Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12824 del 22/05/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. lav., 22/05/2017, (ud. 22/02/2017, dep.22/05/2017),  n. 12824

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15874/2011 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS), in

persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentata e difeso dagli

AVVOCATI ANTONIETTA CORETTI, VINCENZO TRIOLO, VINCENZO STUMPO,

EMANUELE DE ROSE, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

F.F., S.A.;

– intimate –

avverso la sentenza n. 576/2010 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 16/06/2010 R.G.N. 194/2010.

Fatto

RILEVATO

che con sentenza n. 194/2010 la Corte d’Appello di Salerno ha confermato la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva accolto le domande di F.F. e di S.A., ex dipendenti di Poste Italiane s.p.a. con contratto di lavoro a tempo determinato, tese ad ottenere la condanna dell’Istituto Postelegrafonici (IPOST) al pagamento dell’indennità di maternità nella misura stabilita dalla legge per i periodi rispettivamente compresi tra il 5 febbraio 2001 ed il 31 maggio 2001 e tra il 29 novembre 2001 ed il 31 gennaio 2002; che la sentenza ha ritenuto la legittimazione dell’IPOST ai sensi della L. n. 447 del 1997, art. 53, non accogliendo il motivo d’appello proposto dall’Istituto tendente a far accertare la legittimazione passiva dell’INPS ai sensi del D.L. n. 663 del 1979, art. 1, comma 6, che fissava la generale competenza dell’INPS all’erogazione della prestazione;

che avverso tale sentenza l’INPS, quale successore universale, ai sensi del D.L. n. 78 del 2010, art. 7, conv. in L. n. 122 del 2010, dell’Istituto Postelegrafonici – IPOST, ha proposto ricorso affidato ad un motivo, al quale non hanno opposto difese F.F. ed S.A.; che il P.G. non ha fatto richieste.

Diritto

CONSIDERATO

Che l’unico motivo di ricorso è rubricato quale violazione e falsa applicazione della L. 27 dicembre 1997, n. 449, art. 53, comma 6, lett. b) e dell’art. 42 del c.c.n.l. dell’11l gennaio 2001 per i dipendenti del gruppo Poste Italiane s.p.a., in relazione al D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, art. 24 (art. 360 c.p.c., n. 3); ciò in quanto, all’epoca dello svolgimento dei fatti, l’IPOST non erogava, in favore dei dipendenti citati, l’indennità di maternità che non era inclusa nell’elenco di cui al D.P.R. 8 aprile 1953, n. 548, art. 2, spettando tale obbligo allo stesso datore di lavoro;

Che, ritiene il Collegio, si debba accogliere il ricorso anche se la tesi con lo stesso prospettata diverge da quanto sostenuto da IPOST nel corso del giudizio di merito in ordine alla affermata legittimazione passiva dell’INPS, oggi successore universale dell’originario Istituto convenuto;

Che è jus receptum che nel giudizio di cassazione è preclusa la proposizione di nuove questioni di diritto soltanto nel caso, qui non ricorrente, in cui le stesse implichino, anche in ordine agli elementi di fatto, una modificazione dei termini della controversia, mentre è consentito dedurre nuove tesi giuridiche e nuovi profili di difesa quando essi si fondino sugli stessi elementi di fatto già dedotti davanti al giudice di merito e per essi quindi non sia necessario un nuovo accertamento (vedi, per tutte: Cass. 14 ottobre 2005, n. 20005; Cass. 5 giugno 2003, n. 8993; Cass. 9 maggio 2000, n. 5845; Cass. 21 novembre 1995, n. 12020);

Che la fattispecie in esame si caratterizza per la circostanza che le due ricorrenti in primo grado, quali ex dipendenti a tempo determinato di Poste Italiane s.p.a. all’epoca titolari dell’indennità di disoccupazione, hanno chiesto all’IPOST l’erogazione dell’indennità di maternità per periodi compresi tra il 5 febbraio 2001 ed il 31 maggio 2001 e tra il 29 novembre 2001 ed il 31 gennaio 2002 in applicazione del D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 24, comma 4;

