Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12854 del 26/05/2010

Cassazione civile sez. lav., 26/05/2010, (ud. 29/04/2010, dep. 26/05/2010), n.12854

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. PICONE Pasquale – Consigliere –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 8995-2007 proposto da:

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA

VESCOVIO 7 SCALA B 5 PIANO 1^, presso lo studio dell’avvocato

RAFFAELLA ANTRILLI e PULVIRENTI ROSARIA MARIA, rappresentato e difeso

dall’avvocato VIRZI’ SALVATORE, giusta mandato a margine dei ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati RICCIO

ALESSANDRO, GIANNICO GIUSEPPINA, VALENTE NICOLA, giusta mandato in

calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 146/2006 della CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA, depositata il 07/04/2006 R.G.N. 145/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

29/04/2010 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;

udito l’Avvocato PULLI CLEMENTINA per delega ALESSANDRO RICCIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

Con ricorso al Pretore, giudice del lavoro, di Enna, depositato in data 17.1.1997, C.G., premesso di aver presentato all’Inps domanda di pensione di anzianità, esponeva che la stessa era stata respinta avendo l’Istituto predetto rilevato che esso ricorrente poteva far valere esclusivamente n. 1807 contributi settimanali (di cui n. 1734 nell’assicurazione generale obbligatoria per i lavoratori dipendenti e n. 73 nella gestione speciale per i coltivatori diretti e mezzadri) in luogo dei 1820 contributi settimanali necessari per il conseguimento della chiesta pensione di anzianità. A seguito di ciò aveva presentato ricorso al Comitato Provinciale Inps di Enna, lamentando il mancato accreditamento dei contributi a suo favore relativi all’anno 1962, anno in cui aveva fatto parte, quale familiare compartecipante, del nucleo familiare dell’azienda colonica del padre C.S., e per il quale i relativi contributi erano stati erroneamente accreditati, sulla base di una falsa dichiarazione accertata come tale in successivo giudizio, in favore della sorella C.A.. Chiedeva pertanto il riconoscimento del rapporto di collaborazione familiare per l’anno in questione, ed il conseguente accreditamento dei relativi contributi.

Con sentenza in data 19.5.1997 il Pretore accoglieva la domanda.

A seguito di appello dell’Inps, il Tribunale di Enna, con sentenza in data 4.12.1998, annullava la sentenza emessa in primo grado per omessa integrazione del contraddittorio nei confronti del litisconsorte necessario C.A..

Con ricorso in riassunzione depositato il 27.1.1999 l’odierno ricorrente riproponeva nei confronti dell’Inps e della predetta C.A. le domande spiegate nell’atto introduttivo del giudizio.

Con sentenza in data 18.1.2005 il Tribunale di Enna accoglieva la domanda.

Avverso tale sentenza proponeva appello l’Inps lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo il rigetto delle domande proposte da controparte con il ricorso introduttivo.

La Corte di Appello di Caltanissetta, con sentenza in data 8.3.2006, accoglieva il gravame rigettando la domanda originariamente proposta dal lavoratore.

In particolare la Corte territoriale rilevava l’intervenuta prescrizione decennale, tempestivamente eccepita dall’Inps, in relazione alla domanda proposta dal ricorrente; e rilevava, comunque, la carenza di prova in ordine agli elementi costitutivi del rapporto di lavoro dedotto in giudizio.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione C. G. con tre motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso l’Istituto intimato.

Diritto

Col primo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, art. 55 convertito in L. 6 aprile 1936, n. 1155 e successive modifiche ed integrazioni; violazione e falsa applicazione degli artt. 2934 e 2935 c.c.; omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

In particolare rileva che presupposto indefettibile per la operatività della dedotta prescrizione è che i contributi relativi alla assicurazione obbligatoria non siano stati versati; qualora i detti contributi siano stati per contro versati ed erroneamente attribuiti ad altro soggetto, non sussiste il presupposto suddetto e quindi la prescrizione non può ritenersi operativa.

Col secondo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2700 c.c..

In particolare rileva il ricorrente che la Corte territoriale aveva omesso di valutare la certificazione rilasciata dai Carabinieri di Leonforte ed allegata al n. 18 del fascicolo di parte di primo grado, dalla quale emergeva che esso ricorrente “risultava fino al (OMISSIS) convivente con il suo nucleo familiare con la qualifica di (OMISSIS), svolgendo la propria attività nell’azienda del padre”.

