Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12841 del 10/06/2011

Cassazione civile sez. VI, 10/06/2011, (ud. 13/05/2011, dep. 10/06/2011), n.12841

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE SPA (OMISSIS) in persona del Presidente del

Consiglio di Amministrazione e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo studio

dell’avvocato PESSI ROBERTO, che la rappresenta e difende, giusta

delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1188/2009 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE del

22.9.09, depositata il 17/10/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/05/2011 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE MELIADO’;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. PATRONE

Ignazio.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

Con sentenza in data 22.9/17.10.2009 la Corte di appello di Firenze confermava la sentenza resa dal Tribunale di Pisa il 16.5.2006 che dichiarava sussistere fra le Poste Italiane e C.M. un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, in conseguenza della nullità della clausola di durata apposta al contratto stipulato l’1.7.2000, ai sensi dell’art. 8 del CCNL 26.11.1994 “per necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno – settembre”. Per la cassazione della sentenza propongono ricorso le Poste Italiane con tre motivi, illustrati con memoria. Non si è costituito l’intimato.

1. Con il primo motivo la società ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione (art. 360 c.p.c., n. 3) dei criteri di ermeneutica contrattuale in relazione agli accordi collettivi intercorsi, nonchè vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5), deduce che il potere normativamente attribuito alla contrattazione collettiva di individuare nuove ipotesi di assunzione a termine, in aggiunta a quelle già stabilite dall’ordinamento, poteva essere esercitato senza limiti di tempo, non prevedendosi alcun limite temporale al riguardo, con la conseguenza che agli accordi c. d.

attuativi del contratto del 25.9.1997 non poteva che riconoscersi una funzione meramente ricognitiva della permanenza delle esigenze sottese alla necessità di stipulare ulteriori contratti a termine.

Con il secondo motivo, svolto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, la società ricorrente lamenta violazione e falsa di norme di diritto e dei contratti collettivi di lavoro nonchè vizio di motivazione, osservando come la corte territoriale avesse erroneamente valutato che l’assunzione era avvenuta in assenza di idoneo supporto derogatorio, sebbene il contratto fosse stato stipulato per la sostituzione di lavoratori assenti per ferie e la norma contrattuale configurasse quale causa di per sè giustificativa la concomitanza, in senso temporale, dell’assunzione con il periodo di ferie estive del personale di ruolo.

Con l’ultimo motivo, infine, la società ricorrente prospetta violazione di legge (art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione all’art. 1372 c.c., commi 1 e 2), nonchè vizio di motivazione, per avere la corte di merito disatteso l’eccezione di risoluzione del contratto per mutuo consenso, nonostante il comportamento di inerzia manifestato dal lavoratore successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro a termine.

2. Il secondo motivo è manifestamente fondato alla luce dei precedenti consolidati di questa Suprema Corte.

Decidendo (cfr. ad es., Cass. 2 marzo 2007 n. 4933) su fattispecie analoghe a quella in esame (contratto a termine stipulato ex art. 8 c.c.n.l. 26.11.1994, in relazione alla necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno – settembre), si è reiteratamente affermato l’insussistenza dell’obbligo di indicare nel contratto il nome del lavoratore sostituito, per determinare la tesi opposta la violazione di norme di diritto, oltre che una erronea interpretazione della normativa collettiva.

Si è rilevato, infatti, che, ad escludere l’autonomia del contratto a termine regolato dalla contrattazione collettiva rispetto alla previsione legale, si determinerebbe un palese contrasto col principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte (Cass. S.U. 2 marzo 2006 n. 4588), secondo cui la L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23 che demanda alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, non sono vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge.

Giova soggiungere che altre decisioni di questa Corte (cfr. ad es.

Cass. 6 dicembre 2005 n. 26678, Cass. 7-3-2008 n. 6204) hanno confermato le decisioni di merito che, nel ritenere l’ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva del tutto autonoma rispetto alla previsione legale, hanno interpretato l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo nel senso di riconoscere, quale unico presupposto per la sua operatività, l’assunzione nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono delle ferie.

Così come (cfr. Cass. 28-3-2008 n. 8122) si è confermato che “l’unica interpretazione corretta della norma collettiva in esame (art. 8 ccnl 26-11-1994) è quella secondo cui, stante l’autonomia di tale ipotesi rispetto alla previsione legale … l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo non prevede come presupposto per la sua operatività l’onere, per il datore di lavoro, di provare le esigenze di servizio in concreto connesse all’assenza per ferie di altri dipendenti nonchè la relazione causale fra dette esigenze e l’assunzione del lavoratore con specifico riferimento all’unità organizzativa alla quale lo stesso è stato destinato”.

3. Restano assorbiti gli ulteriori motivi.

4. Il ricorso va, pertanto, accolto con la conseguente cassazione della sentenza impugnata e, non apparendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa decisa nel merito con il rigetto della domanda proposta da C.M. nei confronti delle Poste Italiane.

Sussistono giusti motivi per compensare le spese della fase di merito, tenuto conto della complessità del quadro giurisprudenziale che ha caratterizzato la materia e degli esiti dei precedenti gradi del giudizio, mentre seguono il criterio della soccombenza quelle del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LA CORTE accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e , decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da C.M. nei confronti delle Poste Italiane; compensa le spese della fase di merito e condanna l’intimato al pagamento di quelle del giudizio di legittimità che liquida in Euro 30,00 per esborsi ed in Euro 2500,00 per onorari di avvocato, oltre a spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 13 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2011

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