Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12837 del 22/05/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 22/05/2017, (ud. 12/04/2017, dep.22/05/2017),  n. 12837

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria G.C. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14212/2016 R.G. proposto da:

REGIONE CALABRIA, in persona del Presidente della Giunta regionale

p.t., rappresentata e difesa dall’Avv. Giuseppe Naimo

dell’Avvocatura regionale, con domicilio eletto in Roma, via del

Sabotino, n. 12, presso lo studio dell’Avv. Graziano Pungì;

– ricorrente –

contro

CASA PROTETTA MADONNA DEL ROSARIO, in persona del legale

rappresentante p.t. G.M., rappresentata e difesa dagli Avv.

Sergio Gidaro e Marziale Gidaro, con domicilio eletto in Roma, via

Flaminia, n. 405, presso lo studio dell’Avv. Fabio Cirami;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro depositata il

3 febbraio 2016.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 12 aprile

2017 dal Consigliere Mercolino Guido.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Rilevato che la Regione Calabria ha proposto ricorso per cassazione, per dieci motivi, avverso la sentenza indicata in epigrafe, con cui la Corte d’appello di Catanzaro ha rigettato il gravame da essa interposto avverso l’ordinanza emessa il 20 maggio 2012 dal Tribunale di Catanzaro, recante la condanna della ricorrente al pagamento della somma di Euro 106.658,24, oltre interessi ai sensi del D.Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, a titolo di corrispettivo per prestazioni sociosanitarie erogate dalla Casa Protetta Madonna del Rosario in virtù di un contatto stipulato con l’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro il 16 febbraio 2011;

che la Casa Protetta ha resistito con controricorso.

Considerato, in ordine all’ammissibilità dell’impugnazione, che la mancata indicazione, nell’intestazione del ricorso, degli estremi del decreto dirigenziale di autorizzazione al conferimento dell’incarico al difensore non incide sulla concreta possibilità d’identificarlo, avuto riguardo all’avvenuto deposito dello stesso all’atto dell’iscrizione a ruolo del ricorso ed alla conseguente facoltà della controparte di prenderne visione, il cui esercizio trova conferma nel tenore della questione pregiudiziale da essa sollevata;

che, parimenti, non incide sull’ammissibilità dell’impugnazione la omessa consultazione con il dirigente della struttura interessata alla lite, ai sensi dell’art. 10, quinto comma, della legge regionale 13 maggio 1996, n. 7, in quanto tale disposizione non esige il consenso del dirigente, ma soltanto la previa consultazione, ai fini della quale non sono prescritti specifici requisiti di forma, rilevando la stessa soltanto nei rapporti interni tra gli organi regionali, senza alcun effetto sul piano, esterno al contesto organizzativo regionale, della regolare instaurazione del contraddittorio (cfr. Cass., Sez. Un., 23/02/2012, n. 2704; Cass., Sez. 1, 1/09/2015, n. 17393);

che, in quanto recante un’ampia esposizione dello svolgimento delle fasi di merito, con l’indicazione dell’oggetto e dei presupposti della domanda ed un riassunto delle posizioni difensive delle parti, accompagnati dalla precisazione delle decisioni adottate dal Tribunale e dalla Corte d’Appello, nonchè da una sintesi della motivazione di quest’ultima, la narrativa che precede l’illustrazione dei motivi d’impugnazione può considerarsi sufficiente a garantire una regolare instaurazione del contraddittorio, e quindi a soddisfare il requisito prescritto dall’art. 366, comma 1, n. 3 cit., ai fini del quale occorre che dal contesto dell’atto di impugnazione possano desumersi gli elementi indispensabili per fornire al giudice di legittimità una chiara e completa visione dell’oggetto dell’impugnazione, dello svolgimento del processo e delle posizioni in esso assunte dalle parti, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti del processo, ivi compresa la sentenza impugnata (cfr. Cass., Sez. Un., 18/05/2006, n. 11653; Cass., Sez. 3, 24/07/2007, n. 16315; 19/10/2006, n. 22385);

che, nel merito, le questioni sollevate dalla ricorrente sono state già esaminate da questa Corte in numerose sentenze, relative ad analoghe controversie aventi ad oggetto il pagamento del corrispettivo di prestazioni sociosanitarie rese da strutture accreditate nell’ambito della Regione Calabria, e poste parzialmente a carico del Fondo Sociale Regionale;