Col terzo motivo di gravame il ricorrente lamenta insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

In particolare rileva che i contributi di assicurazione obbligatoria risultavano correttamente versati per il periodo in questione, se pur erroneamente accreditati alla sorella C.A., pertanto non esisteva controversia sulla effettiva esistenza di un rapporto di collaborazione con il proprio genitore nell’azienda colonica dello stesso, nè lo SCAU aveva all’epoca sollevato alcuna obiezione. Di talchè l’accertamento dell’esistenza di un rapporto di collaborazione familiare esulava in realtà dal contenuto della presente controversia.

E comunque rileva che esso ricorrente aveva provato l’esistenza di tale rapporto, di talchè sul punto il rigetto della relativa domanda da parte della Corte territoriale appare priva di sufficiente e logica motivazione.

Rileva il Collegio che il gravame proposto dal ricorrente è infondato e deve essere pertanto rigettato, anche se la motivazione della sentenza merita di essere parzialmente corretta ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2.

Ed invero, in relazione al primo motivo di gravame, non può condividersi l’assunto della Corte territoriale circa l’intervenuta prescrizione decennale in ordine alla domanda proposta dal ricorrente relativa alla regolarizzazione dei contributi previdenziali.

Sul punto questa Corte ha avuto modo di evidenziare che l’impossibilità, ai sensi del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, art. 55, comma 2 di effettuare versamenti a regolarizzazione di contributi assicurativi arretrati dei quali sia intervenuta la prescrizione (elevata da cinque a dieci anni ad opera della L. n. 153 del 1969, art. 41 modificativo del citato art. 55, comma 1), non osta all’accreditamento, ai sensi del R.D. 24 settembre 1940, n. 1949, art. 14 di contributi tempestivamente versati dal datore di lavoro e per errore non attribuiti all’avente diritto all’iscrizione negli elenchi nominativi dei lavoratori dell’agricoltura, non sussistendo in tal caso il presupposto della mancata corresponsione dei contributi dovuti, al quale, ai sensi del detto art. 55, è condizionata la rilevanza del superamento del termine prescrizionale (Cass. sez. lav., 14.7.1989, n. 3325).

E pertanto, versandosi nella fattispecie in tema di contributi di cui si assume l’erroneo accreditamento in favore di altro soggetto, e non già di omesso versamento di tale contribuzione, l’eccezione di prescrizione non può trovare accoglimento, ove si osservi che la prescrizione attiene da un canto al diritto dell’Ente previdenziale di pretendere i contributi di assicurazioni obbligatorie e dall’altro alla possibilità (diritto) del debitore di versarli a regolarizzazione dei contributi arretrati (non pagati). In entrambe le ipotesi, quindi, è presupposto indispensabile per la operatività della eccepita prescrizione, la mancata corresponsione dei contributi dovuti.

Il rilievo proposto dal ricorrente sul punto è fondato, ma il ricorso non può tuttavia trovare accoglimento, dovendo essere rigettati gli ulteriori motivi di gravame, che il Collegio ritiene di dover trattare unitariamente essendo gli stessi fra loro strettamente connessi.

Ed invero la Corte territoriale ha ritenuto che il C. non avesse fornito la prova degli elementi costitutivi del rapporto di lavoro dedotto in giudizio.

Sul punto devesi innanzi tutto rilevare che decisamente non condivisibile si appalesa l’assunto di parte ricorrente secondo cui la presente controversia concernerebbe non già l’effettiva esistenza di un rapporto di collaborazione con il proprio genitore nell’azienda colonica dello stesso, ma esclusivamente l’erronea attribuzione dei contributi versati ad altro soggetto, e segnatamente alla propria sorella. Ed invero, nel momento in cui il soggetto assume l’erroneità dell’accreditamento ad altro soggetto dei contributi in parola, è tenuto a fornire la prova del proprio diritto a tale accreditamento in proprio favore, e quindi dell’effettivo svolgimento dell’attività lavorativa cui è collegato l’accreditamento dei contributi suddetti.

