Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12810 del 21/06/2016

Cassazione civile sez. I, 21/06/2016, (ud. 17/03/2016, dep. 21/06/2016), n.12810

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FORTE Fabrizio – Presidente –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – rel. Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5068-2010 proposto da:

CURATELA DEL FALLIMENTO DELLA D. S.R.L., (C.F./P.I.

(OMISSIS)), in persona del Curatore dott. C.F.

M., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DEL

RISORGIMENTO 59, presso l’avvocato SIMONETTA GALANTUCCI,

rappresentata e difesa dall’avvocato LUCIO CANZONIERE, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

BANCO DI NAPOLI S.P.A., ex SANPAOLO BANCO DI NAPOLI S.P.A.

(C.E./P.I. (OMISSIS)), derivante dall’incorporazione del

SANPAOLO IMI S.P.A. del BANCO DI NAPOLI S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, LARGO DI TORRE ARGENTINA 11, presso l’avvocato DARIO

MARTELLA, rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE CAPOGRECO,

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 53/2009 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 03/02/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/03/2016 dal Consigliere Dott. ANDREA SCALDAFERRI;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato D. MARTELLA, con delega,

che ha chiesto l’inammissibilità del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La “Fratelli D. s.r.l.” convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Lamezia Terme la s.p.a. Banco di Napoli, chiedendone la condanna al risarcimento del danno subito per la interruzione delle trattative intercorse in ordine alla concessione di un contributo in conto capitale, ai sensi della L. n. 64 del 1986, su lavori di ampliamento del suo impianto di macellazione e lavorazione carni; interruzione che addebitava al comportamento contrario a correttezza e buona fede dell’Istituto di credito ed al mancato rispetto da parte del medesimo dei termini di cui al D.M. n. 233 del 1989 per la definizione delle pratiche. Si costituì in giudizio il Banco di Napoli contestando sotto più profili la propria responsabilità che, tuttavia, il tribunale, con sentenza non definitiva, accertava. Quindi, espletata consulenza tecnica d’ufficio, il tribunale condannava il Banco di Napoli al pagamento, a titolo di risarcimento danni, della somma di Euro 438.988,40 oltre rivalutazione e interessi.

Il gravame proposto avverso entrambe le sentenze da San Paolo Imi s.p.a. (quale incorporante il Banco di Napoli), cui resisteva la Fratelli D. s.r.l. proponendo anche appello incidentale in ordine alla liquidazione del danno, è stato accolto dalla Corte d’appello di Catanzaro, che ha escluso ogni responsabilità della banca nella rottura delle trattative, avvenuta per volontario recesso della società richiedente. In sintesi, la corte distrettuale ha osservato: a)che il termine di cinque mesi per il completamento della istruttoria iniziava a decorrere dalla consegna di tutta la documentazione necessaria per consentire all’Istituto di compiere le complesse e articolate valutazioni discrezionali di sua competenza, e la Fratelli D. non ha assolto all’onere su di essa gravante di provare che, nei cinque mesi anteriori alla rottura delle trattative, avesse documentato di essere in possesso di tutti i requisiti voluti dalla legge; b)che, al contrario, risultava che l’istruttoria, inizialmente condotta con notevole celerità, aveva subito una battuta di arresto in considerazione della carenza di documentazione della disponibilità, da parte della società, di mezzi propri pari al 30% del finanziamento dell’opera (la società aveva promesso un aumento di capitale che non risulta essere stato mai deliberato ed osteso all’Istituto di credito, ed inoltre era risultata, nel corso del 1989, una forte diminuzione della voce di bilancio “soci finanziamento in c/aumento capitale sociale” per l’intervenuta destinazione delle somme ad esigenze aziendali); c) che quindi, in difetto di prova del possesso dei requisiti da parte della società richiedente il contributo nei cinque mesi dalla richiesta, ed anzi in presenza di elementi idonei ad escluderlo anche per il periodo successivo, la eventuale conclusione entro detto termine dell’istruttoria, con la trasmissione alla competente Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno, non avrebbe sortito effetti favorevoli per la società stessa, atteso che la richiesta non avrebbe potuto comunque superare favorevolmente il vaglio della Agenzia.

Avverso tale sentenza, resa pubblica il 3 febbraio 2009, la Curatela del fallimento della D. s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, cui resiste con controricorso, illustrato anche da memoria, il Banco di Napoli s.p.a. (nuova denominazione della Sanpaolo Banco di Napoli s.p.a.), nel quale ha preliminarmente eccepito la inammissibilità del ricorso ex art.366 bis c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo viene dedotta la violazione o falsa applicazione degli artt. 1337, 1218, 2043 e 2697 c.c. anche con riferimento alle disposizioni di cui alla L. n. 64 del 1986 e al D.M. n. 233 del 1989, nonchè vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione;

l’illustrazione si conclude con un quesito di diritto, richiesto a pena di inammissibilità dall’art. 366 bis c.p.c., nella specie applicabile essendo la sentenza impugnata stata depositata nel periodo di vigenza della norma (2.3.2006-4.7.2009). Secondo la quale, alla stregua della consolidata giurisprudenza di questa Corte, l’illustrazione di ciascun motivo, nei casi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. da 1 a 4, deve concludersi, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto che, riassunti gli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito e indicata sinteticamente la regola di diritto applicata da quel giudice, enunci la diversa regola di diritto che ad avviso del ricorrente si sarebbe dovuta applicare nel caso di specie, in termini tali che dalla risposta che ad esso si dia discenda in modo univoco l’accoglimento o il rigetto del gravame; e, ove si denunci anche l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, l’illustrazione della doglianza deve essere corredata dalla chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione: la relativa censura deve cioè contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.

Nel caso in esame, l’unico quesito di diritto si limita a ripercorrere la complessiva versione dei fatti controversi prospettata da parte ricorrente nel giudizio di merito e motivatamente disattesa in fatto dalla Corte distrettuale, senza porre alcuna questione di diritto, cioè senza indicare la regola di diritto seguita dal giudice di merito onde contrapporvi la diversa regola prospettata dalla parte ricorrente. Ne deriva l’inidoneità del quesito a svolgere la propria funzione alla stregua dei criteri sopra richiamati, e l’inammissibilità del motivo, tenendo anche presente (con riguardo alla denuncia di vizio di motivazione) la mancanza del momento di sintesi nel quale risulti precisato in relazione a quali fatti specifici la motivazione risulterebbe omessa, insufficiente o contraddittoria.

Analoghe considerazioni valgono per il secondo motivo, nel quale le censure di violazione o falsa applicazione delle medesime norme sopra richiamate e di vizio di motivazione vengono riassunte in un solo quesito diretto esclusivamente a proporre un diverso apprezzamento delle risultanze istruttorie.

La declaratoria di inammissibilità del ricorso si impone dunque, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese, che si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al rimborso in favore della resistente delle spese di questo giudizio di cassazione, in Euro 12.200,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi) oltre spese generali forfetarie e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione prima civile della Corte di Cassazione, il 17 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 giugno 2016

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