Che la questione controversa riguarda l’individuazione del soggetto tenuto a corrispondere le prestazioni richieste che sono quelle di maternità, seppure correlate all’indennità di disoccupazione in virtù della citata disposizione, secondo la quale “Qualora il congedo di maternità abbia inizio trascorsi sessanta giorni dalla risoluzione del rapporto di lavoro e la lavoratrice si trovi, all’inizio del periodo di congedo stesso, disoccupata e in godimento dell’indennità di disoccupazione, ha diritto all’indennità giornaliera di maternità anzichè all’indennità ordinaria di disoccupazione”;

Che a seguito della privatizzazione dell’Amministrazione postale dapprima mediante trasformazione del Ministero PP.TT. in Ente Poste Italiane, attuata con L. n. 71 del 1994 e poi in Poste Italiane s.p.a., per quanto attiene la materia previdenziale, la L. 27 dicembre 1997, n. 449, art. 53, ha dettato disposizioni applicabili a partire dalla stessa data della trasformazione dell’ex Ente Poste in S.p.A., prevedendo in particolare che al personale dipendente dalla società medesima spettano, tra l’altro, “le prestazioni di assistenza e mutualità sulla base di leggi, regolamenti e patti stipulati in applicazione di accordi di lavoro, che restano affidate all’Istituto Postelegrafonici”;

Che detto Istituto Postelegrafonici, cui oggi è succeduto l’INPS per effetto del D.L. n. 78 del 2010, art. 7, conv. in L. n. 122 del 2010, gestiva in favore dei dipendenti di Poste Italiane s.p.a. i trattamenti indicati dal D.P.R. 8 aprile 1953, n. 542, art. 2, tra i quali non si trovava l’indennità di maternità;

Che questa Corte di cassazione (Cass. 22887/2008) ha riconosciuto che, per espressa previsione della L. n. 1204 del 1971, art. 13, come interpretato dal D.L. n. 103 del 1991, art. 8, conv. in L. n. 166 del 1991, alle dipendenti a tempo determinato dell’Amministrazione di Poste e Telecomunicazioni andasse corrisposto il trattamento economico previsto dal combinato disposto della medesima L. n. 1204 del 1971, art. 15, comma 1 e art. 17 e che tale trattamento economico venisse corrisposto direttamente dalle amministrazioni o enti di appartenenza;

Che coerentemente con tale previsione di legge il contratto collettivo nazionale per il personale non dirigente di Poste italiane s.p.a. stipulato l’11 gennaio 2001, applicabile ratione temporis, ha previsto, all’art. 42, che al lavoratore spetti nei periodi di astensione dal lavoro previsti per legge, il trattamento economico indicato a seconda delle diverse ipotesi di astensione fruita;

Che tale previsione è stata mantenuta sino a che, per effetto del D.L. n. 112 del 2008, art. 20, comma 2, convertito con modificazioni dalla L. 6 agosto 2008, n. 133, è stato previsto che a decorrere dal 1 gennaio 2009, le imprese dello Stato, degli enti pubblici e degli enti locali privatizzati e a capitale misto sono tenute a versare all’INPS, secondo la normativa vigente: a) la contribuzione per maternità; b) la contribuzione per malattia per gli operai;

Che, dunque, va affermato il difetto di legittimazione passiva dell’IPOST ed oggi dell’INPS, suo successore universale, in ordine all’obbligo di erogare alle contro ricorrenti le indennità di maternità dalle medesime rivendicate;

Che, conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti, visto l’art. 384 c.p.c., decidendo nel merito deve pronunciarsi il rigetto delle domande proposte da F.F. e da S.A.;

Che le spese di tutti i gradi del giudizio vengono compensate avuto riguardo alla complessità della disciplina applicabile al caso concreto ed alla diversa formulazione, rispetto ai gradi di merito, della tesi difensiva addotta dalla ricorrente per sostenere il proprio difetto di legittimazione passiva.

PQM

 

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta le domande proposte da F.F. ed S.A.; dichiara compensate le spese dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 22 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA