Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12729 del 13/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/05/2021, (ud. 30/09/2020, dep. 13/05/2021), n.12729

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30186-2018 proposto da:

BASICITALIA SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUDOVISI N. 35, presso lo

studio dell’avvocato MARISA PAPPALARDO, che la rappresenta e difende

unitamente agli avvocati CARLO PAVESIO, PAOLO MISERERE;

– ricorrente –

contro

GIACOMELLI SPORT SPA IN AMMISTRAZIONE STRAORDINARIA, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA C. POMA 2, presso lo studio dell’avvocato GREGORIO TROILO,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ELENA BERNARDI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 687/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 13/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 30/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. ALDO

ANGELO DOLMETTA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- L’Amministrazione straordinaria della s.p.a. Giacomelli ha convenuto avanti al Tribunale di Rimini la s.p.a. Basicltalia, chiedendo la revoca ex art. 67, comma 2, L. Fall. di sei pagamenti, avvenuti tra l’ottobre e il dicembre 2002.

Il Tribunale ha rigettato la domanda ritenendo non dimostrata la conoscenza, da parte del creditore in bonis, dello stato di insolvenza della debitrice.

2.- L’Amministrazione straordinaria ha impugnato la decisione avanti alla Corte di Appello di Bologna. Quest’ultima ha accolto l’impugnazione, con sentenza depositata in data 13 marzo 2018.

3.- Richiamandosi espressamente alla giurisprudenza di questa Corte, la sentenza ha in via preliminare sottolineato la possibilità, “ai fini della revocatoria dei pagamenti di debiti liquidi ed esigibili eseguiti in favore di terzo estraneo al gruppo”, che la “conoscenza dello stato di insolvenza delle società del gruppo… possa contribuire, con altri elementi indiziari, a formare nel terzo la consapevolezza dello stato di decozione della società che ha compiuto l’atto della cui revocabilità si discute”.

Ciò posto, la decisione si è nello specifico soffermata in modo particolare, per il positivo riscontro della sussistenza della scientia decoctionis, su due ordini di fattori.

“Grazie ai documenti attorei sub n. 27 (“lettere Kappa Italia s.p.a.” in data 8.08.2002, 9.08.2002 e 7.10.2002) si può constatare”, osserva in primo luogo la Corte territoriale, “che Kappa ebbe a sollecitare – presso la partecipata (al 100%) del gruppo, Longoni sport s.p.a. – il pagamento di una serie di fatture che risultavano già scadute in un periodo di tempo compreso tra il 31 luglio e il 30 settembre 2002”.

“Per ciò che concerne più specificamente le notizie provenienti dalla stampa (in base alle quali può affermarsi che Kappa fosse a conoscenza dello stato di insolvenza della Giacomelli sport group)”, “deve osservarsi”, ha rilevato inoltre la pronuncia, che “questa Corte ha ritenuto sufficienti – in altri precedenti giurisprudenziali correnti tra le parti – le notizie di stampa apparse sui quotidiani”: in questi precedenti è stato “individuato nel luglio 2002 il periodo temporale in cui era sorto, in capo a Basicltalia, la conoscenza dello stato di insolvenza del gruppo di società, tra le quali l’odierna appellante”.

4.- Avverso questo provvedimento ricorre la s.p.a. Basicltalia, svolgendo due motivi cassazione.

Resiste, con controricorso, l’amministrazione straordinaria della s.p.a. Giacomelli.

Entrambe le parti hanno anche depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

5.- Col primo motivo, il ricorrente assume “nullità della sentenza e del procedimento, censurata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione degli artt. 112,115,116,163 e 345 c.p.c., in ordine all’erronea considerazione attribuita a fatti dedotti per la prima volta in grado d’appello, dunque, tardivamente introdotti, in violazione del divieto di nova in appello, del principio devolutivo e del principio del contraddittorio, nonostante l’eccezione di inammissibilità sollevata da Basicltalia ex art. 345 c.p.c., sulla quale è stata omessa qualsivoglia pronuncia”.

Espone, in specie, il ricorrente che la sentenza impugnata è “nulla… per violazione del principio di allegazione”: “nel caso di specie, l’atto introduttivo del giudizio di primo grado (come le successive memorie istruttorie) non era nullo, ma carente di allegazioni, neppure integrate con le successive memorie ex art. 183 c.p.c., comma 6, le quali sono state pertanto, nel tentativo di rimediare alla precedente omissione, indebitamente introdotte per la prima volte in appello in violazione del richiamato principio di allegazione disposto dall’art. 163 c.p.c.; violazione che la Corte di Appello non ha rilevato, essendo conseguentemente nulla la sentenza impugnata (anche) sotto tale profilo”.

A nulla vale perciò – si viene a precisare – che la documentazione relativa a queste “carenze di allegazione” sia stata prodotta già nell’ambito del processo di primo grado. Comunque la Corte d’Appello non avrebbe potuto desumere alcunchè da tale produzione: “negli atti di primo grado” della procedura “non vi era traccia di tutta una serie di circostanze relative allo svolgimento dei rapporti tra Bascltalia e le varie società del Gruppo Giacomelli”; secondo quanto si passa a precisare nel dettaglio nelle pp. da 13 a 15 del ricorso (con la specifica di nove bullet point).

Per altro verso, il ricorrente aggiunge, altresì, che la sentenza impugnata “ancor meno avrebbe potuto dedurre alcunchè” dalle sentenze della medesima Corte di Appello bolognese che in altri giudizi hanno rilevato che la conoscenza dello stato di insolvenza del gruppo Giacomelli da parte della s.p.a. Basicltalia: si tratta – così si argomenta – di pronunce rese “successivamente all’atto introduttivo di primo grado del presente giudizio”.

6.1.- Il motivo non merita di essere accolto.

6.2.- Al riguardo, appare opportuno muovere dalla constatazione che, come precisato dalla giurisprudenza di questa Corte, l’omesso esame di una questione puramente processuale “non è suscettibile di dare luogo al vizio di omessa pronuncia, configurabile soltanto con riferimento alle domande ed eccezioni di merito” (cfr., tra le altre, Cass., 10 ottobre 2015, n. 22952; Cass., 14 marzo 2018, n. 6174).

“Nel caso, potrà semmai configurarsi un vizio della decisione per violazione di norme diverse dall’art. 112 c.p.c. se, ed in quanto, si riveli erronea e censurabile, oltre che utilmente censurata, la soluzione implicitamente data dal giudice alla problematica prospettata dalla parte” (cfr., così, Cass., 12 gennaio 2016, n. 321).

Nella specie, il discorso va dunque a dirigersi direttamente sull’assunta violazione del “principio di allegazione”.

6.3.- Per questo proposito si deve ora rilevare che la denuncia di vizi fondati sulla pretesa violazione di norme processuali non tutela l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in conseguenza della denunciata violazione. Con la conseguenza che risulta inammissibile l’impugnazione con la quale si lamenti un mero vizio del processo, senza prospettare anche le ragioni per le quali l’erronea applicazione della regola processuale abbia comportato, per la parte, una effettiva e concreta lesione del diritto di difesa o altro pregiudizio per la decisione di merito (Cass., 2014, n. 26831; Cass., 2016, n. 23638).

6.4.- Ora, in relazione alla parte della pronuncia impugnata che fissa al luglio 2002 la scientia decoctionis ritraibile dalle “notizie di stampa apparse sui quotidiani” (sopra, n. 3, ultimo capoverso), il ricorso non viene in concreto a prospettare nessuna violazione del diritto di difesa.

D’altra parte, l’elenco delle circostanze “non allegate nel giudizio di primo grado” rimanda unicamente a una notizia di stampa comparsa nell’ottobre 2002 (cfr. p. 15 ricorso): come tale, per definizione non influente sul giudizio espresso dalla Corte bolognese.

Non si vede ragione, d’altra parte, per cui la sentenza impugnata non avrebbe potuto motivare per relationem sul punto del tempo di sicura emersione della scientia: sul tema le enunciazioni del ricorso rimangono, se non altro, del tutto generiche.

6.5.- Non diverse osservazioni sono nella sostanza da ripetere (per completezza di esposizione) in relazione alla parte della sentenza impugnata che fa riferimento ai ritardi di pagamento del gruppo Giacomelli e ai solleciti inviati da Kappa (sopra, n. 3 penultimo capoverso).

In effetti, le lettere di sollecito inviate da quest’ultima società nell’agosto e nell’ottobre 2002 non rientrano, in quanto tali, nell’elenco delle “circostanze non allegate in primo grado” che il ricorrente fornisce.

6.6.- Ciò posto, è ancora da osservare, per quanto concerne la dedotta violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., che, in tema di valutazione delle prove, il principio del libero convincimento opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, se non per omesso esame di fatto decisivo, come censurabile a mente dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., 12 ottobre 2017, n. 23940).

7.- Col secondo motivo, il ricorrente assume “violazione e falsa applicazione, censurata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 67, comma 2, legge fall., degli artt. 115 e 116 c.p.c. e degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., in ordine alla ritenuta – ma inesistente – ricorrenza di indizi gravi, precisi e concordanti sulla scientia decoctionis in capo a Basicltalia”. Secondo il ricorrente, l'”impianto motivazionale” della sentenza impugnata è inficiato da un “vero e proprio abuso del ricorso alla prova presuntiva, che si è tradotto anche in una sistematica violazione del noto divieto di praesumptio de praesumpto”.

8.- Il motivo non merita di essere accolto.

Anche questa censura si rivolve, sostanzialmente, in una critica al complessivo accertamento fattuale operato dal giudice del merito, cui il ricorrente intenderebbe opporre, sotto la formale rubrica del vizio di violazione di legge, una valutazione di segno diverso.

Secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, in materia di revocatoria fallimentare – se la conoscenza, da parte del terzo contraente, dello stato di insolvenza dev’essere effettiva e non solo potenziale -, tuttavia, posto che la legge non pone limiti in ordine ai mezzi a cui può essere affidato l’assolvimento dell’onere della prova da parte del curatore, gli elementi dai quali si deduce la sussistenza della scientia ben possono essere costituiti da una serie di indizi (su questi aspetti cfr., in modo peculiare, le pronunce di Cass., 29 marzo 2019, n. 8976 e di Cass., 12 aprile 2018, n. 13040).

Nella specie, la motivazione svolta dalla Corte di Appello non risulta integrare la violazione dei principi dettati in tema di onere della prova e della prova presuntiva; e si manifesta prova di vizi logici, siccome basti su una specifica descrizione e ponderazione di indici concreti; dando in particolare rilievo alla pacifica presenza di una “gruppo societario Giacomelli”, facente capo a un centro gestorio e partecipativo unitario; alla presenza di più, e reiterati, solleciti di pagamento; alle univoche indicazioni fornite dalle notizie della stampa quotidiana, già da parecchi mesi prima dell’effettuazione dei pagamenti oggetto di revoca.

9.- In conclusione, il ricorso dev’essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la regola della soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida nella somma di Euro 8.100,00 (di cui Euro 100,00 per esborsi), oltre a spese forfetarie e accessori di legge.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato parti a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, secondo quanto stabilito dalla norma dell’art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione civile – 1, il 30 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA