Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12849 del 13/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 13/05/2021, (ud. 08/02/2021, dep. 13/05/2021), n.12849

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. SAIEVA Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

M.R., rappresentata e difesa dall’Avv. Armando La Viola e

domiciliata in Roma, via Novenio Bucchi, n. 7, presso lo studio

dell’avv. Valerio Cannizzaro;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del legale rappresentante p.t.;

– intimata –

Avverso la sentenza della Commissione tributaria centrale – Sezione

di Roma collegio 22, n. 2895/2013, pronunciata il 19.6.2013 e

depositata il 21.6.2013;

Udita la relazione svolta in camera di consiglio dell’8 febbraio 2021

dal consigliere Dott. Giuseppe Saieva.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. M.R. impugnava dinanzi alla Commissione tributaria di I grado di Latina l’avviso di accertamento con il quale l’Ufficio Distrettuale delle II DD di Latina, sulla base dei finanziamenti eseguiti per contanti nell’anno in questione a favore della Metalmer Spa, di cui era socia con i due genitori, aveva rettificato il reddito per l’anno 1982, determinando in via sintetica, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, comma 4, il reddito in Lire 195.570.000 per l’Irpef ed in Lire 196.682.000 per l’Ilor.

2. La Commissione adita respingeva il ricorso, mentre la Commissione tributaria di II grado di Latina, in accoglimento dell’appello proposto dalla stessa contribuente, dichiarava privo di effetti l’avviso di accertamento impugnato, ritenendo che la presunta maggiore disponibilità economica della M. fosse fondata, non direttamente sul fatto noto dell’aumento di capitale, ma su un altro fatto, anch’esso presunto, quale l’accumulo di denaro nell’anno 1982.

3. Il ricorso proposto dall’amministrazione finanziaria avverso tale decisione veniva accolto – con sentenza n. 2895/2013, depositata il 21.6.2013, dalla Commissione tributaria centrale – Sezione di Roma, la quale affermava che il conferimento a titolo di finanziamento della somma di lire 190.000.000 effettuato in favore della società Metalmer costituisse indice di capacità contributiva idoneo a rideterminare, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, il reddito della contribuente la quale, dal canto suo, non aveva fornito alcuna prova della provenienza non reddituale della somma conferita.

4. Avverso tale decisione la M. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, cui l’ufficio finanziario non ha opposto alcuna difesa.

5. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza camerale dell’8 febbraio 2021, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c., e dell’art. 380 bis 1 c.p.c..

6. La ricorrente ha depositato una memoria nel termine di cui all’art. 380 (Ndr: testo originale non comprensibile), insistendo nell’accoglimento delle proprie richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce ex “art. 360, n. 3, violazione di legge con riferimento all’art. 11 preleggi ed al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38”.

Con il secondo motivo indica semplicemente “art. 360, n. 5, con riguardo all’art. 11 preleggi ed al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38”.

2. Detti motivi, suscettibili di trattazione congiunta, sono inammissibili.

2.1 Invero le modalità di redazione dei due mezzi di impugnazione precludono a questa Corte la valutazione della stessa ammissibilità della doglianza. Entrambi i mezzi, infatti, proposti per violazione di legge (almeno il primo) e (verosimilmente per omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione, il secondo), non esplicitano, in seno all’illustrazione, le effettive censure, mosse sotto tali profili, alla sentenza impugnata. Nell’ampio excursus normativo contenuto nel ricorso non vengono in alcun modo evidenziate quali disposizioni tra quelle elencate siano state applicate in violazione dell’art. 11 preleggi (che statuisce il principio generale della irretroattività delle disposizioni normative), nè in che modo i giudici della C.T.C. abbiano violato il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38.

2.2. Costituisce principio consolidato quello secondo cui in tema di accertamento dei redditi con metodo sintetico del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38, la disponibilità di determinate somme integra, ai sensi del D.P.R. citato, art. 2, nella versione ratione temporis vigente, una presunzione di capacità contributiva “legale” ai sensi dell’art. 2728 c.c., imponendo la stessa legge di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità l’esistenza di una “capacità contributiva”, sicchè il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” esposti dall’Ufficio, non ha il potere di privarli del valore presuntivo connesso dal legislatore alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova del contribuente in ordine alla provenienza non reddituale (Cass. Sez. 6 – 5, Ord. n. 17487 del 01/09/2016). Ne consegue che è legittimo l’accertamento fondato sui predetti fattori-indice, restando a carico del contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore (Cass. sez. 6-5, n. 16912 del 10/08/2016).

2.3. Quanto al vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, va poi osservato che lo stesso può essere dedotto solo in caso di omesso esame di un “fatto storico” controverso, che sia stato oggetto di discussione e appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione, essendo precluso impugnare la sentenza per criticare il percorso argomentativo adottato dal giudice di merito sulla base di una valutazione degli elementi fattuali acquisiti, da questi ritenuti determinanti oppure non pertinenti (Cass. Sez. U, n. 8053 del 7/4/2014; Cass. Sez. U, n. 19881 del 22/9/2014; Cass. n. 11892 del 10/6/2016). Nel caso di specie, secondo la ricorrente, “l’omissione del fatto costitutivo, censurabile” in questa sede, si configurerebbe “nella omessa applicazione dello ius superveniens e nella incoerenza delle ragioni esposte a sostegno dell’accoglimento dell’appello dell’ufficio”, sicchè la doglianza si rivela inammissibile. Esula infatti dal vizio di legittimità di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, qualsiasi contestazione volta a criticare il “convincimento” che il giudice si è formato all’esito dell’esame del materiale probatorio previa valutazione della sua attendibilità ed operando un giudizio di prevalenza (Cass. Sez. 5, 02/07/2020 n. 13488). Invero, il motivo di ricorso con cui – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, – si denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione, deve specificamente indicare il “fatto” controverso o decisivo in relazione al quale la motivazione si assume carente, dovendosi intendere per “fatto” non una “questione” o un “punto” della sentenza, ma un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 c.c., (cioè un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) od anche un fatto secondario (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale), purchè controverso e decisivo.

3. Con il terzo motivo la ricorrente deduce (testualmente) “art. 360, n. 3 – Violazione di legge al divieto di praesumptio de praesumptio riferimento al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38; agli art. 113 e 115 c.p.c.; e all’art. 2727; all’art. 2729 c.c. – art. 360, n. 5, vizio in radice di motivazione”, lamentando che “Lo strumento logico probatorio adoperato dall’ufficio e fatto proprio dalla Commissione Tributaria di primo grado, consiste nell’aver fondato il fatto presunto (presunzione di una maggiore disponibilità economica della M. nel 1982 rivelatrice di una maggiore capacità contributiva) non direttamente sul fatto noto (aumento del capitale), ma a questo per il tramite da un lato anch’esso presunto (presunzione di un accumulo di danaro nell’anno 1982) che si traduce in una praesumptio de praesumptio non utilizzabile ai fini probatori”.

3.1. Detto motivo è infondato.

3.2. Lo stesso si sostanzia infatti nella denuncia del contrasto della decisione impugnata con un principio, il cosiddetto “divieto di presunzioni di secondo grado o a catena”, la cui sussistenza nell’ordinamento è stata esclusa da questa Corte la quale ha ritenuto che il principio praesumptum de praesumpto non admittitur (o “divieto di doppie presunzioni” o “divieto di presunzioni di secondo grado o a catena”), spesso tralaticiamente menzionato in varie sentenze, è inesistente, perchè non è riconducibile, nè agli evocati artt. 2727 e 2729 c.c., nè a qualsiasi altra norma dell’ordinamento. Invero, il fatto noto accertato in base ad una o più presunzioni (anche non legali), purchè “gravi, precise e concordanti”, ai sensi dell’art. 2729 c.c., può legittimamente costituire la premessa di una ulteriore inferenza presuntiva idonea – in quanto, a sua volta adeguata – a fondare l’accertamento del fatto ignoto” (Cass., Sez. 5, 16/06/2017, n. 15003; nonchè, Sez. 5, 01/08/2019 n. 20748).

3.3. In sostanza, laddove la prova inferenziale sia caratterizzata da una serie “lineare” di inferenze, ove cioè per ogni singola inferenza il giudice apprezza, secondo i criteri di gravità, precisione e concordanza, che il fatto “noto” sia in grado di attribuire un adeguato grado di attendibilità al fatto “ignoto”, quest’ultimo – secondo logica – cessa di essere fatto “ignoto” divenendo un fatto “noto”, smontando così l’equivoco logico che si cela dietro il divieto di doppia presunzione (cfr., Cass. Sez. 5, 16/06/2017, n. 15003; Sez. 5, 12/10/2018, n. 25445; Sez. 5, 14/12/2018, n. 32458 e n. 32454; Sez. 5, 20/03/2019, n. 7758; Sez. 5, 01/08/2019, n. 20748; Sez. 5, 16/12/2019, n. 33042; Sez. 5, 19/12/2019, n. 33961; Sez. 5., 03/03/2020, n. 5798; Sez. 5, 07/12/2020, n. 27982).

4. Con il quarto motivo la ricorrente deduce ex “art. 360, n. 5, omesso esame circa fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione”, lamentando in particolare che “il dato fattuale costituito da sottoscrizione dell’aumento di capitale” sia stato elevato dalla C.T.C. ad indice di capacità presuntiva reddituale interamente imputata all’anno di riferimento (1982), senza tener conto che la somma di Lire 175 milioni era stata già indicata proprio in conto aumento capitale nel bilancio 1981, reso pubblico nell’anno successivo.

4.1. Tale doglianza non appare meritevole di accoglimento.

4.2. I giudici di merito, attribuendo alla sottoscrizione dell’aumento di capitale la rilevanza di indice di capacità reddituale hanno infatti non solo esplicitato l’iter logico-giuridico seguito per addivenire alla pronuncia, ma dimostrato altresì che la loro decisione non è in alcun modo affetta dal vizio omissivo denunciato. Il vizio de quo è, infatti, configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, come nel caso di specie, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (Cass. Sez. un., 07/04/2014, n. 8053; Cass. Sez. un., 25/10/2013, n. 24148).

5. Il ricorso va pertanto rigettato. Nulla va disposto in ordine alle spese, stante la mancata difesa dell’intimata agenzia fiscale.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del C. dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2021

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