisiti della eterodirezione e della sussistenza di un vincolo gerarchico; ha esaminato tutti gli elementi qualificanti la subordinazione, quali enunciati dalla Corte di legittimità, pervenendo (come innanzi già sottolineato) attraverso la delibazione dei punti di emersione probatoria ed alla luce dei richiamati, costanti insegnamenti giurisprudenziali – con un iter motivazionale del tutto coerente, ad escluderne la sussistenza con riferimento alla fattispecie, dando atto (v., in particolare, pagg. 4 e 5 della sentenza impugnata) che, “dall’istruttoria espletata, deve escludersi che il F. abbia dato prova sufficiente della natura subordinata del rapporto intercorso con la FILT CGIL in contrasto con le risultanze documentali che attestano la presenza di una semplice collaborazione, a seguito della militanza del medesimo nel sindacato o comunque da questa originata, a fronte di un semplice rimborso spese”;

che, infine, la censura relativa alla presunta errata valutazione degli elementi delibatori da parte dei giudici di seconda istanza, tende, all’evidenza ad ottenere un nuovo esame del merito, pacificamente estraneo al giudizio di legittimità (cfr., ex plurimis, Cass., S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 14541/2014), poichè “il compito di valutare le prove e di controllarne l’attendibilità e la concludenza spetta in via esclusiva al giudice di merito”; per la qual cosa, “la deduzione con il ricorso per cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata, per omessa, errata o insufficiente valutazione delle prove, o per mancata ammissione delle stesse, non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito” (cfr., ex multis, Cass., S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 14541/2014 citt.; Cass. n. 2056/2011); e, nella fattispecie, come innanzi osservato, la Corte distrettuale è pervenuta alla decisione impugnata attraverso un iter motivazionale del tutto condivisibile dal punto di vista logico-giuridico, anche in ordine alla valutazione dei mezzi istruttori addotti dalle parti;

che, per tutto quanto esposto, il ricorso va rigettato;

che le spese – liquidate come in dispositivo e da distrarsi, ai sensi dell’art. 93 c.p.c., in favore dei difensori dei controricorrenti, avv.ti Flavia Bruschi, Letizia Ciuffarella e Stefano Muggia, dichiaratisi antistatari – seguono la soccombenza;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge, da distrarsi.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 3 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 giugno 2020

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