Posto ciò osserva il Collegio che, per costante orientamento giurisprudenziale, il giudice del merito è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prove che ritenga più attendibili ed idonee alla formazione dello stesso, essendo sufficiente, al fine della congruità della motivazione del relativo apprezzamento, che da questa risulti che il convincimento nell’accertamento dei fatti su cui giudicare si sia realizzato attraverso una valutazione dei vari elementi probatori acquisiti, considerati nel loro complesso, pur senza una esplicita confutazione degli altri elementi non menzionati o non accolti (nel caso di specie, la certificazione dei Carabinieri di Leonforte), anche se allegati, purchè risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, a quelli utilizzati (Cass. sez. lav., 5.10.2006 n. 21412; Cass. sez. 3, 27.7.2006 n. 17145; Cass. sez. 3, 24.5.2006 n. 12362; Cass. sez. lav., 10.5.2002 n. 6765; Cass. sez. 3, 23 aprile 2001 n. 5964; Cass. sez. lav., 7.11.2000 n. 14472;

Cass. sez. lav., 10.5.2000 n. 6023; Cass. sez. 1, 23.7.1994 n. 6868).

Posto ciò ritiene il Collegio di dover altresì ribadire, per come a più riprese evidenziato da questa Corte, che “la valutazione delle risultanze della prova testimoniale … come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive” (Cass. sez. lav., 20.3.2008 n. 7600; Cass. sez. lav., 8.3.2007 n. 5286; Cass. sez. lav., 15.4.2004 n. 7201;

Cass. sez. lav., 7.8.2003 n. 11933; Cass. sez. lav., 9.4.2001 n. 5231).

Nè può diversamente opinarsi argomentando dal fatto che l’art. 360 c.p.c. prevede, al n. 5, la valutazione della omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, avendo questa Corte rilevato che “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa” (Cass. sez. lav., 7.6.2005 n. 11789).

Orbene, nel caso di specie osserva il Collegio che la Corte territoriale ha rilevato come i testi escussi non avessero reso delle dichiarazioni che consentivano “di ricostruire in modo circostanziato e con certezza la natura del rapporto intercorso fra le parti e di affermare la riconducibilità dello stesso in uno schema di lavoro subordinato”, rilevando in particolare che i testi nulla avevano riferito “in ordine al concreto atteggiarsi del rapporto fra presunto datore di lavoro e presunto lavoratore soprattutto in ordine ad elementi dai quali desumere la effettiva sussistenza di un vincolo di subordinazione, ovverosia la sottoposizione ad un potere di direzione e controllo datoriale”.

Alla stregua di quanto sopra deve ritenersi che la Corte territoriale abbia dato completa ed esaustiva contezza delle proprie determinazioni, e quindi del valore preminente attribuito agli elementi suddetti, che non consentivano di ritenere, comunque e con certezza, la riconducibilità del rapporto in questione allo schema del rapporto di lavoro subordinato.

Pertanto, dal momento che il giudice di merito ha illustrato le ragioni che rendevano pienamente contezza delle ragioni del proprio convincimento e dell’iter motivazionale attraverso cui lo stesso era pervenuto alla valutazione delle risultanze probatorie poste a fondamento della propria decisione, resta escluso il controllo sollecitato in questa sede di legittimità. Il vizio non può invero consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove rispetto a quello dato dal giudice di merito, cui spetta in via esclusiva individuare le fonti del suo convincimento e a tal fine valutare le prove e controllarne la concludenza.

In conclusione, il motivo si risolve in parte qua in un’inammissibile istanza di riesame della valutazione del giudice d’appello, fondata su tesi contrapposta al convincimento da esso espresso, e pertanto non può trovare ingresso (Cass. sez. lav., 28.1.2008 n. 1759).

Il proposto gravame va pertanto rigettato.

Nessuna statuizione va adottata per quel che riguarda le spese di giudizio, ricorrendo le condizioni previste per l’esonero del soccombente dal rimborso a norma dell’art. 152 disp. att. c.p.c., nel testo originario, quale risultante a seguito della sentenza costituzionale n. 134 del 1994, non essendo applicabile al presente giudizio la modificazione introdotta dal D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art 42., u.c., convertito in L. 24 novembre 2003, n. 326, trattandosi di giudizio introdotto prima del 2 ottobre 2003 (data di entrata in vigore del decreto).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 29 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2010

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA