Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12817 del 13/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 13/05/2021, (ud. 25/11/2020, dep. 13/05/2021), n.12817

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – rel. Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCITO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria M. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 22889/2013 R.G. proposto da:

Trend Engineering srl, in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa dall’avv. Giuseppe Fausto Di Pede,

con domicilio eletto in Roma, viale Regina Margherita n. 290, presso

l’Avv. Maria Bruna Chito;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Basilicata n. 59/1/13, depositata il 22 febbraio 2013.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 25 novembre

2020 dal Consigliere Enrico Manzon.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza n. 59/1/13, depositata il 22 febbraio 2013, la Commissione tributaria regionale della Basilicata accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate, Ufficio locale, avverso la sentenza n. 30/3/10 della Commissione provinciale tributaria di Matera che aveva accolto il ricorso della Trend Engineering srl contro l’avviso di accertamento per imposte dirette ed IVA 2005.

La CTR osservava in particolare che, trattandosi di un’ipotesi nella quale l’atto impositivo impugnato era stato emesso sul presupposto della mancata presentazione della dichiarazione fiscale di periodo da parte della società contribuente e che quindi l’atto medesimo doveva essere considerato quale accertamento c.d. “induttivo puro”, diversamente da quanto affermato dalla CTP, ben poteva l’Ente impositore suffragare le proprie pretese creditorie con il ricorso alle presunzioni c.d. “supersemplici”, con la conseguente inversione dell’onere probatorio, avendo nella quantificazione delle pretese medesime comunque l’agenzia fiscale tenuto conto dei costi correlativi ai maggiori ricavi induttivamente determinati.

Avverso la decisione ha proposto ricorso per cassazione la società contribuente deducendo cinque motivi.

Resiste con controricorso l’Agenzia delle entrate.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la ricorrente denuncia la nullità della sentenza impugnata per violazione/falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., poichè la CTR non ha rilevato l’inammissibilità del gravame agenziale non avendo lo stesso attinto il capo – considerato quale autonoma ratio decidendi – della sentenza appellata che aveva statuito l’invalidità dell’avviso di accertamento impugnato per violazione del suo diritto di difesa, con riguardo alla – eccepita – mancata indicazione nella motivazione dell’atto impositivo delle 30 società la cui “redditualità” era stata comparativamente utilizzata per determinare induttivamente quella della società contribuente nell’annualità de qua.

Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – analogamente la ricorrente denuncia la nullità della sentenza impugnata per violazione/falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., poichè la CTR non ha rilevato l’inammissibilità del gravame agenziale, non avendo lo stesso preso in considerazione il capo considerato quale autonoma ratio decidendi – della sentenza appellata che aveva statuito l’invalidità dell’avviso di accertamento impugnato a causa della sua carenza motivazionale sulle ragioni del disconoscimento delle sue scritture contabili fornite preprocessualmente.

Le censure, da esaminare congiuntamente per connessione, sono infondate.

Va ribadito che:

– “Il giudicato interno può formarsi solo su capi di sentenza autonomi, che cioè risolvano una questione controversa avente una propria individualità ed autonomia, così da integrare astrattamente una decisione del tutto indipendente; sono privi del carattere dell’autonomia i meri passaggi motivazionali, ossia le premesse logico-giuridiche della statuizione adottata, come pure le valutazioni di meri presupposti di fatto che, unitamente ad altri, concorrono a formare un capo unico della decisione” (Cass., n. 24358 del 04/10/2018, Rv. 650730 – 01);

– “Il giudicato interno non si determina sul fatto, ma su una statuizione minima della sentenza, costituita dalla sequenza fatto, norma ed effetto, suscettibile di acquisire autonoma efficacia decisoria nell’ambito della controversia, sicchè l’appello motivato con riguardo ad uno soltanto degli elementi di quella statuizione riapre la cognizione sull’intera questione che essa identifica, così espandendo nuovamente il potere del giudice di riconsiderarla e riqualificarla anche relativamente agli aspetti che, sebbene ad essa coessenziali, non siano stati singolarmente coinvolti, neppure in via implicita, dal motivo di gravame” (C:ass., n. 10760 del 17/04/2019, Rv. 653408 – 01).

Orbene, appare evidente che i due passaggi motivazionali de quibus non possono essere considerati come “capi” della sentenza appellata e quindi come sue autonome rationes decidendi, essendo piuttosto soltanto argomenti della motivazione che hanno indotto la CTP materana ad accogliere il ricorso introduttivo della lite, invalidando l’avviso di accertamento impugnato.

Senza dubbio quindi il giudice tributario di appello ha preso cognizione della materia del contendere, ritualmente, devolutagli dall’Agenzia delle entrate, Ufficio locale, con il suo gravame, concernente nella sua interezza la pronuncia di primo grado, ancorchè non espressamente indirizzato ad ogni sua singola parte motivazionale.

