Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12871 del 22/05/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 22/05/2017, (ud. 09/03/2017, dep.22/05/2017),  n. 12871

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13265/2016 proposto da:

B.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SISTIN A

48, presso lo studio dell’avvocato MARCO ORLANDO, rappresentato e

difeso dall’avvocato NICOLA PIGNATIELLO;

– ricorrente –

contro

M.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO

7, presso lo studio dell’avvocato SIMONA SABBATINI, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIACOMO CAMPANILE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4787/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 16/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 09/03/2017 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

Fatto

RAGIONI IN FATTO E IN DIRITTO DELLA DECISIONE

B.G. conveniva in giudizio M.I., chiedendone la condanna al pagamento di una somma di denaro: esponeva che entrambi avevano svolto attività di mediazione per un unico affare in favore di I.D., che questi aveva pagato l’intero importo della mediazione al M., che era stato accertato definitivamente, in separato giudizio, che l’ I. si era obbligato verso entrambi e che il B. non aveva diritto al pagamento della provvigione non essendo risultato iscritto all’albo dei mediatori. Assumeva che il M. dovesse corrispondergli metà della somma percepita dal comune cliente I., a titolo di restituzione di indebito arricchimento.

La domanda del B. veniva rigettata in primo grado dal Tribunale, il quale osservava che nel precedente procedimento, definito con sentenza ormai passata in giudicato, non soltanto veniva rigettata la domanda del B. verso il soggetto in favore del quale aveva svolto, senza autorizzazione amministrativa, attività di mediazione, ma anche la sua domanda subordinata rivolta verso l’altro mediatore.

La corte d’appello, con la sentenza qui impugnata, da un lato chiarisce che non potesse ritenersi coperta da giudicato la domanda proposta nel presente giudizio dal B. contro il M., volta a recuperare la metà di quanto intascato dal M. per provvigione, a titolo di ingiustificato arricchimento: la corte d’appello puntualizzava infatti che nella precedente causa il M. era stato chiamato in garanzia dal cliente, per essere eventualmente manlevato di quanto questi fosse condannato a pagare al B.. La domanda diretta dal B. verso il M., invece, non era stata presa in considerazione nell’altro giudizio in quanto tardiva, e quindi sulla stessa non poteva essersi formato il giudicato.

La sentenza della Corte d’Appello di Napoli n. 4787 del 2015, qui impugnata, dichiara però inammissibile l’impugnazione del B. la cui causa petendi risulta estremamente confusa, aggiungendo che essa si fonda su fatti (la percezione della provvigione da parte del M. per l’affare concluso dall’ I. grazie all’intervento di entrambi) che non risultano positivamente accertati, nel nè presente nè nel precedente giudizio.

B.G. propone un unico motivo di ricorso per cassazione cui resiste M.I. con controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in Camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c., su proposta del relatore, in quanto ritenuto manifestamente infondato.

Il Collegio, all’esito della Camera di consiglio, ritiene di condividere la soluzione proposta dal relatore, privilegiando una pronuncia in termini di inammissibilità del ricorso.

Tanto perchè il motivo di ricorso, che formalmente denuncia la violazione di una norma processuale, l’art. 342 c.p.c., che riconduce alla violazione di legge, di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in realtà non argomenta sulla pronuncia di inammissibilità della corte d’appello ma si limita a ribadire la propria domanda, articolata in termini di restituzione al B., che non ha mai sostenuto il relativo esborso, della metà della somma indebitamente incassata dal M., in quanto ciò costituirebbe indebito arricchimento, senza denunciare la violazione della norma sostanziale di riferimento nè chiarire in cosa la sentenza avrebbe violato l’art. 2041 c.c..

L’enunciazione del motivo del ricorso è quindi formulata in modo confuso, come già è stata confusa in appello e come non limpida è l’individuazione della stessa causa petendi.

Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo. Atteso che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed in ragione della soccombenza della ricorrente, la Corte, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Pone a carico del ricorrente le spese di giudizio sostenute dal controricorrente, che liquida in complessivi Euro 4000,00 di cui Euro 200,00 per spese, oltre contributo spese generali ed accessori.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 9 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2017

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