Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1285 del 20/01/2011

Cassazione civile sez. VI, 20/01/2011, (ud. 21/12/2010, dep. 20/01/2011), n.1285

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 5270/2010 proposto da:

POSTE ITALIANE SPA (OMISSIS) in persona del Presidente del

Consiglio di Amministrazione e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, LUNGOTEVERE MICHELANGELO 9, presso

lo Studio TRIFIRO’ & PARTNERS, rappresentata e difesa

dall’avvocato

TRIFIRO’ Salvatore, giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

P.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA AGRI 1,

presso lo studio dell’avvocato NAPPI Pasquale, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato BOIOCCHI PIERLUIGI P., giusta procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 278/2009 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA del

7.5.09, depositata il 20/08/2009;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/12/2010 dal Consigliere Relatore Dott. PIETRO CURZIO.

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. Umberto

APICE.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Letto il ricorso con il quale Poste italiane spa chiede l’annullamento della sentenza della Corte d’Appello di Brescia, pubblicata il 20 agosto 2009.

Letta la relazione del Cons. Dott. Curzio, con la quale sono state esposte le ragioni che a parere del relatore rendevano possibile definire il giudizio in Camera di consiglio;

Letta la memoria di Poste italiane spa.

Premesso che, in sede di relazione, si è ritenuto che il giudizio potesse essere definito ai sensi dell’art. 375, comma 1, nn. 1 e 5, per le seguenti ragioni.

“La controversia è stata promossa da P.L., il quale assumeva di essere stato demansionato. Il Tribunale di Bergamo ha accolto il ricorso e condannato Poste a risarcire il relativo danno.

La Corte ha confermato la decisione.

Poste italiane propone tre motivi di ricorso.

Il primo è definito: Impossibilità di considerare provati i presupposti indicati nella sentenza di appello come fondanti il presunto demansionamento ed il risarcimento.

Omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo.

Nell’esposizione si precisa che la Corte avrebbe omesso di prendere posizione sull’eccezione di inammissibilità delle istanze istruttorie avversarie per genericità delle stesse.

Il ricorso viola il criterio dell’autosufficienza perchè non da conto del se e come tale questione era stata posta in sede di motivi di appello. Peraltro, deve sottolinearsi che la Corte ha motivato in positivo sulle testimonianze acquisite, esprimendo quindi un implicito ma inequivoco giudizio sulla ammissibilità delle relative circostanze.

Con il secondo motivo Poste denunzia un travisamento delle risultanze istruttorie. Violazione degli artt. 1362, 2013 e 2697, cod. civ., laddove la Corte ha ritenuto che il P. sia stato demansionato, in quanto egli dirigeva un ufficio di 215 persone con precise responsabilità sull’andamento generale del servizio, mentre con il nuovo incarico è stato posto in una condizione di inattività, con mancanza di assegnazione di mansioni specifiche. La Corte fonda tale valutazione su di una articolata lettura e riproduzione dei passaggi fondamentali delle testimonianze e dei documenti acquisiti. Poste critica la valutazione della Corte assumendo che, affinchè la prova possa essere raggiunta è necessario che tutte le deposizioni testimoniali e tutti gli elementi di prova emersi siano concordi ed uniformi. Ma nel caso in esame così non è. Partendo da questa premessa ridiscute la prova, proponendo in realtà una diversa valutazione della stessa, inammissibile in sede di legittimità, qualora non vengano indicate specifiche omissioni, insufficienze o contraddizioni del percorso motivazionale, che qui mancano del tutto (non è stata neanche prospettata la violazione dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5), in quanto l’argomentazione della Corte di Brescia a pag. 8-11 della sentenza è completa e coerente.

Analoghe considerazioni valgono con riferimento al terzo motivo in cui si denunzia violazione degli artt. 1226, 2013 e 2697 cod. civ., e vizio di motivazione in ordine alla sussistenza e quantificazione del danno, in quanto il danno alla professionalità non è in re ipsa ma deve essere provato.

Dopo aver riportato la giurisprudenza della Corte di cassazione sul punto si assume che nel caso in esame controparte non è stata in grado di provare di aver subito un impoverimento della propria capacità professionale.

La Corte ha invero motivato sul punto specifico, analizzando natura ed entità del demansionamento e fondando su tale analisi, una valutazione di particolare afflittività, che l’ha portata a condividere motivazione e quantificazione del giudice di primo grado.

La motivazione pertanto c’è, diretta e per relationem, nè può dirsi inadeguata o contraddittoria. Ogni diversa valutazione attiene al merito della controversia, che non può essere rivisitato in sede di legittimità”.

Non vi sono motivi, neanche a seguito della memoria di Poste italiane, per mutare tali valutazioni, che sono pienamente condivise dal collegio e fondano il rigetto del ricorso.

Le spese devono, per legge, essere poste a carico della parte che perde il giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente alla rifusione al P. delle spese del giudizio di legittimità, liquidandole in Euro 30,00, nonchè Euro 4.000,00 per onorari, oltre IVA, CPA e spese generali.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile, il 21 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2011

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