Con il terzo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la ricorrente denuncia la nullità della sentenza impugnata per violazione/falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41, degli artt. 2727 e 2697 c.c., poichè la CTR ha fatto scorretta applicazione di tali disposizioni legislative sia rispetto alla metodologia accertativa sia alle regole presuntive.

La censura è infondata.

Va ribadito che:

– “In tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di omessa dichiarazione da parte del contribuente, il potere – dovere dell’Amministrazione è disciplinato dal D.P.R. n. 600 del 1973, non già dall’art. 39, bensì dall’art. 41, ai sensi del quale, sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, l’Ufficio determina il reddito complessivo del contribuente medesimo; a tal fine, esso può utilizzare qualsiasi elemento probatorio e può fare ricorso al metodo induttivo, avvalendosi anche di presunzioni cd. supersemplici – cioè prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza di cui al citato D.P.R.. art. 38, comma 3 -, le quali determinano un’inversione dell’onere della prova, ponendo a carico del contribuente la deduzione di elementi contrari intesi a dimostrare che il reddito (risultante dalla somma algebrica di costi e ricavi) non è stato prodotto o è stato prodotto in misura inferiore a quella indicata dall’Ufficio” (Cass., n. 14930 del 15/06/2017, Rv. 644593 – 01).

La CTR lucana ha fatto piena e corretta applicazione di tale principio di diritto, accertando in fatto, con giudizio di merito non “revisionabile” in questa sede, che, pacificamente omessa la presentazione della dichiarazione tributaria di periodo da parte della società contribuente, l’Ente impositore si era avvalso della metodologia accertativa di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41, quindi di presunzioni prive dei requisiti di “gravità, precisione e concordanza” e con l’inversione dell’onere probatorio a carico della società contribuente.

Con il quarto motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – la ricorrente denuncia la nullità della sentenza impugnata per omesso esame di un fatto decisivo controverso, poichè la CTR non ha esaminato puntualmente le sue allegazioni difensive, con particolare riguardo alle carenze motivazionali dell’avviso di accertamento impugnato.

La censura è inammissibile.

Bisogna ribadire e quindi dare seguito ai principi di diritto derivanti dai seguenti – consolidati – arresti giurisprudenziali:

– “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass., Sez. U, n. 8053 del 07/04/2014);

– “Con il ricorso per cassazione la parte non può rimettere in discussione, proponendo una propria diversa interpretazione, la valutazione delle risultanze processuali e la ricostruzione della fattispecie operate dai giudici del merito poichè la revisione degli accertamenti di fatto compiuti da questi ultimi è preclusa in sede di legittimità” (Cass., n. 29404 del 07/12/2017, Rv. 646976 – 01); “Con la proposizione del ricorso per cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente, atteso che l’apprezzamento dei fatti e delle prove è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che, nell’ambito di quest’ultimo, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione” (Cass., n. 9097 del 07/04/2017, Rv. 643792 – 01);

– “La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità, non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge. Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione. (Nella fattispecie, la S.C. ha ritenuto inammissibile il prospettato motivo di ricorso, evidenziando che i ricorrenti non avevano indicato alcun “fatto”, dedotto e non adeguatamente valutato nella sentenza impugnata, idoneo a giustificare una decisione diversa da quella assunta, limitandosi a denunciare in blocco la valutazione compiuta dai giudice e a proporne una diversa)” (Cass., n. 19547 del 04/08/2017, Rv. 645292 – 01).

La formulazione del mezzo in esame collide all’evidenza con il perimetro, attuale, del sindacato di questa Corte sul vizio motivazionale, essendo in ogni caso la motivazione della sentenza impugnata al di sopra del “minimo costituzionale”.

Con il quinto motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la ricorrente infine denuncia la nullità della sentenza impugnata per violazione/falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., poichè la CTR non ha valorizzato la “non contestazione” da parte dell’agenzia fiscale dei suoi argomenti difensivi.

La censura è infondata.

Basti al riguardo ribadire che “Nel processo tributario, nell’ipotesi di ricorso contro l’avviso di accertamento, il principio di non contestazione non implica a carico dell’Amministrazione finanziaria, a fronte dei motivi di impugnazione proposti dal contribuente, un onere di allegazione ulteriore rispetto a quanto contestato mediante l’atto impositivo, in quanto detto atto costituisce nel suo complesso, nei limiti delle censure del ricorrente, l’oggetto del giudizio” (Cass., n. 19806 del 23/07/2019, Rv. 654953 – 01).

In conclusione il ricorso va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 4.500 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 25 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2021

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