che in ordine alla violazione del giudicato, dedotta con il primo, il secondo ed il settimo motivo d’impugnazione, è stato affermato che la decisione adottata dalle Sezioni Unite in ordine all’istanza di regolamento di giurisdizione non comporta la formazione del giudicato in ordine alla qualificazione della fattispecie allorquando, come nel caso in esame, pur dando atto che la domanda ha ad oggetto una pretesa di carattere economico – patrimoniale asseritamente ricollegabile ad un contratto stipulato tra le parti, essa non prenda posizione in ordine alla natura del rapporto, ma richiami principi riferibili in parte ai rapporti contrattuali, in parte a quelli concessori, ed individui l’elemento decisivo nel contenuto meramente patrimoniale della controversia, attinente alla fase esecutiva del rapporto e non coinvolgente una verifica dell’azione autoritativa dell’Amministrazione sul rapporto stesso nè incidente sull’esercizio di poteri discrezionali – valutativi riguardanti la determinazione del corrispettivo (cfr. Cass., Sez. 1, 31/10/2016, n. 22038);

che in ordine all’imputabilità alla Regione degli effetti del contratto stipulato dall’attrice con l’Asp, censurata con il nono motivo d’impugnazione, si è affermato che, alla stregua della disciplina dettata dalla L.R. 7 agosto 2002, n. 29, art. 3, e dalla L.R. 2008, n. 24, art. 13, che demanda alle asl ogni potere d’intervento diretto in materia di assistenza sociosanitaria, ivi compresa l’instaurazione di rapporti contrattuali con le strutture pubbliche e private chiamate a rendere le relative prestazioni in regime di accreditamento, riservando alla Regione esclusivamente compiti di programmazione, coordinamento e vigilanza, tra i quali è compresa anche la ripartizione tra le asl delle risorse economiche necessarie per l’effettuazione dei predetti interventi, l’esecuzione delle predette prestazioni in favore degli assistiti non può far sorgere obbligazioni direttamente a carico della Regione, estranea alla stipulazione delle convenzioni con le asl, e comunque priva di ogni competenza al riguardo;

che, infatti, al di fuori dei casi in cui sia la stessa legge a prevedere l’instaurazione di rapporti con i terzi, in virtù dell’inerenza dello atto da cui derivano all’esercizio di funzioni proprie o all’intervento diretto nelle vicende di enti da essa dipendenti, la Regione rimane normalmente estranea alla concreta gestione dei servizi socio-sanitari, essendo titolare di competenze riguardanti esclusivamente la sfera della programmazione, del coordinamento e della vigilanza sugli enti operanti nel settore, con la conseguenza che, in mancanza di un’espressa disposizione di legge che lo consenta, non sono ad essa riferibili in via diretta gli effetti degli atti posti in essere dai predetti enti nell’esercizio delle rispettive funzioni;

che, in riferimento alla fattispecie in esame, non può condividersi il richiamo della sentenza impugnata alla L.R. 5 dicembre 2003, n. 23, art. 7, che poneva a carico del Fondo Sociale Regionale una quota del corrispettivo delle predette prestazioni, trattandosi di una disposizione che, oltre ad essere stata superata dalla successiva evoluzione legislativa (in particolare, dalla L.R. 2008, n. 24, art. 13), non poteva comportare una responsabilità diretta a carico della Regione nei confronti delle strutture accreditate, assumendo rilievo esclusivamente sul piano interno dei rapporti finanziari tra la Regione e Vasi competente per territorio (cfr. Cass., Sez. 1^, 11/11/2016, n. 23067; 31/10/2016, nn. 22037, 22038, 22039);

che il ricorso va dunque accolto, restando assorbiti gli altri motivi, riflettenti la difformità del contratto dallo schema approvato con la deliberazione della Giunta regionale n. 489 del 2010, la mancanza di qualsiasi riferimento alla Delib. n. 685 del 2002, l’errata interpretazione del contratto e l’omissione della procedura ad evidenza pubblica per la scelta del contraente;

che la sentenza impugnata va conseguentemente cassata, con il rinvio della causa alla Corte d’appello di Catanzaro, che provvederà, in diversa composizione, anche al regolamento delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

 

rigetta il primo, il secondo ed il sesto motivo di ricorso; accoglie il nono motivo; dichiara assorbiti il terzo, il quarto, il quinto, il settimo e l’ottavo motivo; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte di appello di Catanzaro, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 12 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2017

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